Siedono sul banco degli imputati: ala grande Antawn Jamison, guardia Mo Williams, centro Shaquille O’Neal, general manager Danny Ferry, coach Mike Brown, monarca LeBron James.

Antawn Jamison

Accusa: è un perdente, non è stato il valore aggiunto e la pedina tattica.
Difesa: ha avuto poco tempo per entrare nel sistema.

Sentenza: dopo il 4-1 rifilato a Chicago al primo turno era unanimemente riconosciuto come l’acquisto azzeccato e quel 4 perimetrale con punti nelle mani che mancava ai Cavs per essere la definitiva favorita al titolo, alla faccia di Rashard Lewis e dei Magic. Contro Boston non ci ha capito letteralmente nulla, sballottato sia in attacco che soprattutto in difesa dal redivivo Garnett; ora è considerato il perdente per antonomasia.

Odio il bollo, perché è comodamente smentibile da una stagione all’altra a seconda di episodi che girano in altro modo o di nuovi contesti indovinati (si pensi ad Odom prima del 2009 ed a Garnett prima del 2008), ma effettivamente la consistenza delle prestazioni di Antawn è spesso inversamente proporzionale all’importanza della contesa, scompare sempre all’avvicinarsi del traguardo.

Verdetto: condannato per omissione di supporto.

Mo Williams

Accusa: è un perdente, ha fallito regolarmente nelle fasi decisive.
Difesa: gli è stato chiesto di fare il secondo violino ma non è un secondo violino.

Sentenza: vale quasi completamente la motivazione di Jamison, con l’attenuante che almeno in gara 1 e per un tempo di gara 6 ci ha provato, peccato sia stato il tempo sbagliato. Il suo fallimento è palese esattamente come erano palesi i suoi limiti di playmaking e l’inconsistenza nel creare attacco con costrutto, oltre ad un talento generale forse sopravalutato e non in grado di renderlo il secondo violino di una squadra da titolo.

E’ stato talmente anarchico in alcune scelte da aver imposto addirittura all’osservatore il dubbio che i rapporti con LeBron non fossero splendidi. Ci si aspettava qualcosa di più specie per continuità, ma ne era potenzialmente capace, specie accanto a questo James?

Verdetto: assolto per sopraggiunta inidoneità.

Shaquille O’Neal

Accusa: è inutile e finito.
Difesa: ha fatto quello che poteva.

Sentenza: l’uomo sbagliato al posto sbagliato. Non serviva nella configurazione dei Cavs orientata sulla difesa, non si incastrava nei meccanismi offensivi unidirezionali di coach Brown. Non sorprende il fatto che le sue partite migliori sul piano individuale siano raramente coincise a prestazioni e risultati ottimali della squadra.

Non era finito, ma molto banalmente non andava utilizzato in questo modo ed in quel sistema. Si dice sia stato preso per contrastare Howard nella scontata finale ad Est, ma questa sarebbe un’ulteriore aggravante della scelta sbagliata di portarlo in Ohio, non certo una sua colpa specifica: non si acquisisce un giocatore fuori canovaccio solo per battere uno specifico avversario. In realtà lo sceriffo ha fatto anche più di quanto potesse, l’errore è di chi l’ha messo lì.

Verdetto: assolto con formula piena.

Danny Ferry

Accusa: non ha costruito un supporting cast all’altezza.
Difesa: ha dovuto fare quello che voleva LeBron.

Sentenza: può suonare paradossale visto che dovrebbe essere un suo superiore, ma uno dei sudditi più vicini al Re è parso in questi anni proprio il General Manager, più o meno costretto ad accontentare le richieste di James per avvicinarlo il più possibile al rinnovo. Errore madornale, perché questa inversione di ruoli ed umori è stata una delle origini dei mali di Cleveland.

Ferry ha portato Ben Wallace, Shaq, Mo Williams e Jamison senza mai fare sacrifici eccessivi al momento delle trade, ma oberando il cap con quei contrattoni, nessuno dei quali si è rilevato adeguato nel far emergere un costante ed affidabile secondo violino che coadiuvasse LeBron.

Tuttavia se avesse potuto muoversi liberamente e senza il ticchettio dei secondi che mancavano al 1 Luglio 2010, quasi certamente avrebbe fatto altro. Ed avrebbe fatto meglio, creando una squadra e non accorpando contratti, per altro recentemente solo col pensiero della rivincita contro Orlando (Shaq per contenere Dwight, Jamison come contraltare di Lewis), dimenticando i vecchietti in biancoverde.

Verdetto: condannato per concorso esterno in associazione LeBroniana.

Mike Brown

Accusa: non ha costruito un sistema adatto per vincere.
Difesa: ha vinto la regular season ed è un grande specialista difensivo.

Sentenza: non ha saputo progredire dopo le finals del 2007 contro San Antonio, con l’unica attenuante di indesiderate modifiche del personale (Shaq e Jamison) che potrebbero aver snaturato la sua idea di pallacanestro defense-oriented. E non ha mai saputo fare gli adeguamenti corretti nel corso della serie, probabilmente non essendone in grado.

Ma tutto ciò non rappresenta la sua colpa principale, che invece è strettamente collegata al fatto di essere seduto su quella panchina per quel paradossale ricatto che più o meno indirettamente ha condizionato ogni scelta dirigenziale, al fine di ottenere il rinnovo di James: è stato voluto da LeBron, è stato accettato da LeBron, è stato confermato da LeBron.

