From Celtics vs Magic 96-84, del 28.5


I giovani non vincono la NBA. Ci possono andare vicini, ma alla fine non ce la fanno senza un riferimento almeno della loro stessa grandezza.

'Non ti preoccupare, presto toccherà anche a te'


Ci riuscì Tim Duncan, ma appunto, parliamo di Tim Duncan; uno che non è mai stato giovane e che era veterano anche da rookie; uno che aveva affianco tale David Robinson, delegato alla leadership insieme all’impressionante pletora di vecchietti degli Spurs del 1999, da Avery Johnson a Mario Elie, da Steve Kerr a Sean Elliott, da Jaren Jackson a Jerome Kersey, perfetti nell’anno del lockout.

Ci riuscì Kobe Bryant, ma nella squadra di Shaquille O’Neal, non a caso sempre MVP delle Finals nella tripletta dei Lakers ad inizio secolo. E poi Horry, Shaw, Fox, Grant, tutti una decina di anni più anziani dell’ex Reggio Emilia.

Ci riuscì Dwyane Wade, lui sì unico assimilabile al compimento di un’impresa, anche se nuovamente affiancato da uno Shaq ancora competitivo e da una sfilza di veterani col tagliando ed un bel chilometraggio ai playoff. Nella versione uomo lupo, con un supporting cast nemmeno lontanamente all’altezza, non ci arriva nemmeno vicino.

Questo remake della finale tra Lakers e Celtics è la sconfitta di una generazione.

E’ la sconfitta del borotalco, dei balletti, dei sorrisini, dei travestimenti e degli applausi provocatori a pubblico ed avversari, come quelli di Howard verso i fastidiosissimi tifosi Celtics nella gara 6 che segna il suo ritorno a Disney World, per le vacanze.

Scene impensabili per un Bryant, autentico ossessionato del gioco e della vittoria, nonostante evoluisca ad Hollywood nella patria del glamour. E scene che non ricordo da parte di Michael Jordan, che caso mai amava accompagnare le chiacchiere alle vittorie, lasciando il cabaret al Rodman di turno comunque ridimensionato rispetto ai suoi standard, capigliature a parte.

Dwight è forse il meno colpevole della sconfitta di Orlando, che a livello individuale deve concentrarsi maggiormente sulle carenze e l’incostanza di Carter e Lewis, oltre che sulle gerarchie indecifrabili di Van Gundy e sugli evidenti meriti dei biancoverdi.

Ma Dwight è oggettivamente il simbolo di questi Magic, come dimostrato nel loro vano tentativo di rimonta nella serie e dai 4 isolamenti consecutivi ad inizio terzo quarto nella fase cruciale della gara. Nessuno riesce ad intaccare o a disconoscere la sua leadership in quel gruppo.

E’ anche la sconfitta del celebrato draft 2003, che all’approssimarsi dei 10 anni di distanza è fermo al titolo di Wade a Miami: il Re LeBron cerca reggia senza gioielleria, Carmelo deve ancora provare l’emozione di una finale NBA, Bosh addirittura non si è presentato a questi playoff.

E’ la sconfitta (provvisoria!) dei draft successivi al 2003, perché il solo Rondo arriva in finale da protagonista con meno di 7 anni di carriera alle spalle.

Ma è anche molto più semplicemente una regola non scritta della NBA, se è vero come è vero che anche il più grande giocatore della storia ha portato i suoi Bulls al successo solo alla settima stagione ed alle soglie dei 30 anni: nessun leader giovane si aggiudica il titolo.

Poi come sempre: chi vince esulta, chi perde spiega. E nel dare spiegazioni, lo sconfitto che ha da poco superato i 25 anni di età accompagna banalità assortite al proclama generazionale: tornerò l’anno prossimo per riprovare a vincere.
Ed effettivamente prima o poi vincerà.

