Small ball è la terminologia tecnica più di moda dalle parti di Team USA.

Durant, Rondo e Billups: lo spirito è quello giusto, ma l'amalgama?


Coach K ed il suo staff appaiono chiaramente orientati ad un adattamento originale dei ruoli che attribuiamo normalmente ai giocatori durante la stagione regolare: le combo guard (1-2) NBA diventano shooting guard (2) FIBA, gli swingman (2-3) diventano combo forward (3-4), le ali piccole (3) diventano ali grandi (4), le combo forward (3-4) diventano centri (5).

Rondo, Rose e Chandler sono gli unici giocatori schierati come siamo abituati a vederli, a solida ed ulteriore dimostrazione che fissare con numeretti e sigle il concetto di ruolo intermedio (2-3-4) nella pallacanestro moderna, a prescindere dal continente in cui si gioca, è una pratica sempre più inutile.

Billups e Curry giocano guardie, Granger, Gay ed Iguodala devono a turno spendere minuti in ala grande, Odom gioca centro di riserva dopo l’inevitabile taglio non superato da JaVale McGee, che pare aver quindi dato il via libera a Kevin Love.

Kevin Durant è un caso a parte, un magistero superiore, un califfo del gioco, ma prima di ogni altra cosa una rivoluzione implicita di questo sport, dall’inquadramento ancora aleatorio e forse mai possibile come ogni capostipite di una razza.

Avrebbe fatto un certo effetto pensare che Team USA fosse costruito intorno a lui ed ai suoi 22 anni, ed effettivamente Kevin non appare come l’indiscusso leader della squadra o go-to-guy in attacco, pur avendo ampia possibilità di esprimersi palla in mano e libertà di prendersi jumper anche quando le percentuali stentano.

No, Durant è in una sorta di fase interlocutoria d’apprendistato, in cui sta immagazzinando nuove formule di gioco, di spaziature, di convivenza, di ruolo, di compiti difensivi e di opzioni offensive, quasi come se questo Mondiale fosse per lui un semplice punto di raccordo verso il momento in cui prenderà definitivamente in mano la squadra ed i compagni (oltre all’intera NBA), magari proprio a Londra 2012.

Non è un caso che i suoi pretoriani di Oklahoma stiano poco alla volta vedendosi sfuggire la convocazione nei 12 che comporranno il roster in Turchia: Jeff Green non ha superato il penultimo taglio, mentre Russell Westbrook è nella volata finale con Eric Gordon per l’ultimo posto disponibile, ma con situazione in divenire che potrebbe coinvolgere chiunque tra i piccoli.

Nel duello attuale tra i due coetanei del 1988 francamente troverei più sensato far fare la squadra a Gordon, più adatto di Westbrook a giocare negli spazi in suolo FIBA grazie alla capacità di muoversi senza palla ed uscire dai blocchi, interpretando più che degnamente il mid range game ed avendo in generale più modi di andare a canestro rispetto all’ex UCLA.

Russell dal canto suo è un animale fisico ed atletico che difficilmente troverà avversari in grado di mandarlo fuori giri nell’uno contro uno sui due lati del campo, ma potrebbe bastare una zonetta velenosa di qualche tecnico slavo per far saltare il banco e far emergere in un sol colpo tutti i limiti dell’atipico play dei Thunder, in particolar modo l’inaffidabilità al tiro dalla media e lunga distanza e la frequenza di palle perse per errata lettura.

Il ballottaggio per l’ultimo taglio potrebbe anche diventare a 3 se si prendesse in considerazione Stephen Curry, che però appare fatto col sarto per giocare non solo con le regole FIBA, ma in particolare nel sistema di coach K che non può fare a meno di un vergognoso e screanzato tiratore dalla lunga distanza nel suo gruppo (si pensi ai vari tiratori mingherlini – da Hurley a Scheyer passando per Langdon e Redick – della sua Duke).

Il veterano e la chioccia per questi sbarbati sarà Billups, utilizzato da Krzyzewski con pochi compiti di impostazione palla in mano, ma quasi come leader occulto di personalità, all’occorrenza guardia del corpo dei bimbi Rondo, Rose e Curry, altrimenti guardia tiratrice completa in grado anche di coinvolgere e spezzare raddoppi dopo le prime rotazioni perimetrali.

