Se c’è una cosa che amano gli americani è dare premi a tutto ed a prescindere, sia nel bene che nel male.
Se c’è una cosa che invece odio io è mettere la faccia dopo meno di 10 partite provando ad azzardare i candidati ad uno dei più sfiziosi quanto imponderabili premi NBA di fine stagione.

Ma me la rischio lo stesso.

Nato come “Comeback Player of the Year”, dando quindi un accento ulteriore al giocatore tornato alla ribalta dopo una stagione più o meno di assenza, nel suo significato originale esaminerebbe il curriculum di illustri resuscitati come Gilbert Arenas, Monta Ellis, Chris Kaman, Luol Deng o Brandan Haywood.

Oggi il criterio del Most Improved Player Award può invece prendere quattro strade differenti, costringendomi a suddividere i candidati in altrettante categorie che in realtà rappresentano solo l’escamotage per parlare delle maggiori sorprese positive di questo scorcio iniziale di stagione.

Mi succederai tu.

Mi succederai tu.

1) Forti, fortissimi, praticamente All-Star?

Sono i giocatori già forti che hanno intrapreso il percorso per un ulteriore salto di qualità, avvicinandosi così alla confraternita dei migliori interpreti della lega.

Trevor Ariza (Houston)
Per certi versi la candidatura aveva più senso l’anno scorso, quando il suo contributo è stato decisivo per l’anello del Bryant e per la firma su un contratto che garantisce le rette universitarie agli eredi. Ma per chi pensava fosse solo un giocatore da sistema ed un quinto violino non in grado di affermarsi fuori dall’orchestra di quei Lakers, coach Adelman pare avere due o tre considerazioni che vanno in senso opposto.

Andrea Bargnani (Toronto)
Difesa e presenza a rimbalzo sono sempre quelle che sono, ovvero un problema di non scontata soluzione; ma palla in mano il Mago sta distribuendo inquietanti segnali Nowitzkiani, dando la sensazione di poter segnare ad ogni possesso. E siamo sicuri che Dirk difenda più di lui? Se solo mettessero attorno ad Andrea un supporting cast più aderente alle sue caratteristiche…

Aaron Brooks (Houston)
Le sue gambe esili sembrano doversi staccare dal corpo da un momento all’altro tipo quelle di un burattino; quando sta per caricare il tiro da 3 dà la sensazione di non avere la forza per arrivare nei pressi del ferro; quando penetra verso il centro dell’area giri lo sguardo d’istinto per il terrore che possa spiaccicarsi contro qualche montagna che pesa il doppio di lui. Eppure nel tentativo di Houston di rimanere a galla nonostante un personale apparentemente di secondo piano, hanno un ruolo essenziale i 17 punti e 6 assist del piccolo grande Aaron.

Andrew Bynum (Los Angeles Lakers)
Chiedergli di restare sano per almeno venti partite consecutive sta diventando più affannoso che acciuffare Bin Laden, eppure in contumacia Gasol ha dimostrato che per quel ruolo di anti Dwight bisogna fare i conti con lui prima ancora di Oden e Lopez. Cifre ed impatto decollati, da verificare la salute ed il rendimento col ritorno dello spagnolo, ma quest’anno il bimbo vuole fare definitivamente sul serio. Il problema è che non dipende solo da lui.

Rudy Gay (Memphis)
Vuoi vedere che nel delirio di Memphis il buon Rudy ha girato due viti e si è definitivamente sbloccato? Scommettere sul talento pazzo di Gay è come credere che Masciarelli sia dimagrito davvero con Giorno&Notte, eppure anche all’interno della sua consueta incostanza si è stabilito sulla delicata soglia dei 20 punti a partita, che separa i realizzatori dagli eccellenti realizzatori. Non riesco proprio a capire che canovaccio possa prendere la sua carriera in futuro, ma come eleganza sul parquet pochi raggiungono la classe dell’ex UConn.

Joakim Noah (Chicago)
Indovinate un po’ chi è in testa nella classifica assoluta dei rimbalzi? Il figlio di Yannick ha ormai la doppia doppia di default, con difesa ed energia sempre alimentate da picchi testosteronici elevatissimi. Fanno capolino anche sostanziali progressi nella fase offensiva, come per esempio nella meccanica ai liberi che è stata almeno derubricata dalla categoria degli atti osceni in luogo pubblico. Avere palla in mano in attacco non sarà mai il momento preferito delle sue partite, ma allo stesso tempo fame, etica lavorativa e voglia di migliorare difficilmente l’abbandoneranno lungo la sua carriera.

Marc, ringrazia solo te stesso.

Marc, ringrazia solo te stesso.

