Quanto è difficile essere un allenatore affermato nella NBA di oggi?

Sì Mike, c'è scritto 'You are fired!'

Gli allenatori non hanno tempo.
I giocatori possono avere del potenziale, essere futuribili, mostrare miglioramenti, fare esperienza. Per un po’ sui risultati si può chiudere un occhio ed aspettarli. E se sono veterani? Allora la stagione è andata a male per colpa del supporting cast inadeguato o del coach che non sa valorizzare il roster a disposizione. La star è sempre la star, anche se con lui non si vincono venti partite in un anno.

Tutto questo non vale per chi allena, che deve rispettare da subito le aspettative che ci sono sulla squadra in termini di risultati. Altrimenti, zac! Sei fuori.

Lo status di top player è ben altra cosa rispetto a quello dell’equivalente per gli allenatori. Basta guardare al trofeo intitolato a Red Auerbach e meglio noto come Coach of the Year Award.

Nel 2009 il riconoscimento va a Mike Brown, ufficiosamente licenziato in tronco per non aver portato i Cavs di LeBron James neppure alla finale di Conference, per il secondo anno consecutivo.

Nel 2008 è la volta di Byron Scott, che grazie al duo Paul-West porta gli Hornets, in quattro campionati, da 18 a 56 vittorie. L’anno successivo sfiora le 50 vittorie in regular season, torna ai playoff ma perde nettamente al primo turno. A novembre verrà congedato.

Nel 2007 viene nominato miglior coach Sam Mitchell con cui i Toronto Raptors tornano ai playoff dopo cinque anni di astinenza. Fuori al primo turno. Un anno dopo ritorno alla post-season pur con un record non vincente. Ancora fuori subito. Non arriva al panettone nel campionato seguente, rilevato da Triano.

Il 2006 è l’anno di Avery Johnson che, alla prima stagione intera da coach, vince 60 partite di regular season con i Dallas di Dirk Nowitzki e poi arriva a due vittorie dal titolo NBA. Un anno dopo non basta il miglior record di Lega per evitare uno dei più clamorosi upset della storia dei playoff contro Golden State. Contrariamente a quanto succederà ai suoi successori, è l’unico a portare a termine la seconda stagione dopo aver ricevuto il C.O.Y. Altra eliminazione al primo turno e tanti saluti.

Avery Johnson sta per tornare su una panchina NBA?

Negli ultimi 17 anni ci sono diciassette nomi diversi nell’albo riservato ai migliori allenatori. Di questi solo quattro hanno vinto almeno un anello.
– Doc Rivers ci riesce, ma non ad Orlando dove si guadagna il C.O.Y.
– Pat Riley a Miami, ma quasi dieci anni dopo il riconoscimento
– solo Gregg Popovich e Phil Jackson ritirano premio personale ed anello nello stesso anno, rispettivamente nel 2003 e nel 1996.

Prima considerazione: la classifica del Coach of the Year non è più una graduatoria individuale che riguarda una categoria, appunto quella degli allenatori. È sempre più il Most Improved Team of the Year.

Requisito principale? Dimmi quante partite la tua squadra ha vinto più dell’anno scorso. Terremo conto anche di eventuali trend in ascesa pluriennali e di un enfatico ritorno ai playoff dopo un periodo di vacche magre.

Piccola parentesi sui “miei” Blazers.
Un titolo nella storia della franchigia, allenatore Jack Ramsey. Nel 1996 Dr. Jack viene inserito nella lista dei 10 migliori coach della storia della NBA. Quante volte compare il suo nome nell’albo d’oro del C.O.Y.? Zero.
Paradossalmente un altro membro di quella èlite scelta quattordici anni fa è Don Nelson che tre volte è stato allenatore dell’anno, ma le Finals che vinse cinque volte da giocatore, nella sua carriera da guida tecnica le ha viste solo in tv.

In Oregon l’award se lo aggiudicarono Mike Schuler e Mike Dunleavy Sr.
Del primo ci si ricorda che è caduto dalla sedia quando ha tentato di sedersi per la conferenza stampa di investitura. Sotto la sua guida nessuna serie playoff vinta.
Del secondo una finale di Conference persa con i Lakers di Kobe & Shaq, dopo aver sperperato 15 punti di vantaggio nell’ultima frazione di gara-7.

