From Lakers vs Celtics 83-79, del 17.6

Semplicemente Lakers campioni.


Non la sconfitta, ma la vittoria. O meglio: la sconfitta dei Celtics che rende ancora più grande la vittoria dei Lakers.

E’ stato un evento, un’emozione, un concentrato di bellezza nelle sue varie forme. Quelle che amiamo.
L’adrenalina pura e positiva, quella che gli studi scientifici affermano essere benefica per il corpo umano, a sopraffare l’equilibrio ormonale anche dei tifosi neutrali. Il sangue che scorre più velocemente.

E’ la vittoria del gioco, forse non degli attacchi, certamente non dell’estetica, a corrente alterna delle difese, sicuramente dell’energia e dell’intensità.
Degli ultimi 100 secondi impressionanti di una serie impressionante, con la sequenza Wallace-Artest-Allen nei canestri da 3 punti, inframmezzata da qualche miracolo catalano e del consacrato Rondo.

E’ la storia.

Il cuore sanguina biancoverde, Boston non ha dato segni di cedimento fino all’ultimo, dopo aver assaporato a lungo il piacevole effetto che avrebbe potuto fare l’impresa sul +13 nel terzo quarto.

Ma i tifosi dei Celtics non sono tristi, disperati o affranti. Delusi sì, ovviamente, perché non solo hanno perso, ma l’hanno fatto con la loro nemesi storica e contro il giocatore e l’allenatore inspiegabilmente ma logicamente più odiati.

No, i tifosi dei Celtics sono anche e soprattutto fieri ed orgogliosi di avere ancora una volta preso parte alla scrittura dei libri di questo gioco, grazie ad un gruppo di uomini e giocatori più speciali della prassi.

Se Kobe può da oggi essere considerato ancora più grande di quanto fosse fino a ieri, lo deve anche al fatto di aver battuto questa Boston e questo spogliatoio di campioni, superando trappole e difficoltà, scrollandosi dalla spalla l’unica scimmia e ripulendo dalla canottiera l’unica macchiolina che sporcava una carriera da predestinato: la finale del 2008.

The sweet is never as sweet without the sour, il dolce non è mai così dolce se non si è assaggiato prima l’amaro.

E’ la sua vittoria, prima di ogni altra cosa; perché se fosse andata male sarebbe stata la sua sconfitta, specie con la mediocre prestazione di gara 7 e le orride percentuali. E’ la vittoria, la quinta, che lo porta ad un solo anello da colui che ne ha modellato ogni singolo aspetto, persino nella geniale ed evocativa esultanza coreografica a fine gara.

Ed è la vittoria di chi nei prossimi 50 anni vorrà sbizzarrirsi nell’ardito compito del confronto, sempre meno lesa maestà col passare del tempo e dei titoli, per quanto incontri sempre un limite ancestrale, biologico e cronologico: Kobe esiste ed è questo Kobe solo grazie a Michael.

E’ la vittoria di Ron Artest, che ha spiegato difesa, ha dominato gara 7 in attacco ed ha pure illustrato l’ultimo time out a coach Jackson, dopo aver mandato baci al cielo a corredo del canestro più importante della partita ed ovviamente della carriera.

E’ la vittoria di Pau Gasol e Lamar Odom, amebe assolute per lunghi tratti in Massachusetts, eroi micidiali nei momenti chiave in California. E sarebbe bello ora riprendere i commenti di chi ferocemente li criticava dopo gara 5, per vedere se è così difficile ammettere la loro forza al di là di singoli e parziali episodi lungo una serie estenuante ed imprevedibile contro avversari soffocanti.

E’ la vittoria di Sasha Vujacic e del suo 2/2 finale ai liberi, preparato e festeggiato sicuramente da Kobe con qualche insulto e sano trash talking in italiano.

E’ la vittoria di Derek Fisher, che te lo dico a fa’, ineffabile nel griffare la questione con il solito canestro che lascia il segno a metà dell’ultimo quarto, per il pareggio decisivo. E’ a lui che si deve la fondamentale vittoria di gara 3 a Boston, senza la quale probabilmente staremmo parlando d’altro.

Ed è la vittoria di Phil Jackson, in linea di massima non la prima, anche se è già partita la caccia alla protesi perché all’ultima misurazione le dita delle due mani di un uomo erano segnalate alla quota di 10, ma l’anello che coach Zen si porta in Montana sarebbe l’undicesimo.
La rimonta dal terzo quarto è anche merito delle sue scelte, oltre al suo multiforme contributo ed all’innata propensione magnetica per la vittoria.

Come i tifosi dei Celtics hanno il dovere di rendere merito e riconoscere la superiorità al pluridecorato allenatore che ha scavalcato il grande Red nel palmares ed al Most Valuable Player di queste Finals che ha sempre onorato e sempre onorerà il gioco nonostante tutto, così i tifosi dei Lakers devono essere grati a Boston per la gioia che stanno provando.

Non è obbligatorio bollare come perdente chi perde, anche in altri casi in cui il divario è più evidente e la forza dei vinti meno eclatante. Ma farlo ora sarebbe ulteriormente irrispettoso ed irriguardoso nei confronti del gioco che tanto amiamo, paradossalmente andando a discapito anche dei vincitori che invece devono trarre esaltazione dalla bravura dei biancoverdi.

E’ la vittoria dei grandi e meravigliosi Lakers, non è la sconfitta dei grandi e meravigliosi Celtics.
Questo non è un gioco, è uno sport nobile, che ha un solo enorme difetto: alla fine vince solo uno. Il più forte.

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3 Comments to “The win”

  1. Charles says:

    Articolo di una bellezza stordente!

    Grazie Celtics, grazie capitano, grazie The Revolution, grazie Sheed, grazie a tutti per una serie finale STRAORDINARIA..

    E grazie Gerry per avere illuminato di parole poetiche alla fine di ogni atto di queste Finals che rimarranno nella storia, come al solito ma più del solito!

  2. lorenzo says:

    L’appeal è diventato tutto,la necessità morbosa di trovare personaggi, e quando si presume di aver trovato dei nuovi MJ si ammirano fallimenti colossali, franchige smembrate, allenatori esonerati, supporting cast fatti passare per fenomeni, regular seasons terminate già da campioni NBA seguite da disastrose eliminazioni e tutta l’attenzione si concentra su dove questi presunti fenomeni debbano andare e alla fine cosa rimane? rimangono solo gli sportivi veri i celtics i lakers steve nash i vecchi spurs , tutti capeggiati dall’esempio vivente di normalità mediatica ma ONNIPOTENZA cestistica.. Kobe Bryant

  3. fabio r says:

    Ma dal prossimo anno, al primo trentello, si ritornerà a dire che questa è la lega di LeBron?

    Ma si, tanto….

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