Si è così presentato all’appuntamento con la storia con un sistema che ha esaltato il narcisismo del Re, senza una struttura offensiva alternativa, variegata, coinvolgente e senza l’adeguata motivazione dei sudditi, spesso dimenticati o utilizzati nei momenti sbagliati. Senza il concetto di squadra, per farla breve.

Michael Jordan e Kobe Bryant hanno avuto bisogno di Phil Jackson per capire che il basket è più di un gioco e per arrivare a vincere e dominare anche nei riconoscimenti collettivi. Chi sarà ora il Phil Jackson di LeBron? Non Mike Brown di sicuro.

Verdetto: condannato per associazione LeBroniana.

LeBron James

Accusa: è tutta colpa sua.
Difesa: non è tutta colpa sua.

Sentenza: non è ancora un giocatore che trasforma gli altri 4 in una squadra di basket; non è ancora un uomo che trascina i compagni con le multiformi sembianze che può assumere il concetto di leadership, per cui anche uno sguardo è fondamentale; non ha ancora la maturità, l’intelligenza e l’esperienza per curare i dettagli che ti portano all’anello, tra cui quello più importante: la consapevolezza dei propri limiti.

Si sono alzate troppo le aspettative attorno a lui in questi anni, ma non ha fatto nulla per abbassarle. Il Prescelto, King James, i testimoni, il borotalco, i balletti: la quintessenza del narcisismo, ovvero tutto quello che serve per vincere titoli individuali e per rimandare il momento della vittoria di squadra, con fatica, delusione e critiche in costante aumento, oltre che con interlocutorio rispetto del gioco.

E’ anche vittima inconsapevole di tutte le pressioni che lo circondano, perché non ha ancora trovato lo staff tecnico e l’ambiente in grado di fargli notare i suoi errori, con il carisma e la forza di dirgli no! senza il terrore che volti le spalle e faccia le valigie, omettendo la firmettina sul contrattino.

Ora è la svolta: nulla meglio di questa tremenda mazzata può contribuire a svegliarlo finalmente dall’incantesimo, al di là della maglia che vestirà da questa estate.
Il Re è spodestato, la Monarchia è caduta.

Sta a lui scegliere dove proclamare la nuova Repubblica che lo porterà al successo, nelle forme e nei limiti della democrazia.
Perché, non dimentichiamocelo mai, nel momento in cui inizierà a pensare pallacanestro collettivamente e non individualmente, sarà semplicemente il più forte ed il più vincente di tutti.

Verdetto: condannato per regime monarchico-dittatoriale.

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4 Comments to “Il processo di Cleveland”

  1. doppok says:

    condivido anche le virgole…

  2. Mookie says:

    Sarei un giudice meno cattivo.

    Ponendo come fulcro centrale questa frase su coach Brown

    Si è così presentato all’appuntamento con la storia con un sistema che ha esaltato il narcisismo del Re, senza una struttura offensiva alternativa, variegata, coinvolgente

    non me la sento di condannare, ad esempio, Jamison.

    Thibodeau ci ha messo tre partite per perfezionare la difesa celtica sul “piano A” dell’attacco avversario. E quando ai Cavs non è riuscito di giocare al loro modo, sono andati in confusione. In mancanza di alternative, isolamenti e game over.
    Jamison non mi è parso uno che sapesse cosa fare, così come molti suoi compagni. Quindi sì, condivido l’omissione di supporto, ma non credo sia stato messo nelle condizioni di aiutare.

    Ferry aveva un compito, vincere in questi due anni. Il roster di Cleveland era assolutamente all’altezza. Ora la situazione del cap è difficile da districare, ma se avessero vinto il titolo nessuno glielo farebbe notare. Il suo l’ha fatto.

    Non ritengo un errore neppure l’arrivo di Shaq come anti-Howard. A volte sì, si può prendere un giocatore in modo mirato per un avversario in particolare. Trovo più discutibile l’utilizzo che ne è stato fatto, così come l’inspiegabile utilizzo col contagocce di Ilgauskas.

    Riduco dunque a due le condanne.
    Mike Brown — per incapacità di apportare correttivi e valide alternative nel corso di una serie.
    Pur essendo un coach molto bravo, se si vuole vincere un titolo, non si può essere mediocri nel disegnare i necessari adeguamenti.

    LeBron James — e qui faccio zoom su un particolare della tua sentenza:

    non ha ancora la maturità, l’intelligenza e l’esperienza per curare i dettagli che ti portano all’anello.

    Cosa che, comunque, è assolutamente umana perché, Prescelto o no, è fatto di carne e ossa pure lui.

  3. doppok says:

    “condivido l’omissione di supporto, ma non credo sia stato messo nelle condizioni di aiutare”.

    Questo è vero, però mi è parso essere uno che è sparito via via dalla partita, man mano che si faceva più dura. E questo forse è un limite di Jamison a livello caratteriale.Ma vale per tutti gli altri del “supporting cast”. A Cleveland mancano giocatori in grado di fare da contrappeso a LeBron, che pretendano di giocare e che si lamentino.A livello puramente caratteriale. Si è creata una cupola di timore attorno al Re che non permette niente di tutti ciò. Così non cresce una squadra, se vince da solo e perdono in quattro non vai da nessuna parte.
    In più LeBron si mostra sempre contento di quel che ha fatto, non chiede niente di più a se stesso, scarica così sugli altri colpe che sono principalmente sue e del suo modo di gestire tutta la situazione che gli sta attorno.

  4. doppok says:

    “è fatto di carne e ossa pure lui”.

    Il problema è che questo vale solo quando perde…

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