Non è forse giunto il momento di dire che la gestione Bryan Colangelo & Maurizio Gherardini in quel di Toronto è stata tra le peggiori negli ultimi 4 anni di NBA?

Colangelo e Gherardini, i volti della perplessità.


Nasce tutto, fa male dirlo, dalla sbagliata prima scelta assoluta di Andrea Bargnani nel diabolico draft 2006. Eravamo in molti, Chris compreso, a far notare che la compatibilità tra il Mago ed il già a roster Bosh avrebbe rappresentato un cubo di Rubik di enigmatica soluzione per gli staff tecnici che si sarebbero succeduti.

Paradossalmente Colangelo ottenne quell’anno il riconoscimento come Executive of the Year, frutto quasi esclusivo delle felici intuizioni Anthony Parker e Jorge Garbajosa, grazie alla storica ed oserei dire social-geopolitica predilezione della franchigia canadese per il mercato europeo ed i fuoriclasse del vecchio continente.

Da allora sono trascorsi 4 lunghi ed inutili anni nel vano e disperato tentativo di dare un senso alla presenza contemporanea di Bargnani e Bosh, palesi esempi di amalgama chimica impossibile da trovare nella pallacanestro moderna per fabbisogno delle stesse spaziature offensive ed interlocutoria opposizione difensiva.

Ci ha provato ad un certo punto coach Sam Mitchell (dopo aver subodorato un andazzo con freccia verso il basso che avrebbe infatti trovato sfogo nel passaggio da Coach of the Year più mummificato della storia a silurato disoccupato) alzando vertiginosamente il ritmo della squadra per schierare il minor numero di volte possibile la propria inadeguata difesa specie all’interno dell’area.

Il progetto seven seconds or less in versione Raptors si scontrava tuttavia con l’inadeguatezza di Calderon nel giocare quel tipo di attacco di corsa e contropiede, indigesto all’iberico che adora invece improvvisare all’interno di disciplina ragionata su metà campo.

Nel frattempo José era però stato firmato con un mefistofelico contrattone che alla voce contabile registrerà 10 milioni e mezzo nel 2012-2013. In pillole, un albatros, che non a caso è oggi in offerta di saldo in giro per la lega ma che nessuno sembra minimamente intenzionato a sobbarcarsi.

A corollario, tanti tentativi per cercare di sbrogliare la matassa ma mai un’intuizione definitiva vincente: TJ Ford, Jermaine O’Neal, Shawn Marion. Ovvero mezzi giocatori, ex All Star, fuoriclasse da sistemi circoscritti e solo a precise condizioni, tutti regolarmente liquidati nel giro di poco rappresentando un’opportunità contabile più che un valore tecnico per la squadra.

L’estate scorsa arrivò la perla definitiva, la madre di tutti gli errori, il papocchio all’ennesima potenza: la firma di Turkoglu, che ha riscritto a modo suo il concetto di Mamelucchi, mercenari turchi che nel Medioevo si vendevano a chiunque pur di raccattare qualche soldo in più.
E sappiamo come è andata a finire la rivisitazione di Hedo.

Ora abbiamo assistito alla gaffe dai contorni non del tutto chiari sul contratto di Barnes, che per non saper né leggere né scrivere non ha perso tempo e si è accasato al sole della California già pregustando le battaglie contro i tre amigos di South Beach verso Giugno, ed al solito arrivo di un giocatore FIBA oriented come Andersen, a rimpinguare la colonia non indigena come da prassi.

Di tutti i free agent disponibili quest’estate, l’unico sulla cui partenza non si accettavano scommesse era Bosh, come ha candidamente ammesso Colangelo in una recente intervista che è il manifesto programmatico di un fallimento manageriale:

Abbiamo provato in tutti i modi ad inserire pezzi intorno a Chris in questi anni, ma è stato inutile. Giocatori differenti, stili differenti, ma non ha funzionato.
Ed intimamente ho sempre saputo di non avere speranze di tenerlo a Toronto, c’erano troppi altri interessi attorno a lui.

Ma allora perché non provare almeno a scambiarlo l’anno scorso?

Il progetto non c’è, le idee scarseggiano, quelle giuste mancano del tutto. E la squadra latita.

