L’importante non è vincere, ma partecipare.
Basta non dirlo ai giocatori NBA!

Io voglio vincere...


La vittoria, nello specifico la conta degli anelli, sta diventando l’unica paranoica ossessione di un professionista NBA, dai 20 ai 40 anni.

A volte sembrano quasi secondari il perfezionamento dei fondamentali o della forma fisica ed il miglioramento dei compagni già presenti: prima trovatemi una squadra dove possa vincere oppure cacciatemi i brocchi che ho attorno per prendere chi dico io, e dopo se ho voglia vengo giù a giocare per voi.

Ma così il riconoscimento in questa lega diventa sempre più difficile, perché la NBA non può fondarsi su simili principi che fanno perdere proprio l’essenza democratica e meritocratica che l’ha resa così speciale.

Sui tre amigos di South Beach è stato detto tutto.

Kobe era già a Chicago in maglia biancorossa pregustando un confronto ancora più diretto col suo Mahatma, prima che i Bulls si arenassero sull’inserimento di Luol Deng nella trattativa.

Ci provò persino Paul Pierce, ad un passo dall’essere ceduto per Chris Paul nel 2005 non senza espliciti ricatti formulati a Danny Ainge.

Conosciamo le vicende di Allen, Garnett, Gasol, Odom e Artest, monopolisti delle recenti Finals ma tutti passati da crisi di rigetto (talvolta inevitabili) nelle precedenti franchigie di appartenenza.

Ora mugugnano ovviamente Carmelo Anthony, Deron Williams e Chris Paul, perché sia mai che restino a zeru tituli fuoriclasse della loro caratura!

Il meccanismo NBA macina da sempre i giocatori nella terribile distinzione tra vincenti e perdenti, in cui i primi sono solo quelli con gli anelli (e più ne hanno ovviamente più lo sono, il “come” è secondario), mentre i secondi sono nella migliore delle ipotesi degli incompiuti.

Ma oggi il livello raggiunto da queste pretese sta portando ad ansie premature e palesi distorsioni del libero mercato NBA, con ragazzi di 25 anni che non hanno nemmeno la pazienza di aspettare due lustri contrattuali (i fatidici 10 anni) per abbandonare la loro franchigia.

I triumvirati, quadrumvirati, big-three e big-four formati ed in via di formazione sono solo la logica conseguenza di tale processo.

...ma io di più!

In questo scenario grottesco, non me la sento proprio di criticare Shaq (per lo meno non più di altri) per quello che ha fatto, ma caso mai per la squadra con cui ha deciso ora di farlo.

In molti faticano a non leggere ogni mossa fatta da The Diesel in funzione di Bryant e di quella epidermica necessità che pervade entrambi di chiudere la carriera con più titoli dell’altro.

E’ agli atti il primo commento dopo gara 7 di Kobe, dedicato all’ex compagno per il sorpasso nel numero di anelli posseduti, così come lo era dal 2008 il rap Kobe, you can’t do without me che uno Shaq poco profetico elargì all’ex Reggio Emilia dopo la sconfitta contro Boston.

Però O’Neal non ha vissuto la sua carriera via da Los Angeles solo in funzione del suo nemico-amico, ma semplicemente in funzione della vittoria e della ribalta, con un pizzico di innato cabaret che lo contraddistingue.

Lo mise in chiaro subito ad Orlando, che contribuì a portare alle Finals ma che abbandonò al primo giro di rinnovi per il palcoscenico e le luci griffate della California.

Phoenix e Cleveland sono state tra le più nitide nemiche recenti di Bryant, ma semplicemente perché sono state contender ed in quanto tali hanno incrociato il fuoco nemico dei Lakers.

D’altro canto i tifosi Lacustri criticano le scelte di Shaq (ed ora dei tre amigos di South Beach) forse dimenticando che ad inaugurare la prassi del nuovo millennio, sia pur con sfumature differenti, sono stati proprio i gialloviola con Malone e Payton, nel papocchio del 2003-2004.

Ma se il peregrinare di Shaq non appare ai miei occhi così degno di denigrazione in quanto tale, ora da tifoso Celtics ed alla luce di questa sua scelta mi schiero solidale ed inscindibile coi cugini del Pacifico.

Scegliere Boston per Shaq rappresenta qualcosa in più della semplice necessità di appagare la sua voglia di vincere.
Scegliere Boston per Shaq vuol dire lanciare un messaggio all’intero ambiente Lakers, Kobe in primis: di quello che è stato con voi me ne infischio!

E’ la provocazione massima, la spaccatura definitiva, l’adesione alla nemesi storica, il rifiuto consapevole di entrare nella storia dei più grandi ad aver vestito quella maglia.
E’ l’impossibilità di diventare una bandiera o di essere identificato con una precisa franchigia a fine carriera.

No, Shaq non è un Magic, non è un Heat, non è un Sun, non è un Cavalier, non sarà un Celtic. Ma ora men che meno è e sarà ricordato come un Laker.
E’ il Most Dominant Ever. Per pochi, ma non per tutti.

Se prima non capivo le lamentele dei tifosi gialloviola quando bazzicava a Miami, Phoenix e Cleveland, ora comprendo perfettamente il fastidio che suscita vedere il loro ex amatissimo centrone in maglia biancoverde.

Poiché però quando si inizia a giocare ce ne freghiamo tutti del mancato riconoscimento in questa nuova NBA del 2010, chiunque ha già all’orizzonte il bimestre Maggio-Giugno 2011 con una sola ancestrale speranza in testa: la sfida perfetta, la finale delle finali, il quadro perfetto dell’epopea.
La bella tra Celtics e Lakers con l’aggiunta di Shaq.

