From Lakers vs Celtics 89-67, del 15.6

You can't scout energy.


L’annientamento non solo dei Boston Celtics e delle loro spicciole speranze di impresa, ma anche e soprattutto quello consueto di ogni aleatoria certezza acquisita nella partita precedente.

L’aggressore vince. Chi ha intensità prevale. Tanto più ora.
Potete portarmi tutti i disegnini, i video, i fotogrammi, gli adeguamenti, le tendenze offensive, i principi difensivi, gli X&O più sofisticati di Jackson e Rivers, le statistiche, le percentuali; ma a questo livello conta la fame, la voglia, il viscerale, la reazione agli eventi, il giocatore. L’uomo, per farla breve.

Altrimenti che senso avrebbe l’assenza radicale di costanti, questo continuo cambio di inerzia e di prestazioni di partita in partita, che fa cadere regolarmente nel trabocchetto tutti quegli sciagurati e preparatissimi osservatori che cercano di trovare un senso ed una spiegazione all’esperienza più platonica e trascendentale dello sport moderno?

Cosa è cambiato sul piano tecnico-tattico tra gara 5, dominata da Boston, e gara 6, dominata da Los Angeles?
Cosa può essere ancora svelato ed esplorato dalle due panchine, che si conoscono ormai meglio di Adamo ed Eva, di Minnie e Topolino, di Sandra e Raimondo, anche se con sentimenti contrastanti?
I 17 rimbalzi in più (30 a 13) presi dai Lakers nel primo tempo sono frutto di 48 ore di lavoro dello staff tecnico di Phil Jackson in palestra e sulla lavagna?

Non scherziamo, questo non è un gioco, ma è molto di più; è uno sport nobile e democratico, che rivela l’essenza e la natura, il cuore e la testa.
La parola chiave è un’altra, ed è molto più semplice: you can’t scout energy, dice il regista Nate Robinson in quella che è forse la più azzeccata citazione della sua carriera.

Energia.
Ovvero tutto ciò che ha portato lui, Tony Allen e Glen Davis ad un passo dal sogno. Ovvero tutto ciò che sembrava mancare ad Artest, Gasol ed Odom nella versione in Massachusetts. Ovvero tutto ciò che ha permesso ai Lakers di annichilire gli ologrammi dei Celtics, distrutti nell’animo prima ancora che sul piano tecnico.

La gara 7 che tutti volevano è giunta. Il primo sicuro e gongolante vincitore delle Finals ha già un nome ed un cognome: David Stern.

Così come il primo sicuro assente pare avere le sembianze di Kendrick Perkins, soggiogato dallo stesso ginocchio che ha fatto tribolare per tutta la serie il suo dirimpettaio Bynum e vittima paradossale del sorprendente aplomb tenuto per evitare di cadere nella provocazione o nella protesta che avrebbe significato squalifica.

Liberi tutti, nessun pronostico, nessun domani, nessun risparmio, nessuna prevenzione, nessun fallo tecnico da evitare. Quello che è successo oggi, in gara 5, nelle prime 4, nel 2008, nelle altre 10 sfide in finale della storia tra Lakers e Celtics, conterà zero.
Sai che novità!

Tutto in una notte, anche se al posto di Michelle Pfeiffer ci sarà Doris Burke.

Ma gara 7 avrà un preciso onere, oltre a quello di assegnare il titolo, a cui nessuno dovrà sottrarsi: fare un enorme applauso agli sconfitti, perché la grandezza dei campioni si misura anche e soprattutto da quella dei vinti.

E perché questo è più di un gioco. E’ uno sport nobile e democratico, in cui chi vince merita ed è più forte, e chi perde glielo riconosce.

Tags: , , , , , ,

One Comment to “L’annientamento”

  1. Luke says:

    Un plauso per il pezzo.

Leave a Reply

You can use these tags: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>