2) Giovani, carini ed affamati

Sono i sophomore, i giocatori cioè al secondo anno che trovano minuti ed impatto dopo il rodaggio nella stagione da rookie.

Ryan Anderson (Orlando)
Alla faccia del cambio di Rashard Lewis! Una sentenza da tre, in un sistema disegnato su misura per lui, e la solita pletora di rimbalzi, come al college; ma anche segnali fragorosi in avvicinamento e tutto campo. Peccato per l’infortunio proprio in assenza del titolare, ma Orlando nella trade Carter si è ritrovata incluso nel prezzo un gioiellino di raro interesse e sicuro avvenire.

Danilo Gallinari (New York)
Quando dai l’assalto al primato nella classifica dei tiri da tre tentati (ma la concorrenza di Granger è feroce) ed accompagni questo riscontro con il mostruoso 47% di realizzazione (il buon Danny si ferma al 30% al momento), vuol dire che la tua esplosione si può ritenere un fatto certificato anche nei numeri. Ci piacerebbe vedere Danilo (oltre che con qualche vittoria in più) maggiormente coinvolto per rendere merito alle tante altre cose che sa fare in campo, ma la sua candidatura è serissima.

Marc Gasol (Memphis)
Una delle mie più clamorose cantonate nella valutazione delle prospettive di un giocatore, perché tre anni fa non solo dubitavo potesse avere questo tipo di carriera, ma ero scettico persino sul fatto che potesse averne una oltreoceano in assoluto. Se esistesse il premio per il Most Improved Player nel salto dall’Europa agli Stati Uniti, a Marc dovrebbero dedicare anche il logo per i vincitori futuri. Primato in famiglia a rischio?

Roy Hibbert (Indiana)
Se sta lontano dai falli, nonno Roy può fare davvero la voce grossa in area NBA. Forse è e sarà sempre ad un livello leggermente inferiore rispetto al quartetto giovane di lunghi (Howard, Bynum, Lopez, Oden), che per un motivo o per un altro ha qualcosa in più come valore assoluto. Ma se ne facciamo un discorso di movimenti dal post basso, quello che si avvicina di più alla fattispecie classica e completa del centro puro anni ’80 è senza dubbio Hibbert.

Anthony Randolph (Golden State)
Punto esclamativo in movimento, animale da fantanba, ha un solo enorme difetto: è un ventenne nella morsa delle lune calanti di Don Nelson, che è un po’ come mettere il proprio destino nelle mani di Wanna Marchi. Se gioca ed in quel sistema, può mettere insieme cifre imbarazzanti ed ipotecare il premio; ma se il coach lo tiene a bagnomaria, si rimanda l’esplosione al 2010.

Marreese Speights (Phildelphia)
Sta diventando complicato lasciare fuori “Matarrese” a favore degli interlocutori Brand e Dalembert degli ultimi tempi. Cambia le partite dei Sixers dalla panchina con rara presenza nel pitturato, mostrando anche miglioramenti nelle letture ed in difesa, non certo pane per i suoi denti fino all’altro ieri. Non sarebbe affatto una sorpresa ritrovarselo in quintetto da un momento all’altro.

To be continued… Most Improved Player 2010: nomination (Part.2)

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4 Comments to “Most Improved Player 2010: nomination (Part.1)”

  1. Mike says:

    ma che te “la rischi lo stesso”? metterai una ventina-trentina di candidature, praticamente tutti quelli eleggibili. vergogna.

  2. Gerry says:

    Ammetto un po’ di disgusto anche da parte mia per me stesso.
    Ma come premesso, il listone è da prendere come l’escamotage per parlare delle sorprese di questo inizio stagione.

    P.S.: in effetti con la Part.2 si arriverà nei pressi dei 25 nominati. Ma vedrai che il vincitore del MIP non sarà presente lo stesso!

  3. SON-DAG-GIO! SON-DAG-GIO! 🙂

  4. Gabriele says:

    Ciao.
    Per quello che seguo il basket NBA, in genere il MIP viene dato anche in base ai risultati raggiunti dalla squadra.
    Cioè un discorso tipo “Quello sì che è cresciuto un sacco quest’anno, e la squadra è anche migliorata molto”
    Granger infatti se l’è giocata con HArris anche perchè sia Indiana che NJN avevano avuto cessioni importanti (O’Neal e Kidd+Jefferson mi pare), sia perchè entrambe si sono giocati gli ultimi posti ai PO per un po’ di tempo.
    Anche Monta Ellis è stato premiato per quel motivo credo.
    Facendo questo ragionamento, direi che si può già sfoltire un bel po’la tua lista.
    Però in effetti il MIP è stata una bella “scusa” per poter parlare dei giocatori emergenti 😉

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