Prime quattro partite e come prevedibile percorso netto per Team USA ai Mondiali in corso di svolgimento in Turchia. Rimandando al futuro discorsi sul livello (bassino) della competizione e delle prestazioni di squadra, qual’è la situazione dei 12 giocatori a roster nelle originali rotazioni di coach Mike Krzyzewski?

Kevin Durant, il basket che si eleva ad arte.

Up


Kevin Durant
Magistero superiore. Distilla con crescita costante ed inquietante il suo talento, lasciandosi alle spalle tutti i timidi dubbi sulla capacità di essere già leader a questi livelli. Percentuali oltre il 50%, falli subiti, rimbalzi, assist, pure recuperi in difesa tanto per non farci mancare niente, apice di 27 punti e 10 carambole nella delicatissima sfida vinta al fotofinish sul Brasile. Il tutto con la garbatezza, la grazia e la purezza che lo contraddistinguono. Un califfo: è già MVP del torneo sulla fiducia.

Eric Gordon
Mi ero permesso di indicarlo quasi essenziale per questa spedizione mentre oltreoceano veniva indicato come il candidato numero uno all’ultimo taglio (caduto poi sulla testa di Rondo all’interno di una vicenda scabrosa e dai risvolti ancora non troppo chiari). Sta avendo un ruolo se possibile ancora più rilevante come esecutore specializzato in uscita dai blocchi, prendendosi responsabilità e tiri senza esitazioni. Può imbroccare la partita dannosa da 2 su 9 dal campo così come quella perfetta da 6 su 8 e da miglior realizzatore contro la Croazia. E’ passato nettamente davanti a Curry nelle gerarchie.

Kevin Love
Clamorosa la sua capacità di contribuire a livello statistico e come impatto dalla panchina, anche in pochissimo tempo ed in situazioni di partita angustie. Coach K sembra talvolta tentato dall’idea di lanciarlo definitivamente in campo per parecchi minuti di responsabilità, altre volte invece appare non infondergli fiducia facendolo accomodare punitivo accanto a lui. Ma al californiano scorre pallacanestro in ogni gesto che compie sul parquet e nessuno in questo Mondiale tira giù rimbalzi con la sua naturalezza.

Lamar Odom
Senza strafare, talvolta proprio assentandosi dal gioco, ma a livello tattico è l’uomo per certi aspetti più importante di Team USA. Parte da centro atipico, difende un po’ su tutti, va benissimo a rimbalzo: ovvero tutto quello che gli chiede coach K e di cui hanno bisogno i compagni. Se in più in attacco riesce anche a contribuire col basso profilo senza esigere di toccare troppo il pallone, è l’uomo giusto al posto giusto. Per ora.

Standing pat


Chauncey Billups
Discorso delicato. Non sta assolutamente giocando bene o per lo meno è ben lontano dal suo miglior basket, anzi è stato a lungo nei pressi del dannoso. Eppure ha un’ineluttabile componente carismatica che aleggia nell’aria e che non a caso gli ha permesso di essere decisivo contro il Brasile nell’unica gara punto a punto fin qui disputata. Si sa che Chauncey sale di livello con l’aumentare della pressione e dell’importanza della gara, da tenere d’occhio nelle prossime decisive settimane.

Andre Iguodala
E’ titolare, gioca tanto, forse pure troppo, ma a livello chimico accanto a Durant è l’ala di cui maggiormente si fida coach K, che chiude un occhio sull’inefficienza offensiva ed i pasticci palla in mano di Andre. Non c’è alcun gioco disegnato o che preveda un’opzione per lui e deve allora ritagliarsi spazio raccattando palloni dalla spazzatura o finalizzando in campo aperto come sa fare solo lui. Stoppa, salta, recupera, corre; la pallacanestro arriva dopo, ma è qui per fare l’ingranaggio e ci sta riuscendo con decoro.

Derrick Rose
Scariche di adrenalina e di talento puro ad intermittenza, ma è ancora troppo poco continuo e ben lontano dall’essere un campione formato e rifinito, specie in questo tipo di pallacanestro più riflessiva. Ha il pregio di riuscire a giocare molti minuti in controllo ed eseguendo come coach K richiede, ma solo quando si sciolgono le briglie torna ad essere il vero Derrick, che abbina capolavori in accelerazione (ed un sempre più convincente arresto e tiro dalla media-lunga distanza) ad errori grossolani. Ma è tutta esperienza, sarà pronto per Londra 2012.

