Tu sei buono e ti tirano le pietre.
Sei cattivo e ti tirano le pietre.
Qualunque cosa fai, dovunque te ne vai,
sempre pietre in faccia prenderai.

The revolution was televised.


Ho superato il momento della sorpresa, anzi del quasi autentico shock: LeBron giocherà nei Miami Heat, con Wade e Bosh.
Mi sono sentito vagamente arrabbiato, sicuramente molto deluso, perfino un po’ preso per i fondelli. Ho letto le reazioni, ho richiamato alla mente molte cose successe negli ultimi (e anche non) anni in NBA, ho immaginato tutte le possibili sliding doors.

Ho pensato molto e sono arrivato alla mia conclusione: bisogna rispettare la scelta di James.

Non la condivido, ma la rispetto.
Non ha fatto quello che avrei voluto facesse un mio idolo (e di fatto l’ex Cavalier non lo è mai stato), ma sono altrettanto convinto che non ha imboccato la strada più facile, come molti sostengono ora.

Nessuna strada sarebbe stata facile. Qualsiasi direzione avrebbe preso, sarebbero state pietre. Perché ovunque avrebbe dovuto vincere.

A Chicago con Rose, Noah, Bosh e coach Thibodeau come puoi NON fare razzia di anelli? In caso di fallimento, tutti pronti a gridare you’re not even close to Michael!

Ai Clippers? Lì nessuno ha mai vinto, né ci è andato vicino. In caso di fallimento, tutti a descriverlo come un asino per aver scelto la franchigia più perdente di sempre. Ma perché mai l’avrà fatto? Solo per Hollywood e l’attenzione mediatica che Los Angeles può offrire ad una star come lui?

Se fosse rimasto a Cleveland? Ma come, dopo sette anni senza conquistare l’anello ancora non aveva capito che non erano in grado di dargli un supporting cast e un coach all’altezza del massimo traguardo? E potendo scegliere di andare dove voleva, è rimasto in Ohio!?

Il giochetto lo possiamo adattare a qualsiasi contesto, compresi New York e New Jersey. Quando sei LeBron James (e ti permetti di tenere in scacco l’intera Lega con la tua decisione e di farne un happening mediatico nazionale) l’unico risultato che ti è concesso è la vittoria, il dominio, la dinastia.

Altrimenti, sei un perdente.

A Miami sarà più facile? No, sarà semplicemente ancora più facile chiamarlo loser in caso di bandiera bianca. Proprio perché ha scelto di giocare con altri due candidati MVP come Wade e Bosh (il primo onestamente molto più credibile dell’altro) creando il Big Three potenzialmente più forte di sempre.

Dopo l’annuncio di questa notte la parola d’ordine non è più Beat LA ma Beat the Heat. Avranno apprezzato i Lakers e Kobe Bryant, così come i Magic di Dwight Howard o gli irriducibili Boston Celtics. Il più contento potrebbe essere Phil Jackson che trova nella stagione dell’addio un motivazione in più per cercare il quarto three-peat ed un avversario che renda ancor più impareggiabile la leggenda del coach dagli (eventuali) dodici anelli.

La pressione è tutta su James: deve vincere e subito.
Altrove gli sarebbe stato concesso più tempo, ma con quei due compagni di squadra i suoi Heat sono da subito la squadra da battere. Almeno sulla carta. Non sono affatto convinto che lo siano davvero, e questo non fa che rendere ancora più difficile la situazione di LeBron.

Non sono un fan del futuro #6 di Miami, non mi sta simpatico e spesso ho trovato privo di classe il suo atteggiamento dentro e fuori dal campo. Premessa necessaria per dire quanto segue.

1. Nella sua scelta l’aspetto economico non è stato un fattore.

A Cleveland avrebbe potuto guadagnare un po’ di più, quasi irrilevante la differenza tra i contratti delle altre franchigie a cui ha concesso udienza in questi giorni.

Turkoglu è stato criticato appena una free-agency fa per aver scelto un pugno di dollari in più da Toronto, rifiutando la ricca offerta degli allora emergenti Blazers. Ma è solo un esempio tra i tanti che in questi anni si sono verificati con regolarità. LeBron non l’ha fatto per soldi – non lo pensano neanche quelli che vi racconteranno che in Florida c’è una tassazione più invitante.

2. Nella sua scelta non ha pesato il suo tanto criticato ego.

Kobe Bryant con tre anelli al dito ha dovuto vincere senza Shaq – passando per un lungo periodo di purgatorio – per dimostrare anche agli haters tutto il suo valore. Per essere il leader della squadra campione e non solo il miglior secondo violino della Lega. LeBron avrebbe potuto fare lo stesso restando a Cleveland, andando a New York o in qualsiasi altro posto.

No, lui ha scelto di giocare con Wade.. a casa di Wade! L’unico posto dove non è il Numero Uno indiscusso, ma deve condividere il trono con un giocatore che a quei tifosi ha già regalato un titolo, non bastasse pure da MVP delle Finals.

Ha messo gli obiettivi di squadra davanti a quelli individuali. Su chi scommetteresti come prossimo top scorer della Lega? E sul prossimo MVP della stagione regolare? Non fosse andato a Miami, la risposta sarebbe quasi scontata.

A LeBron si può criticare di avere scaricato la sua franchigia. You might win some, but you just lost one, cantava Lauryn Hill. Senza cuore, sono le parole che ha scelto l’owner dei Cavaliers per descrivere la decisione di James. La rabbia lo ha portato perfino a garantire che il titolo NBA arriverà prima a Cleveland che nelle mani del fu Re.

Non è stata una scelta di cuore, questo è innegabile. Anche se non ricordo un analogo clamore quando Shaq passò dai Magic ai Lakers.

