From Lakers vs Celtics 94-103, del 6.6


Non era quella dei Celtics prima della vincente gara 2 e non sarà quella che si presenta ai Lakers nelle prossime 3 partite a Boston.
La missione impossibile è quella degli arbitri in queste finali.

Non posso pensare che i direttori di gara designati per questa serie siano scarsi o peggio ancora in malafede; non rientra nella logica e nel canovaccio della lega, è un elemento che non può essere messo in discussione perché è in gioco il valore più importante per gli uffici di New York: la credibilità della stessa NBA.

Gli arbitri hanno un preciso spirito del gioco da tutelare, conoscono nel dettaglio le tendenze dei singoli giocatori e delle due squadre nel loro complesso, hanno carisma e personalità, magari con esteriorizzazioni differenti a seconda del carattere (Crawford who?).
Sono egualmente preparati sulle caratteristiche del Triangolo di Jackson e su quelle della difesa di Thibodeau. Spesso sono anche ex giocatori.

Eppure stanno avendo il potere di scontentare tutti.

Qualsiasi tifoso dei Lakers e qualsiasi tifoso dei Celtics può comodamente portare sul piatto della bilancia un fischio iniquo o un’interpretazione difforme a svantaggio della propria franchigia, pratica accentuata dalle nostre parti dall’abilità e dall’esperienza nella classica esegesi di un evento sportivo che contraddistingue il popolo italiano.

Ma non è un semplice senno di poi degli sconfitti e la correlata replica dei vincitori; qui c’è ben altro.

Il tempo effettivo dalla palla a due alla sirena dell’ultimo quarto nelle prime due gare delle Finals è andato vicinissimo alle 3 ore: per quanto il popolo statunitense adori dilatare il grande evento con spesso gradevolissimi spot durante i timeout o mille altri modi di intrattenersi durante le pause, è una durata francamente eccessiva ed inaccettabile.

La pallacanestro moderna, giocata ai massimi livelli ed a questa intensità fisica dai massimi interpreti del globo, non può più essere arbitrata con ecumenici e soddisfacenti risultati, specie se si insegue l’utopia di un metro fiscale e tassativo che sanziona anche con meri scopi preventivi, per non far sfuggire di mano la partita.

'Ma cosa state combinando?'

Il risultato in gara 2 è stato grave ed emblematico: tutti i lunghi dei Celtics con 3 o 4 falli a metà gara, Garnett (già di suo irriconoscibile) ridotto alle comparsate, Lamar Odom intrappolato nelle porte di un saloon come un cameriere che entra ed esce tra cucina e sala da pranzo, addirittura Bryant costretto al quarto fallo nel bel mezzo del terzo quarto e subito sanzionato in attacco col quinto alla prima azione degli ultimi 12 minuti.

Non è solo il frutto di un gioco più fisico certamente palese tra Boston e Los Angeles, ma è anche una precisa scelta di conduzione della gara da parte degli arbitri che diventa delicatissima quando incontra l’evoluzione attuale del gioco: questi ragazzi saltano sempre più in alto, resistono a sempre maggiori contatti che anzi ricercano come valore aggiunto e corrono sempre più velocemente.

I tempi tecnici dei nuovi gesti atletici dei giocatori contemporanei rischiano di non permettere all’occhio umano di esprimere valutazioni oggettive, costringendo ormai ad affidarsi alla grande e pericolosissima risorsa delle zebre NBA: l’istinto.

Come puoi vedere se i meravigliosi piedini di Ray Allen hanno terminato il loro balletto dentro o fuori la linea dei 3 punti, se persino il suo difensore diretto se lo perde tra i vari blocchi con mal di testa annesso?

Come puoi vedere che tipo di contatto c’è stato tra due giocatori se le possibili parti del corpo che vengono alla collisione sono così numerose e non puoi scegliere quale guardare?

Come puoi avere la certezza che a 2 minuti dalla fine l’ultimo a toccare il pallone sia stato Gasol o Garnett, se persino l’instant replay non dissolve completamente ogni dubbio?

Ti immagini cosa può essere successo, intuisci che tipo di situazione si è verificata, ti affidi all’interpretazione del gesto, premiando chi attacca e si dimostra aggressivo, penalizzando chi è passivo o ha un linguaggio del corpo meno coinvolgente.

Ma non sai quello che è realmente successo. Non fischi sulla base di un fatto, bensì decidi sulla scia di una sensazione, quasi di un’emozione. E quindi sei soggetto ad errore per definizione ed a critica per conseguenza.

Forse il segreto sarebbe tornare a fare quello che si è sempre fatto, ovvero fischiare di meno e solo se indispensabile, specie negli ultimi minuti.
Ma il metro arbitrale ormai è stato impostato, le squadre si sono adeguate ed il processo è in parte irreversibile, così come le polemiche persino oltreoceano.

Per rovinare questo stupendo spettacolo per pochi privilegiati ci vuole ben altro, ma David Stern e soci sono consapevoli di avere un problema: a loro il compito di ritrovare l’equilibrio imperfetto ed impossibile.

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