C’è una macchia nella carriera di Kobe Bryant: le Finals del 2008.

'Sei finali, sei anelli. Non penserai di fare di meglio?'


Be like Mike.
Il sogno di quasi ogni bambino americano (e non) che tra gli anni Ottanta e Novanta giocava a pallacanestro.

Basta guardarlo muoversi in campo: Kobe Bryant è sicuramente l’imitazione meglio riuscita di His Airness, neppure l’hater più accecato potrebbe negarlo. Perché allora il paragone tra Michael Jordan e il figlio di Jelly Bean ha sempre suscitato discussioni accese?

I Chicago Bulls erano i più forti perché avevano Michael Jordan e perché Michael Jordan rendeva i suoi compagni i migliori che potesse avere. Il #23 era il miglior giocatore di basket del pianeta, ma ci ha messo qualche anno (sette) prima di imparare come vince una squadra. Poi è stato semplicemente infallibile. Imbattibile e imbattuto.

Kobe ha avuto la fortuna di iniziare a vincere molto prima del campione dei Bulls, ma al contrario di MJ la sua carriera ha avuto un percorso meno lineare: la sua costante ascesa individuale non è coincisa con una parallela marcia trionfale dei suoi Lakers, tutt’altro.

Colpa di Kobe la primadonna che ha voluto la testa dell’odiato Shaq.
Colpa della dirigenza incapace di costruire attorno al suo franchise player un supporting cast competitivo ai massimi livelli.
Date la colpa a chi vi pare, Bryant è diventato la star di una squadra che per qualche anno non era più in grado di lottare per il titolo, qualsiasi cosa Kobe potesse fare su un campo di basket.

Dove vogliono andare a parare? Alle Finals del 2008.

Quello è stato il primo anno buono per Kobe. I Lakers si aggiudicano la loro conference e alla vigilia della serie finale contro Boston il pronostico è tutt’altro che scontato. Il Big Three fa paura, ma i tifosi gialloviola credono nell’anello. I pronostici degli esperti sono divisi.

Nonostante il mediocre Radmanovic avesse un ruolo importante in quei Lakers e nonostante l’assenza di Bynum nella frontline, Kobe Bryant ha avuto la sua chance.

Lo confesso, da kobista mi aspettavo che la star dal passato italiano estraesse il proverbiale coniglio dal cilindro e trovasse un modo per far vincere comunque la sua squadra. MJ non ci sarebbe riuscito?

L’accusa di essere una super-star dall’ego sconfinato ed incapace di coinvolgere i compagni fa parte del passato, eppure è quello che gli rimproverano i suoi detrattori dopo ogni sconfitta, perfino due anni fa.

Queste Finals sono la sua grande occasione.

Non si tratta solo di vincere un altro anello. Né di celebrare la tanto agognata rivincita delle Finals 2008. Contro un avversario che passa per essere più squadra di quanto non siano i suoi Lakers, Kobe può dimostrare a tutti la sua maturità di leader.

È il momento più importante della sua carriera ed è chiamato a fare la differenza. Se il titolo rimarrà in California, Kobe avrà fatto un altro passo di avvicinamento verso il suo mitico antesignano. Senza dubbio, il passo più convincente.

LeBron James, Kevin Durant, Dwight Howard e pochi altri proveranno a dominare la Lega nel prossimo decennio. Il tempo ci dirà chi sarà l’uomo copertina della prossima dinastia, chi riuscirà a vincere almeno un titolo e chi invece – è già successo – nonostante tutto non raggiungerà mai l’anello.

Ma il futuro può attendere, questo è il momento di Kobe.

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