Chiusa parentesi su Portland e seconda considerazione: quel che il Red Auerbach Trophy ti da, il R.A.T. poi ti toglie. Quando sei nominato il più bravo, la tua squadra non può fallire, pena il licenziamento nel biennio successivo.

Forse è anche per questo che il grande maestro che predica basket da oltre vent’anni nello Utah non è mai stato rimpiazzato. Per chi non lo sapesse, sì… Sloan, come Ramsey, non è mai stato Coach of the Year. Ci riuscì invece il suo predecessore sulla panchina dei Jazz, Frank Layden, che pur non portò mai i mormoni alle Finals né vinse mai 50 partite in una stagione regolare. That’s life!

Terza considerazione: il valore del coach non si misura in regular season.
Più che nel tutti contro tutti della stagione regolare, è nell’uno contro uno, nel corpo a corpo, che emergono i veri assi del coaching. Contromosse, tattiche o anche psicologiche, adeguamenti difensivi, creazione di nuovi match-up favorevoli. In mille modi gli allenatori che hanno finito per vincere l’ultima partita dei playoff sono capaci di rovesciare una serie.

Gli ultimi trombati eccellenti sono arrivati fino a dove il puro talento di cui disponevano li ha portati. Motivo per cui Sam Mitchell con il go to guy Chris Bosh ha fatto meno strada di quella percorsa da Mike Brown con LeBron e da Byron Scott con Chris Paul e, anni prima, Jason Kidd.

Durante la stagione regolare per 82 partite si alternano continuamente i 29 diversi avversari previsti dal calendario. Giochi per vincere in ogni singola partita, ma nessuna è vitale, né decide il destino di un campionato. Serve, come tutte le altre, per trovare la giusta chimica, per integrare i nuovi elementi nel sistema di gioco, per valutare nuove soluzioni.

Puoi prescindere dall’avversario. Ai playoff no.

In una serie al meglio delle sette c’è il tempo per prepararsi accuratamente ad affrontare il proprio rivale, così come per mescolare le carte strada facendo.
– Se mettiamo il nostro miglior marcatore su Andre Miller e mandiamo sempre un uomo in aiuto per prevenire le sue scorribande in pitturato, i Blazers sapranno trovare delle soluzioni offensive altrettanto efficaci? – No, per questo coach Gentry è in finale di Conference mentre McMillan guarda dal divano in salotto.
– Che ci facciano a pezzi i compagni del Prescelto, o che sia lo stesso LeBron a metterci in ginocchio a suon di jumpshot dal perimetro, ma quello con la palla in mano nel pitturato non ci deve arrivare mai. Basterà? – Yep!

La strada che porta all’anello vede ancora in marcia le quattro formazioni più meritevoli e Stern si è messo l’anima in pace che manco stavolta ci sarà il record di ascolti per Kobe vs. LeBron. Di certo c’è che in Georgia si sono finalmente accorti che Mike Woodson non vincerà mai neppure una partita contro un top team della sua Conference. E Mike Brown a Cleveland sta solo aspettando l’ufficialità della sua bocciatura.

Coach Brooks seguirà le orme di Phil Jackson o di Mike Brown?

Si goda l’ultima estate serena Scott Brooks. Dal prossimo anno nessuna pacca sulle spalle per una buona regular season, i suoi Thunder dovranno fare un po’ di rumore ai playoff, perché visti i precedenti al regnante Coach of the Year non saranno concessi passi indietro.

L’onore e l’onere di avere Kevin Durant.

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One Comment to “Head coach: easy come, easy go”

  1. Daniele says:

    Il problema è che il titolo di allenatore dell’anno non viene visto come miglior allenatore della stagione ma quasi come fosse il premio all’allenatore della squadra più migliorata. un pò contorto ma spero di essermi fatto capire.
    Comunque Brooks mi ha impressionato cosa che i vincitori citati nell’articolo (2006, 2007, 2008, 2009) non avevano fatto

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