Russell Westbrook
Anche lui troppo a corrente alterna, ma cambia le partite dalla panchina con una prepotenza fisica ed atletica che nessuno riesce ancora a gestire, specie se gli avversari diretti sono i mingherlini Dragic, Becirovic ed Ukic. Qualche momento di supponenza evitabile, qualche distrazione che manda in bestia un maniaco del dettaglio come coach K, qualche errore di lettura e di selezione frutto di un alfabetizzazione mai del tutto completa, per quanto in crescita. Ma soprattutto tanta tanta presenza ed energia ad effetto Gerovital rispetto ai ritmi più sincopati del quintetto iniziale con Billups.

Down


Tyson Chandler
Doveva essere lo specialista in grado di dare presenza e qualche mazzata in area, ma al momento se fosse rimasto a casa nessuno avrebbe notato la differenza. Non è sincronizzato col resto della squadra, per ruolo, caratteristiche tecniche e fisiche, faticando molto a reggere gli alti ritmi e le tante corse dei suoi compagni più atletici. Coi suoi centimetri nelle prossime gare può lo stesso ridimensionare qualcuno dei pochi avversari interni presenti, ma è faticoso pensare che non ci fosse davvero di meglio nel ruolo.

Rudy Gay
Forse il più traballante di tutti in prospettiva eliminazione diretta, nonostante le ottime (e bugiarde) cifre che sta collezionando. Non entra in ritmo, è poco utile e troppo passivo in difesa, tende a soluzioni individuali, non gioca tutto campo; eppure segna con una classe ed una soavità che obbligano a vederlo come imminente All Star non appena farà ritorno a Memphis (e come testimoniato dal micidiale contratto che ha firmato quest’estate) nella a lui più congeniale dimensione NBA. Rischia più di altri la scomparsa dalle rotazioni.

Danny Granger
Se Gay è il più traballante, Granger è molto semplicemente il più deludente, il più in difficoltà ed il più emarginato nelle rotazioni attuali, persino oltre le già non rosee aspettative che avevamo messo in preventivo. Minutaggio al minimo storico, brani di garbage time, persino un Did Not Play non appena la partita si fa seria, ovvero contro i verdeoro di Barbosa e Splitter. Ma diversamente da Gay può riemergere come pedina tattica in qualche quintetto prettamente offensivo per recuperare svantaggi o per l’allungo decisivo.

Stephen Curry
Ha scampato per un pelo il taglio dopo il leggero infortunio poco prima di iniziare l’avventura turca, ma il suo ruolo è stato comunque ridimensionato dallo stato di grazia che sta vivendo Westbrook e dalla palese utilità di Gordon. Entra, quando entra, come ultimo della rotazione, ma ha il grande pregio di essere educato, serio, umile, predisposto al lavoro e di non lamentarsi mai. Il dodicesimo perfetto insomma.

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8 Comments to “Team USA: Up & Down”

  1. simonpietro says:

    come al solito grandissimo pezzo Gerry, sono un appassionato del vostro sito anche se è la prima volta che commento. Mi permetto però di lanciare una provocazione al tuo innamoramento cestistico più recente (condiviso in pieno da chi ti scrive), tale Kevin Durant. Ma perchè nel 4 periodo sparisce sempre? Mookie a novembre scrisse un pezzo su una sua scomparsa di un quarto periodo di RS dopo averne messi 40 (!) nei primi 3 quarti, e con il brasile si è ripetuta la stessa scena: volitivo in difesa con rimbalzi e stoppate, ma solo un punto dei suoi 27 totali, con 0/3 dal campo e 2 perse. E non credo si possa imputare tutto alla difesa di Marquinhos, perchè KD aveva abusato di lui per 20 minuti. Siccome i suoi compagni senza i suoi punti ne hanno messi solo 9, è il caso di cominciare a preoccuparsi per queste sue sparizioni realizzative nei 4 periodi?
    Attendo una tua risposta.
    You really got game guy!!

  2. Gerry says:

    In effetti non è nemmeno una provocazione ma proprio un tema delicato che di tanto in tanto torna d’attualità.

    Adorando il giocatore mi porto subito sulla difensiva, ricordando che se ancora manca una bella collezione di buzzer beater decisivi da parte di Durant, sicuramente ci sono state anche partite in cui è riuscito ad incidere in modo determinante nel finale (ho negli occhi e nella mente per esempio una sequenza favolosa a Phoenix).

    Inoltre è agli atti che tutte le stelle di prima grandezza calano a livello di percentuali nel quarto quarto, perché ovviamente le difese si concentrano maggiormente sul go-to-guy e gli arbitri tollerano maggiormente contatti ed aggressività, che magari Kevin talvolta patisce ancora un po’ o interpreta adeguandosi con leggero ritardo (vedi link 1 in fondo).

