Ci sono delle tappe precise nella carriera di un grande campione NBA, sicuramente tra i primi 50 della storia del gioco o addirittura in grado di attentare alla top 10.

Sì, LeBron, ci sarai anche tu. Ma...


Rookie dell’anno, All Star Game, titolo MVP, miglior realizzatore, miglior rimbalzista, altre graduatorie statistiche, primo quintetto, primo quintetto difensivo, ritiro della maglia.
La più importante e sentita è tuttavia ovviamente una sola: il titolo NBA, con conseguente possibile premio di MVP delle Finals che non si butta mai via.

Ma c’è una sfumatura essenziale che separa i grandissimi dai solo grandi e che contraddistingue i primi dai secondi: vincere nella squadra in cui hai mosso il primo passo nella lega.

Se alzi l’asticella del tuo profilo personale e vuoi mettere il tuo nome nell’Olimpo, devi dimostrare di poter vincere a casa tua, nella sede in cui le stelle ti hanno indicato che risplenderai come loro, dove i tifosi ti perdoneranno persino un’ipotetica carriera ventennale senza un solo successo.

E’ la più grande prova di forza possibile, la dimostrazione di come un talento possa venire prima della storia, del contesto, del paesaggio, del business, della tradizione e delle eventuali condanne di uno scarno albo d’oro del passato.

Mettere sulla mappa e sui libri di storia una franchigia che non ha mai vinto o che non lo faceva da anni è la consacrazione definitiva, è il non plus ultra, è il sine qua non per l’accesso all’immortalità, è la stretta di mano a San Pietro per l’ingresso nel paradiso dei giocatori di basket.

Dei più grandi 50 giocatori della storia, eletti in una memorabile cerimonia durante l’All Star Game del 1996, addirittura ben 28 hanno vinto il titolo nella loro prima squadra NBA:

Kareem Abdul-Jabbar: Milwaukee
Paul Arizin: Philadelphia
Rick Barry: Warriors
Larry Bird: Boston
Bob Cousy: Boston
Dave Cowens: Boston
Billy Cunningham: Philadelphia
Julius Erving: Philadelphia
Walt Frazier: New York
John Havlicek: Boston
Magic Johnson: Lakers
Sam Jones: Boston
Michael Jordan: Chicago
Kevin McHale: Boston
George Mikan: Lakers
Hakeem Olajuwon: Houston
Bob Pettit: Hawks
Scottie Pippen: Chicago
Willis Reed: New York
David Robinson: San Antonio
Bill Russell: Boston
Dolph Schayes: Syracuse
Bill Sharman: Boston
Isiah Thomas: Detroit
Wes Unseld: Bullets
Bill Walton: Portland
Jerry West: Lakers
James Worthy: Lakers

ed altri 8 ci hanno provato fino all’ultimo o per non meno di 10 anni e comunque non rinunciando prima del compimento degli evangelici 33 anni:

Elgin Baylor: Lakers
Clyde Drexler: Portland
Patrick Ewing: New York
George Gervin: San Antonio
Karl Malone: Utah
Oscar Robertson: Cincinnati
John Stockton: Utah
Nate Thurmond: Warriors

Niente male eh?
Aggiungiamoci poi coloro che ancora non erano tra i primi 50 all’epoca per meri motivi cronologici:

Kobe Bryant: Lakers
Tim Duncan: San Antonio
Paul Pierce: Boston
Dwyane Wade: Miami

ed abbiamo 40 nomi che da soli possono fare la storia di questo sport, oltre a far venire i brividi agli appassionati meglio ancora se un po’ stagionati.

Assenze eccellenti? Poche e spesso residuali, accumunate dal fatto di aver poi vinto (o stravinto) al secondo tentativo:

Wilt Chamberlain: Warriors – Philadelphia
Dave DeBusschere: Detroit – New York
Hal Greer: Syracuse – Philadelphia
Elvin Hayes: Rockets – Bullets
Shaquille O’Neal: Orlando – Lakers
Moses Malone: Houston – Philadelphia
Earl Monroe: Baltimore – New York
Robert Parish: Golden State – Boston

o nei successivi, come Nate Archibald a Boston e Jerry Lucas a New York.

Rimasti infine a zeru tituli nella lista dei 50 più grandi di sempre, oltre a Dave Bing stella di Detroit, sono l’analista più famoso degli Stati Uniti che in parte ha costruito il suo successo proprio con l’autoironia per il mancato anello (Charles Barkley) ed il giocatore più romantico e spettacolare di tutti i tempi (Pete Maravich), a cui temo vada ad aggiungersi il suo perfetto alter ego a 30 anni di distanza, Steve Nash.