Manca una trade che faccia quadrare il cerchio ed ovviamente Calderon è l’indiziato numero uno alla partenza. Ma anche in caso di capolavori esiziali del redento front office, questi Raptors sono una squadra da non più di 40 vittorie, con assemblaggio a dir poco da verificare (affollamento di lunghi inadeguati, carenza di ali piccole, firma di Kleiza rivedibile, Belinelli disperso) e con la priorità di lanciare i giovani DeRozan (unica possibile nota lieta all’orizzonte) e la prima scelta Ed Davis.

E soprattutto con l’obbligo di testare come prima opzione offensiva una faccia a noi piuttosto nota.

Già, il Mago. Dodici mesi fa di questi tempi assicurava i playoff ai propri tifosi e parlava di figuraccia e tragedia incalcolabile in caso di mancata postseason per i Raptors. Ed invece ai playoff sono andate Milwaukee e Charlotte, che partivano con un decimo delle credenziali di Toronto ma avevano qualcosa che Bargnani e soci non hanno mai trovato: spogliatoio, unione, struttura, identità, idea di gioco.

Ora Andrea flirta con domande sulla sua carriera in costante crescita (mah), sul ruolo da primo violino e leader della franchigia (doppio mah) e sulla sua imminente partecipazione all’All Star Game (triplo mah).

Lieto di sbagliarmi, ma ho un po’ perso la fede.

Nel 2006 mi intrigava il progetto quasi pionieristico di Toronto, una sorta di colonia europea in grado di importare nella NBA anche uno stile di vita, di gioco, di approccio, di spogliatoio e di squadra fuori e dentro il campo differente da quello a cui siamo abituati.

Nell’estate 2010 è doveroso prenderne atto: Colangelo, Gherardini e Toronto hanno semplicemente fallito.
E questi Raptors, oltre a non far paura a nessuno, sono pure brutti!

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6 Comments to “Altro che Jurassic Park…”

  1. mauro says:

    condiviso appieno
    non avrei scritto meglio
    anche se avrei aumentato la dose di veleno/realismo sul mona di hedo
    come avete capito non lo sopporto
    e da tanto

    il resto dello scritto invece non fa una pence
    sul fatto che sono brutti…… pattiniamo via
    sono bruttissimi :))))))))))))
    sempre un piacere leggervi
    ciao a tutti

  2. Francesco says:

    triste, tristissimo articolo di una verità sconcertante.

    da parte mia prevedo un lungo declino di toronto…squadra e città non appetibili (toronto è molto bella, ma è in canada, che amano in pochi lì), giocatori che sembrano davvero un pasticcio casuale…scarsi ma non abbastanza da puntare subito alle poche vittorie per pescare bene al draft dei prossimi 1-2 anni (anche se potrebbero sorprenderci in negativo) e la situazione salariale non è nemmeno molto leggera da poter prendere chissà quale free agent…

    anni di transizione, chissà quanto durerà!

  3. v says:

    “sono una squadra da non più di 40 vittorie”
    ma magari! suona molto ottimista,
    io avrei detto non più di 20

  4. Platini says:

    Tutto vero, mi ero anche dimenticato che bella realtà sembrava Toronto qualche anno fa con quella mentalità europea e con la nostra speranza di avere un italiano protagonista in una squadra di vertice, invece scelte sbagliate e decisioni non prese, tipo cacciare Mitchell subito o scambiare Bosh almeno la scorsa stagione, hanno rovinato il sogno nostro e forse quello canadese di mantenere una squadra nella lega..

  5. doppok says:

    Secondo me con un buon allenatore di disciplina non sarebbero così penosi. Se l’obiettivo è puntare anche quest’anno sul run&gun faranno davvero pena, se invece proveranno a giocare una pallacanestro semplice e ragionata anche Calderon tornerà utile. Per me anche Bosh era un peso come prima scelta offensiva (ovviamente non c’erano alternative), ora con dei buoni innesti possono puntare a un campionato dignitoso senza aspettative.

    PS: visto il Belinelli di oggi in Nazionale comincio a capire perché in Nba fatichi a prendersi il suo spazio: troppo casinista. Bene il Mago, molto più intelligente tatticamente.

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