From Celtics vs Lakers 92-86, del 13.6


Non ricordo a mia memoria ventennale una squadra in grado di sovvertire trend, previsioni, analisi tattiche ed evidenze come gli attuali Boston Celtics.

Non erano accreditati ad inizio stagione, con i vari power ranking oltreoceano che gli assegnavano la quarta posizione ad Est e circa la decima in tutta la lega.

Ed in effetti la regular season non ha smentito queste previsioni, con le rovinose cadute interne contro Washington e New Jersey ed un record casalingo addirittura peggiore di quello da trasferta che rendevano una naturale conseguenza darli per spacciati in vista dei playoff.

In pochi però avevano fatto i conti con uno spogliatoio ed un gruppo di uomini un po’ più speciali della media.

Di partita in partita, di serie in serie, di avversario in avversario, il ridimensionamento ha coinvolto senza appello tutti coloro che hanno incrociato il trifoglio biancoverde.

Persino Miami era stata da più parti presa in considerazione come possibile artefice di un upset al primo turno, ma è bastato un alterco tra Quentin Richardson e Garnett per far evaporare gli Heat nonostante l’orgoglio di Wade.

Da quel momento in avanti la lunga colonna infame di soggetti entrati in un modo nella serie contro Boston ed usciti in quello opposto pare senza fine.

Cleveland era la squadra in missione costruita finalmente per l’anello.
Cleveland eliminata 4-2 e tutta da rifare con grana LeBron annessa.

Jamison era il collante perfetto e quell’ala grande perimetrale tanto desiderata dal Re.
Jamison massacrato da Garnett ed uno dei maggiori imputati dell’eliminazione dei Cavs.

LeBron era semplicemente al suo anno.
LeBron delusione dell’anno, sfoglia la margherita da un mese e si incontra con gli altri free agent trombati per decidere il proprio destino.

Orlando era la squadra da battere non solo ad Est ma nell’intera lega.
Orlando eliminata 4-2 con due apocalittiche sconfitte interne iniziali e ritorno in auge dei tanti dubbi sulla validità di quel sistema in postseason.

Lewis era l’atipico ideale per mandare in crisi i meccanismi della difesa di Thibodeau.
Lewis impresentabile in quasi tutte le sei gare della serie.

La panchina dei Magic era la migliore arma possibile per arrivare in fondo ai playoff.
La panchina dei Magic sopraffatta da quella dei Celtics.

E poi Mo Williams, Shaq, coach Brown, Carter, Howard, coach Van Gundy: tutti di colpo diventati brocchi o inadeguati dopo essere usciti con le ossa rotte dal confronto con Pierce e compagni.

I pensieri di chi non considera la resa.

Non avrei però mai pensato che questo tipo di interpretazione potesse riguardare persino i Los Angeles Lakers.

Gasol era il lungo perfetto giunto al picco della sua carriera, sufficientemente maturo per far dimenticare l’edizione Gasoft di due anni prima.
Gasol piombato sempre più in versione Gasoft una partita dopo l’altra.

Artest era colui che avrebbe dovuto annullare Paul Pierce ed essere il grande valore aggiunto rispetto alla sgradevole esperienza del 2008 con Radmanovic titolare.
Artest dannoso in attacco e troppo incostante mentalmente per dare continuità alla sua difesa, sta facendo rimpiangere Ariza ai tifosi gialloviola.

Odom era la chiave tattica dalla panchina in grado di assicurare un vantaggio indiscutibile ai Lakers a rimbalzo e nella varietà di soluzioni.
Odom degno del suo nome e del suo ruolo in una sola delle 5 gare disputate, per nulla un fattore nella serie.

Persino Phil Jackson e la sua apparente passività a partita in corso subiscono critiche feroci da appassionati ed addetti, con duello tra gli staff tecnici nettamente pendente a favore della coppia Tom & Doc.

Sono convinto che ci sia ancora ampio margine di recupero per i Lakers, ma sono ancora più convinto che i bistrattati interpreti in gialloviola diventerebbero di colpo degli eroi in caso di 4-3 finale su Boston.

La fragilità mista a sorprendente e sempre smentita perentorietà di certi giudizi ha raggiunto le vette più alte in queste settimane, in buona parte per speciale ed evidente responsabilità di Boston.

Comunque andrà finire, questi playoff dei Celtics arrivati ad una vittoria dal titolo saranno ricordati per la loro maestosa ed inquietante puntualità nel ribaltare ogni apparente certezza acquisita, facendo sembrare gli avversari regolarmente più scarsi di quello che apparivano il giorno prima.

O più semplicemente ricordando a tutti sul campo la loro forza, tenuta a lungo nascosta quando non contava.

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3 Comments to “Everybody hurts”

  1. Max Giordan says:

    L’MVP, in caso di vittoria biancoverde, non saprei proprio a chi darlo, anzi si: al loro preparatore atletico.

    A parte la tattica, a parte la difesa, a parte Rondo + i big3, quello che sta schiantando tutti gli avversari dei celtics è il livello di energia che i biancoverdi mettono in campo ogni sera: contestano ogni pallone, toccano ogni palla vagante.

    In più non hanno punti deboli, non devono fare compromessi difensivi come invece i Lakers che lasciano praterie a Rondo per non far stancare Kobe. I biancoverdi apparentemente non si preoccupano di essere stanchi, fanno quello che devono senza compromessi…

  2. hispanico82 says:

    Vabbè, Gasol sarà diventato Gasoft nelle ultime due partite, prima ha dominato insieme a Bynum nel pitturato, e Artest ha limitato alla grande Pierce per almeno 3 gare. Si doveva anche dire che Garnett è stato latitante fino a gara 4.

    E, soprattutto, a parte gara 5, io vedo una serie equilibratissima, invece si sta facendo un pò troppo l’osanna ai Celtics.

  3. Gerry says:

    Esattamente. E’ incredibile come l’ultima partita dei playoff sia in grado di far rimuovere la gara precedente e di decretare sentenze e certezze nell’opinione generale, poi puntualmente smentite nella partita dopo.

    Le mille lezioni di questa post season 2010 sembrano impossibili da imparare. E vorrei tanto vedere chi ora deride Gasol, Odom ed Artest che tipo di interpretazione assegnerà ad un 4-3 Lakers tutt’altro che imponderabile a mio giudizio.

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