    Ad Oklahoma inoltre non si può dire che abbia avuto attorno altri giocatori così consistenti in attacco nei finali, se si eccettua cavallo pazzo Westbrook che però non essendo ancora adeguato lettore ha la tendenza ad incaponirsi e non sempre riesce a distribuire e scaricare al compagno palloni in buone situazioni per andare a segno, per altro con difese oggettivamente preparate per limitare Kevin (vedi link 2 in fondo).

    Aggiungo infine una pignola critica alla fastidiosa pratica NBA di tenere la stella fuori nei primi 6 minuti dell’ultimo quarto, per averlo fresco nei 6 minuti finali: quella che dovrebbe essere una mossa per avvantaggiare il proprio giocatore (e Brooks ha abusato di queste rotazioni predefinite) in realtà a mio avviso non mette in ritmo il ragazzo, che entra nella fase più appiccicosa, tesa e stagnante della partita, con tante interruzioni per time-out o tiri liberi, faticando così a prendere inerzia offensiva.

    Certo ora il fatto di aver visto Durant in affanno realizzativo pure con la maglia di Team USA contro il Brasile nel quarto quarto è un piccolo ulteriore campanello d’allarme, ma non trovo ancora motivazioni tecniche e mentali reali e tali da suscitare preoccupazioni a lunga gittata.

    Ha 21 anni, forse deve solo adattare il suo gioco a certe situazioni speciali, magari talvolta persino essere più cattivo ed affamato a costo di ricevere critiche per eccessive forzature (mi viene in mente Kobe) come gli ha richiesto coach K poco tempo fa, ma sarei l’ultimo ad essere sorpreso qualora dovesse inanellare una bella serie di finali sontuosi, sia con la maglia statunitense che con quella dei Thunder.

    Per approfondimenti da oltreoceano:

    1) http://www.dailythunder.com/20.....h-quarter/

    2) http://nbaplaybook.com/2010/04.....perfectly/

  3. simonpietro says:

    grazie mille gerry, soprattutto per il primo link, anche per il secondo anche se avevo già visto in uno studio nba la marcatura sul go-to-guy di Lakers e Boston per impedire l’uscita dei blocchi. Effettivamente solo Bryant a 21 anni era considerato un Clutch-shooter (per Jordan, che a 21 anni ancora non era in NBA, la sua fama di Closer iniziò con The-Shot-Over-Ehlo), dunque abbiamo grandi margini di miglioramento ancora. E visto che il calo di percentuale nel 4 periodo sarà arcistranoto a coach K, magari avrà deciso lui di non fargli più arrivare la palla, per proteggerlo da eventuali critiche in caso di fallimento

  4. Mike says:

    la fama di Jordan per la propensione al tiro decisivo risale a tempi ben antecedenti a quella partita contro i Cavs:
    finale NCAA 1982, UNC-G’Town: The Shot.
    e aveva decisamente meno anni dei 21 di Bryant che leggo quissù, sul quale preferisco astenermi.

  5. simonpietro says:

    Mike, non ho dimenticato “The shot”, infatti se leggi bene ho scritto che Jordan a 21 anni non era in NBA, ma era appena arrivato al draft (lui è del 63), e quel tiro appartiene quindi ad una carriera NCAA, dunque diverso dal panorama NBA. Se Jordan non fosse stato Jordan, e quel tiro fosse rimasto l’unico game-winner della carriera di Air, staremmo qui tutti a ricordarlo o (come me) a cercare filmati su youtube? Ci credo poco: inoltre ho citato quel tiro in gara-5 contro i Cavs perchè è stato quello più noto alle generazioni più giovani (la mia) per lo spot della gatorade.

  6. Hank Luisetti says:

    “la fama di Jordan per la propensione al tiro decisivo risale a tempi ben antecedenti a quella partita contro i Cavs:
    finale NCAA 1982, UNC-G’Town: The Shot.
    e aveva decisamente meno anni dei 21 di Bryant che leggo quissù, sul quale preferisco astenermi.”

    Media. 😀

    Pubblicità. Basti considerare che quel tiro non avvenne a sirena suonata..ma ci fu un possesso successivo dove James Worthy fu di vitale importanza. proprio quel Worthy che era il miglior giocatore della squadra e del torneo. Non MJ.

    Ps: Bell’articolo. 😉

  7. Mike says:

    what?
    non ho capito: ora i tiri decisivi sono tali soltanto quando arrivano a fil di sirena?

  8. Hank Luisetti says:

    No, semplicemente quello non fu la giocata decisiva.

    Quella giocata fu resa MITOLOGICA dai media.

    Poi gran tiro eh..

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