Se il paragone è invece Michael Jordan, lui dopo 7 anni era senza anelli ma i suoi Bulls erano cresciuti sempre più, viceversa LeBron è arrivato a giocare le Finals già tre anni fa, senza più farci ritorno. Jordan aveva accanto Scottie Pippen e Dennis Rodman, LeBron oggi avrebbe Mo Williams e Anderson Varejao come migliori compagni di sventure.

James ha scelto la franchigia ed i giocatori che gli davano maggiori chance di vittoria da subito. Per Vecsey questo dimostra che non ha più la fiducia in se stesso di un tempo e che ha bisogno di un aiuto consistente. Anche questo è innegabile, è un segnale di debolezza. O di umiltà, a seconda del punto di vista.

Ma cosa vogliamo imputare ancora a LeBron? Di non aver aspettato gli ultimi anni di carriera prima di lasciare la squadra che l’ha scelto, per andare a cercare un ultimo tentativo disperato come ha fatto Karl Malone?

E perché il Big Three di Boston ha dato meno fastidio di questo? Anche lì si sono scelti, erano solo un po’ più vecchi e con l’urgenza di vincere. Sicuramente Paul-Kevin-Ray non hanno montato il teatrino di cattivo gusto del nuovo trio delle meraviglie, ma non se ne può fare solo un discorso di stile.

LeBron non ha raggiunto l’amico Jay-Z a Brooklyn, non ha optato per New York ed il fascino dei Knicks, neppure la grande Chicago che sembrava pronta ad accoglierlo come il nuovo Jordan. C’erano tante storie suggestive pronte per essere raccontate e invece ha preferito la meta meno intrigante e meno magica. Non condivido la sua decisione, ma rispetto la sua priorità.

Vuole più di ogni altra cosa vincere.

C’è poi l’altra questione che non condivido. L’opinione secondo la quale se anche gli Heat diventassero una dinastia capace di dominare la NBA per anni, LeBron James non sarà mai degno dei migliori in assoluto di sempre. Ma perché? Perché bisogna giudicare prima? Perché non lasciamo parlare il campo?

Non sappiamo se LeBron vincerà e, soprattutto, non sappiamo COME lo farà.

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5 Comments to “Cronaca di un massacro annunciato”

  1. FATUR says:

    Sappiamo però che ha scelto la via più facile per vincere ed anche quella ancora più facile per essere considerato un perdente a vita!!!

    Io sono ancora arrabbiato percho LeBron, Wade e Bosh con la loro scelta hanno falsato un mercato dei FA che avrebbe dovuto rimescolare le carte in tavola creando scenari variegati e antichi se vogliamo… (piazze come New York, Miami e Chicago ancora al vertice insieme)

    Ora tutti ci aspettiamo una finale Lakers – Heat, saremo tutti qua con il fiato semi-sospeso x un anno aspettando bramosamente che gli “antipatici” fallsiscano quanto prima contro i redivivi Celtics di turno per puntargli il dito contro!!!

    Non si può seguire l’NBA solamente x tifare contro una squadra…è da sfigati!
    …ma è quello che ci hanno lasciato questi qua, perchè ora siamo tutti uniti contro di loro sperando che qualche cenerentola con le palle gli faccia la festa nei playoff…

  2. Andreapizzo says:

    Mettiamola così: vi ricordate quando Ayrton Senna fece carte false per andare all’allora imbattibile Williams? Era il migliore e lo aveva già dimostrato ma quando un grande non accetta la sfida, quando sceglie di “vincere facile”, quando sembra sfuggire alla lotta e alla sofferenza per passeggiare sopra gli avversari è insito che risulti antipatico. Un pò come quando il vincente di una sfida infierisce contro chi ha perso umiliandolo. Chi tifa per la squadra più forte che sopra di 30 spinge la palla per farne ancora tre? Ecco nel suo caso è ancora peggio perchè, oltre alla domanda “ma dovevi proprio imbracciare un lanciafiamme per accendere il barbecue invece di provarci eroicamente con le tue forze e dei buoni cerini?”, dovrà per almeno 5 anni sentirsi dire di non aver dimostrato nulla per quanto possa vincere, perchè è scontato che debba vincere, non sarà una conquista. E ora tutti attaccati alle bamboline voodoo per vederli fuori; meglio se in finale contro Kobe…

  3. Andreapizzo says:

    …dimenticavo… oltre a questo le scelte dei free agent hanno reso perfettamente inutili, per me tifoso Lakers, 82 partite di regular e i primi due turni di PO. Chi è rimasto di credibile a Ovest? Un vero peccato

  4. Mookie says:

    Siamo tutti d’accordo che LeBron (e con lui Wade e Bosh) non abbiano fatto nulla per rendersi simpatici negli ultimi giorni.
    Siamo anche d’accordo che sulla carta – anche solo con un supporting cast vagamente decente – gli Heat partono come la squadra da battere.

    Ma “sulla carta” non ha mai vinto nessuno..

    Per quanto riguarda l’aver falsato il mercato dei free-agent, che dire.. è vero, almeno in parte. Hanno rivoluzionato il normale corso delle free-agency, nonostante il precedente (Celtics PGA) di portata (sulla carta) minore, la tradizione avrebbe voluto che ci fosse una soluzione differente e con una maggiore distribuzione del talento.

    Ma il rovescio della medaglia, non necessariamente negativo, è che le franchigie “deluse” hanno la possibilità di programmare un roster seguendo percorsi appunto meno tradizionali, senza affidarsi a una $uper$tar come franchise player e puntando maggiormente sull’organico.

    Chissà, magari da qualche parte ne uscirà una nuova versione dei Pistons dei Nineties.

  5. JackieG says:

    Diciamo che preferisco questa versione dei fatti.

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