Get along 76ers
Charles Barkley dissed Larry Bird.

Quando Charles era magro e imparava da Moses Malone.


La città dell’amore fraterno non vive grandi momenti di basket da troppo tempo.
E come dice anche la pubblicità, nostalgia isn’t glamour.

Cos’hanno in comune Charles Barkley e Allen Iverson?
Sono stati gli ultimi due veri idoli ad indossare la divisa che fu di Wilt Chamberlain. Ma anche di Julius Erving – also known as Doctor J. – e di Moses Malone, con Mo Cheeks artefici del terzo ed ultimo anello della franchigia giunta in Pennsylvania da Syracuse. Un bel 4-0 rifilato ai Lakers in finale, ma un successo pur sempre datato 1983!

A riaccendere qualche speranza sono stati proprio Sir Charles e The Answer, due vere superstar, entrambi una volta nominati MVP della Lega. Ma come non mancherebbe di far notare l’altro autore di questo blog, nessuno dei due ha vinto un titolo nella città che li ha lanciati nel grande basket. A dire il vero, nessuno dei due ha conquistato l’anello neppure altrove.

Allen Iverson, una finale da leader dei Sixers.

Nella città natale di Kobe Bryant il dopo-Iverson non è ancora stato superato. Da quando Allen decise di raggiungere Carmelo Anthony in Colorado nel 2006, i gradi di nuovo franchise player sono passati ad Andre Iguodala. Che credo non possa davvero essere leader né elemento chiave di una qualsivoglia squadra con ambizioni di titolo.

Ma mi rendo conto di essere una voce fuori dal coro, se questo swingman al settimo anno nella Lega è la punta di diamante del Team USA che affronterà i mondiali tra un paio di settimane. Proprio ieri ho letto..

USA coach Mike Krzyzewski called him “one of the key guys for our team” at the FIBA World Championship beginning Aug. 28 in Turkey.

Tanti auguri coach K.

Prova che il recente passato della franchigia sia stato molto deludente, a Philadelphia in questi giorni si sta completando una piccola rivoluzione. Bocciato coach Eddie Jordan dopo una sola stagione, ben spolverato e lustrato torna su una panchina NBA coach Doug Collins.

Gli esperti dissero che la partenza di Andre Miller, direzione Oregon, non fosse poi così rilevante per il sistema di gioco di Jordan e che quel Louis Williams che fremeva per un ruolo da starter potesse bastare. Si sbagliavano, ed io con loro.

Da ieri i Sixers hanno un nuovo Presidente. Scarica (o viene scaricato, dipende dalle fonti) i Nets e si trasferisce in Pennsylvania Rod Thorn. Amico di vecchia data dell’attuale General Manager Ed Stefanski che dunque resterà al suo posto, per la gioia dei tifosi locali.

Prendete un blog a caso dell’area Sixers e scoprirete che il colpevole della mediocrità in cui è sprofondata la squadra è, per tutti, proprio Stefanski. Due anni fa fu esaltato da tutti, il vero re del mercato, colui che aveva portato agli emergenti Sixers il tassello mancante: Elton Brand.

L’ex Clipper, una carriera senza macchia prima di lasciare al California, ha pagato dazio prima con un infortunio molto pesante e poi non riuscendo mai ad integrarsi del tutto nel gioco tutt’altro che ragionato dei Sixers.
Le attenuanti ci sono, ma quel che conta è che ora il contrattone di Brand è per tutti un albatross pauroso. Un atleta che non rende e che non si riesce a vendere.

Su Liberty Ballers un blogger ha proposto una mozione per affidare la gestione manageriale a Mark Warkentien (gm uscente da Denver), mentre un altro lascia intendere che la priorità è liberarsi di Stefanski a prescindere.

Nonostante la miriade di spazio salariale che si libererebbe magicamente se trasferissimo il contratto orrendo di Elton Brand – e nonostante il talento di giovani come Jrue Holiday, Evan Turner e Andre Iguodala facciano un bell’effetto sulla carta – non sarei ancora convinto che Stefanski possa compiere decisioni solide. Immaginate quanti altri Tony Battie, Francisco Elson e Primoz Brezec firmerebbe Stefanski con tutto quel tesoretto da parte.

Where you can’t handle the Jruth.
È lo slogan del blog appena citato e lascia intendere che da quest’anno si punta forte sulla giovane point guard Holiday. Una buona guida, sia in panchina che in campo, può davvero innescare un gruppo che a dirla tutta non è sprovvisto di talento. Per questo sui Sixers pende un enorme punto di domanda: un coach riesumato e un sophomore ancora da valutare saranno snodi cruciali per indirizzare la stagione verso un ritorno ai playoff o la conferma in lottery.

A meno di major trades in questa offseason. Thorn infatti al suo arrivo nel New Jersey mise a segno il colpaccio Jason Kidd, poi leader dei Nets che disputarono per due volte le Finals. Quanto servirebbe a questi Sixers un Kidd at his prime!

Nella città in cui fu firmata la Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti, quest’estate è stato inchiostrato uno dei più interessanti talenti provenienti dalla NCAA: Evan Turner.

La scelta #2 del draft 2010 ha però steccato clamorosamente alla Summer League di Orlando, facendo finire i Sixers tra i loser nei vari bilanci post-draft di molti giornalisti americani. Ma che il ragazzo sappia giocare a pallacanestro è assodato e rispetto ad altri coetanei ha un atteggiamento meno da star, come dimostrano le parole con cui ha valutato la sua prima esperienza NBA.

Essere preso a calci nel sedere è stata davvero una di quelle esperienze che ti aprono gli occhi, ma è stata anche una buona cosa. Era da un sacco di tempo che non mi capitava e mi ha fatto capire quanto duramente dovrò lavorare per essere pronto per il Traning Camp.

Durante la off-season è arrivato anche Spencer Hawes, un lungo che si completa molto bene con un altro giocatore dal potenziale ancora inesplorato come Marreese Speights: una coppia giovane che non farà sentire la mancanza di Dalembert e che può supplire agli acciacchi di Brand.
E per mettere un po’ di pepe è arrivato anche l’argentino Nocioni, pronto ad infiammare i suoi nuovi tifosi.

Il presente è ancora sotto il segno di Iguodala, ma per il futuro la coppia su cui fare affidamento certo è quella che porta i nomi di Evan Turner e Thaddeus Young.

Con la speranza che non facciano la fine della coppia che faceva sognare i tifosi Sixers a metà anni novanta, quella nominata a chiusura della canzone di G.Love & Special Sauce.

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