Ecco le ragioni per cui la carriera di LeBron, qualsiasi cosa dovesse succedere a South Beach, ai miei occhi avrà sempre un macchia.
Ed ecco la differenza che sempre ci sarà e separerà quei 40 nomi da pelle d’oca a quello del deposto monarca James nella percezione collettiva.

Nessuno gli negherà mai l’accesso alla top 50 della storia e sicuramente anche qualcosa in più.
Ma nessuno toglie dalla mia mente (e da quella di Sir Charles) che un titolo a Cleveland sarebbe stato più prezioso e suggestivo di 5 titoli a Miami:

LeBron? Non sarà mai come Jordan. Non scherziamo. Potrà vincere tutti i titoli che vorrà, ma questa sua scelta lo toglie completamente da ogni paragone con MJ. Sarebbe stato onorevole restare a Cleveland e cercare di vincere come ‘The Man’. Se solo avesse vinto un anello a Cleveland, sarebbe stata una grandissima cosa. Ma ora non mi interessa quanti titoli potrà vincere a Miami. Perché Miami è chiaramente la squadra di Dwyane Wade.

Oltre ovviamente alle ragioni di Magic:

Non pensavamo a una cosa del genere perché non eravamo gente che pensava a una possibilità di questo tipo. Sin dal college, per esempio, ho cercato di capire come potevo battere Larry Bird.

e di Michael:

Non avrei mai chiamato Larry Bird e Magic Johnson per dirgli: “Ehi, giochiamo insieme in un’unica squadra?!”.
Ora le cose sono diverse. Non posso dire che sia una scelta sbagliata, perché è un’opportunità per questi ragazzi. Ma, in tutta onestà, io avrei fatto di tutto per battere i miei avversari.

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4 Comments to “La macchia e la differenza”

  1. ettore says:

    bellissimo articolo, lungi da me l’idea di correggere chi ne sa più 100 volte più di me ma in questo fantastico sito Elgyn Baylor viene ricordato come il giocatore più forte della storia a NON aver mai vinto un titolo…

  2. Hank Luisetti says:

    Esatto…Baylor non lo ha vinto il titolo… mentre Barry lo ha si vinto ai Warriors..ma prima lo ha vinto agli Oaks..in ABA e solo successivamente, una volta tornato in NBA ai Warriors (che comunque nella prima esperienza NBA aveva già portati alle Finals)

    Erving inoltre metterlo in quella lista è abbastanza fuorviante…ovviamente trattasi della prima sua squadra NBA..ma aveva già 5 anni di Pro Basketball, e due anelli con i Nets.

    Ps: Beh ma MJ aveva minacciato con Thomas..mica l’ultimo degli arrivati..

    Comunque bell’articolo.

  3. Francesco says:

    per me LBJ ora forse non sarà più ricordato come un grandissimo della storia, come un pezzo di basket che farà sognare chi lo ricorderà in futuro (come oggi sospirano i fan di magic o di sua altezza aerea o come me che sbavo solo all’idea di poter rivedere i celtics di bird, con tutta la loro grinta e classe senza età), ma comunque bisogna ammettere che è effettivamente uno dei giocatori più forti mai visti…certo i titoli e il cuore dei tifosi non li conquisti con le statistiche mostruose ma con altro!

    p.s. nella lista dei giocatori che in futuro saranno nella top 50, a voi sembra sbagliato aggiungere anche kevin garnett? forse parlo troppo da tifoso ma secondo me le qualità ci sono…

  4. Gerry says:

    Chiedo venia per il refuso Baylor, ovviamente scappato nella lista dei vincenti come il più classico dei lapsus freudiani per la troppa voglia di assegnargli un titolo.

    Enciclopediche le precisazioni di Hank, ma nella delicatissima ricostruzione di una carriera divisa tra ABA e NBA per comodità di trattazione ho inserito a pieno titolo Barry ed il Doctor con le sole squadre NBA.

    Delicatissima pure la questione Garnett, anche perché ammetto di andare in crisi totale quando si tratta di fornire classifiche e di trovare gerarchie confrontando e mettendo insieme epoche così diverse.

    Puramente in via epidermica, di getto, mi verrebbe da collocarlo da qualche parte tra la quarantesima e la cinquantesima posizione, ma siamo davvero all’orientamento al buio e soprattutto al sesso degli angeli.

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