Per i tre amigos di South Beach ci saranno almeno 10 anni di tempo, non c’è alcuna fretta. Anzi, un po’ di scoppole iniziali potrebbero anche renderli più simpatici e far sembrare più sofferti i loro successi.
Tanto in un modo o nell’altro saranno tutti vincenti, prima o poi.

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5 Comments to “Barone de Coubertin? No, grazie”

  1. Platini says:

    “D’altro canto i tifosi Lacustri criticano le scelte di Shaq (ed ora dei tre amigos di South Beach) forse dimenticando che ad inaugurare la prassi del nuovo millennio, sia pur con sfumature differenti, sono stati proprio i gialloviola con Malone e Payton, nel papocchio del 2003-2004.”

    Non puoi fare un paragone così, e probabilmente lo sai già, né con Shaq che di anelli ne ha già vinti parecchi rispetto a Malone e Payton, né con i tre “giovanotti” che non sono a fine carriera come i due “vecchietti” all’epoca. In più questo è un percorso, negativo, che già fecero qualche anno prima dei Lakers i Rockets con Drexler/Olajuwon/Barkley..

  2. Gerry says:

    Assolutamente, come già anticipi tu era solo un modo per dire che situazioni del genere, magari ibride o con sfumature differenti, hanno fatto parte da sempre della storia della NBA e riguardano un po’ tutte le franchigie “di prima fascia”.

    Personalmente penso che l’andare a cercare di vincere in un’altra squadra senza aver mai vinto prima sia un’aggravante, ed infatti percepisco le posizioni di Malone e Payton all’epoca come più gravi di quella di Shaq oggi.

    Se poi almeno lo fai a fine carriera è un conto, invece la nuova moda di avere l’ansia da vittoria già a 25 anni devo ancora digerirla.

    Ma è proprio un fatto di pelle, romantico. 🙂 Poi ognuno si fa la propria personale idea in base a simpatie ed approccio alla NBA, ci mancherebbe.

    Alla fine l’unica vera costante che riguarda tutti quei casi è una sola: l’ossessione, quasi fisica e culturale insieme, per la vittoria.

  3. doppok says:

    Non vorrei esagerare, ma credo che questa forte spinta verso la vittoria sia frutto di MJ e della sua incredibile propensione alla vittoria. Chi è venuto dopo di lui si è dovuto confrontare col fatto che MJ è grande proprio grazie alla sua estenuante ricerca della vittoria. Ha affamato tutti…

  4. Mike says:

    io tutta ‘sta voglia di vincere in NBA non ce la vedo e non ce l’ho mai vista in epoca recente, francamente.

    vedo gente che si fa riempire il portafoglio per anni e poi arriva a fine carriera non solo senza anelli, quando va bene, ma con poche apparizioni in post-season e con pochi turni superati.

    tutti ex-all stars che a fine carriera vanno a riempire i rosters delle contenders e che vogliono provare il brivido spesso inedito di una serie di Finals. ma lo fanno da comprimari, quasi da comparse. questo è accattonaggio.

    guadagnano stipendi annui a 8 cifre per uno o due lustri, poi si accorgono che il c/c è abbastanza pieno per le prossime 3-4 generazioni e si accontentano del minimo salariale per elemosinare un anello altrove, lontani dal posto che ha sfamato le loro prossime genie.

    bastava una cifra in meno nell’assegno mensile o uno sconto del 30% davanti al dirigente di turno per poter competere da giovani protagonisti e non da distributori di cammei con tanto di rughe sul volto.

    non confondiamo la voglia di vincere con la paura di essere ricordati come dei perdenti o, ancor peggio, di non essere ricordati affatto.

  5. Gerry says:

    Nella generazione precedente prevaleva ancora la voglia di giocare o di accettare una sfida a fine carriera, come portare una squadra ai playoff anche senza pretesa di titolo.

    Senza pensarci troppo ricordo il peregrinare solo per pur spirito del gioco di Ewing e Parish, ma c’è un esempio più fragoroso di tutti, ovvero Michael Jordan, che quasi solo per amore di questo gioco si ributtò nella mischia senza aspettative di settimo anello a Washington.

    Magari sono vicende che hanno aspetti tristi per via del passare del tempo, ma non sono casi di accattonaggio.

    Dal 2000 in avanti, invece, se sei un veterano senza titoli la tua parola d’ordine è elemosina, in forme e sfumature differenti di caso in caso. O vado dove posso finalmente vincere, o niente. Fatto a 25 anni o a 35 anni è diverso, ma la categoria è la stessa.

    Al tempo stesso però mi piace differenziare i casi di chi ha già vinto e vuole riprovarci (Pippen è un altro caso Shaq per molti aspetti) da quelli dei mendicanti e dei paranoici.

    Alla fine non ci sono regole, ma solo pure e semplici storie NBA di uomini e giocatori.
    Ognuno si fa la propria idea in base al tipo di NBA che ha vissuto e che ha amato, ed in questo senso preferisco senza esitazione uno Shaq ad un LeBron, tanto per farla breve.

    Ricordo infine solo tre giocatori nella storia recente della NBA che hanno rinunciato a soldi nel pieno della loro carriera pur di permettere alla propria franchigia di vincere prendendo altri campioni: John Stockton, Tim Duncan e Michael Jordan.

    Ed anche se il primo dei tre non compare nell’albo d’oro, penso possa non bastare altro della percezione che creano quei tre nomi nella stessa riga.

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