Ma nel frattempo Ray Allen, Paul Pierce e Kevin Garnett festeggiano il titolo della Eastern coi loro 102 anni in tre ed escono dal campo accompagnati dallo storico grido BEAT L.A.!, ovvero la Los Angeles del 32enne Kobe e degli over 30 Fisher, Gasol, Odom ed Artest.

Lakers contro Celtics, come negli anni ’80. Talkin’ ’bout my generation.

Tutto torna, con un unico enorme rammarico: non c’è posto in queste Finals per il 36enne Steve Nash, il più vecchio o – come sarebbe meglio dire – il più grande di tutti. In ogni senso.

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4 Comments to “My generation”

  1. Ste says:

    Tutto vero, però KG non è secondo a nessuno come atteggiamenti provocatori verso gli avversari…
    E se Phoenix vincesse le prossime due??

  2. Gerry says:

    Verissimo su Garnett, però mi pare di poter ricondurre la causa dei suoi gesti in una totale immedesimazione nella partita, come dimostrato dall’atteggiamento delirante in giacca e cravatta dell’anno scorso.

    Non c’è l’approccio scanzonato in KG o la voglia di fare spettacolo, ma caso mai una trasposizione del codice di strada che ha vissuto nella sua giovinezza a Chicago, in cui bisogna essere per forza duri e cattivi e farlo vedere al mondo intero; il tutto moltiplicato da quel modo tutto Celtics di interpretare pallacanestro spesso ai limiti della sporcizia.

    I risultati in Garnett possono essere definiti senza timore di esagerare volgari ed inaccettabili, ma c’è rispetto del gioco in lui come dimostrato dalla serietà e compostezza tenute dopo l’episodio della gomitata a Richardson: da quel momento in avanti non gli si può rimproverare nulla.

    Sull’altra costa, più ancora che tecnicamente sono convinto che ci sia una sottile linea rossa emotiva, storica e scenografica che guida l’andamento dei playoff. E’ come se fosse scritto che sarà Lakers-Celtics a questo punto, l’occasione è troppo ghiotta e nella NBA queste cose si verificano.

    Anzi i maligni addirittura arrivano a pensare che sia lo stesso Stern a volerlo, al punto da… puntini puntini.
    Io non ci credo, perché il campo è sacro così come la credibilità della NBA, però non riesco proprio ad immaginarmi Kobe e coach Zen che perdono sia gara 6 che gara 7.

    Se accadesse, sarei commosso per un personaggio che adoro per mille ragioni, ovvero Steve Nash. Ma sarebbe anche una delle più grandi sorprese degli ultimi 20 anni di NBA.

  3. Andreapizzo says:

    Gufate su gufate… mi espongo, sperando di non pentirmi: no per nash non c’è posto.
    Da quel draft 2003 in effetti ci si attendevano anelli a pacchi, non solo per la qualità dei singoli ma per l’allineamento dei pianeti favorevole che li aveva visti accasati in squadre capaci di costruire ottimi contesti in cui giocare. Nonostante il titolo anche da Wade’s world mi attendevo una competitività di livello mediamente più alto (di squadra ovviamente, non mi riferisco al singolo); alla fine ha avuto un solo vero anno da titolo, poi comparsate. I più deludenti Carmelo e la sua Denver. Melo mi ricorda tanto i vari Richtmond, Glen Rice, Glen Robinson, sempre attesi dove non sono mai arrivati (i primi due hanno solo comparsato con LA).
    Del resto la lista dei grandi che se ne sono andati senza titoli (elenco in ordine di personale rammarico nel vedere le loro dita nude, i primi dieci che mi vengono in mente: Stockton, Reggie Miller, Barkley, Ewing, Mark Price, D. Coleman, Kevin Johnson, Malone, Sabonis, Larry Johnson…) è lunga, prestigiosissima e … sempre aperta.

  4. Lorenzo says:

    Pezzo veritiero e bello da leggere… ma l’ultima frase su Nash va oltre, e, ad essere onesto, essendo cresciuto con 3-4 poster di del canadese in cameretta, mi ha un pò commosso… grazie e complimenti

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