La mazzata definitiva alle ambizioni di Westbrook potrebbe arrivare dalla presenza delle due point guard ad oggi sicure del posto: Rondo e Rose bastano ed avanzano come fattispecie iper atletica e dalla somatica introvabile nel resto del pianeta, ma con comprensione del gioco e consistenza al tiro che costringono la giuria a trattenersi a lungo in camera di consiglio.

Se Westbrook vuole rientrare in corsa è paradossalmente costretto a fare la corsa su uno di loro più che su Gordon e Curry.

Accadeva solo 6 anni fa...

E’ con le sue point guard che Team USA si gioca il buono (o cattivo) esito del Mondiale. I più fragorosi fallimenti della storia recente della nazionale americana trovano motivazioni nell’assenza di playmaker con lettura, IQ cestistico ed esperienza al servizio della causa.

Il terrificante sesto posto nel Mondiale 2002 arrivò con gli inadatti Baron Davis, Andre Miller e Jay Williams; la squadra che ottenne l’amarissima medaglia di bronzo alle Olimpiadi di Atene del 2004 proponeva addirittura come point guard Allen Iverson e Stephon Marbury, esattamente tutto quello che bisogna essere per non essere playmaker.

Anche il rookie Chris Paul del 2006 non era l’uomo giusto al posto giusto, perché non era ancora in grado di snaturare il suo gioco secondo lo statuto Byron Scott a New Orleans, che prevedeva 20 secondi di palleggio per il suo play e poi improvvisazione palla in mano nell’ultima parte dell’azione, possibilmente portando il ritmo a livello rasoterra.

Ovvero tutto ciò che non deve fare Team USA per vincere contro i maleducati cubi di Rubik che gli saranno proposti in territorio Ottomano: i giocatori NBA hanno storicamente incontrato difficoltà a difesa schierata e bassi ritmi, contro zone, match-up, box-and-one e trabocchetti assortiti proposti dai preparatissimi tecnici avversari.

I passi in avanti mostrati nella lettura di queste difese da parte dei ragazzi di Coach K a Pechino sono stati lapalissiani, ma Chris Paul aveva due anni preziosi di esperienza in più ed alle sue spalle non c’era il nulla (Hinrich) ma tali Deron Williams e Jason Kidd (per quanto stranito), senza contare poi la qualità del resto della compagnia.

In questo senso la scelta di Rose e Rondo (o Westbrook) troverebbe un senso specifico nella capacità di spezzare il gioco e correre ad alti ritmi sfruttando il maggiore atletismo loro e dei compagni.
Ma come si comporteranno Derrick e Rajon (o Russell) quando dovranno adattarsi ai ritmi bassi opposti dalla Grecia di turno oppure non troveranno corsa in transizione e saranno costretti a leggere il gioco in spazi melmosi che non conoscono?

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3 Comments to “Team USA chemistry – Backcourt”

  1. Lore says:

    D’accordissimo su tutto. Eric Gordon, secondo me è d’obbligo (per quanto io adori Westbrook). Ho tanti dubbi anche su Rose (altro giocatore cha a livello NBA adoro). Come dici te, se si corre questa squadra non la tiene nessuno, è costruita in funzione delle ripartenze immediate. Ma se il gioco richiede un minimo di ragionamento Rose palla in mano può disorientarsi un pò. Dirò una cosa impopolare (anzi pongo una domanda): ma non sarebbe stato meglio portarsi un play con molta esperienza europea invece di una delle giovani (seppur atleticamente devastati) guardie che ci sono nel gruppo (gordon, westbrook, rose, curry)?

  2. Luca10 says:

    Gerry, Gerry…pure tu mi cadi su…no, non sull’uccello ma sul Russello! Westbrook è nettamente il miglior difensore di Team USA; e solo rimanendo tra le PG è molto più adatto al gioco FIBA sia di Rose sia, soprattutto, dell’inutile Rondo. Lasciare fuori lui sarebbe un errore gravissimo.

  3. Gerry says:

    Westbrook sarà anche il miglior difensore sulla palla di Team USA (concetto diverso dall’essere miglior difensore in assoluto ed elemento meno essenziale che in NBA), ma a me pare inadatto al gioco FIBA esattamente come gli altri due. 🙂

    Senza l’infortunio di Curry temo fosse spacciato, ora grazie alla prova con la Lituania è tornato in corsa con una serie di concause e si candida ad un posto.
    Se Russell rientra nei 12 e Curry sta bene, come scritto rischia effettivamente molto Rondo a questo punto.

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