From Celtics vs Cavaliers 94-85, del 13.5


La maglia rossa di Cleveland frettolosamente levata all’imbocco del tunnel degli spogliatoi non può che essere simbolica e ricca di significati reconditi.
Non è solo il segno della resa, ma è anche quello dell’addio.

Titoli di coda.


Ora i due grandi partiti sono già schierati, come Repubblicani contro Democratici, come LeBroniani contro resto del mondo, ed il dibattito verterà su due posizioni inconciliabili:
-tutta colpa del supporting cast, del General Manager che ha selezionato inadeguati sudditi per il Re e dello staff tecnico che non ha saputo metterli insieme (poco importa che sia tutta gente che ha dovuto superare il vaglio di King James per entrare a corte);
-tutta colpa del Prescelto.

Sbizzarritevi.

Ma al di là delle specifiche responsabilità e del folle lato tecnico di una serie storica, resta incancellabile il capolinea di una vicenda letteraria nata nel 2003, il senso di incompiuto di un qualcosa che sembrava scontato ed imminente dopo le Finals del 2007, ma che non è stato.

Persuasiva l’impotenza tecnica ed emotiva contro questi Celtics che riscrivono il concetto di pensione, fallimento ben manifestato dal finale di gara 6 in cui i Cavs non avevano nemmeno la forza mentale per provare a fare fallo e prolungare la partita, quasi a volersi liberare il prima possibile di questo incubo.

L’ultima immagine di Cleveland con LeBron in campo potrebbe essere stata un sintomatico tiro da 3 punti di Varejao, ovvero la cosa in natura meno sensata possibile, come se il destino volesse curare ogni crudele dettaglio iconografico, giocherellando beffardo proprio con chi dell’immagine e della coreografia ha fatto un elemento più che accessorio del suo gioco.

Splendida invece la successiva serie di abbracci sentiti che il Re ha concesso ad ogni singolo biancoverde, in una fiabesca sequenza in cui lo sconfitto raccoglie una parziale vittoria nel riconoscere la superiorità degli avversari, ed in cui il condannato riceve l’onore delle armi dai vincitori.

I compagni del 23 avrebbero forse voluto ricevere lo stesso calore prima della palla a due, ma l’immagine iniziale di questa gara del commiato è stata viceversa divinatoria e stridente, quasi la cornice di 7 anni di idolatria: tutti i giocatori dei Cavs in cerchio ad incoraggiarsi ed a sostenersi a vicenda, James 3 metri più indietro a concentrarsi da solo.

Cercando ora empaticamente di capire l’uomo LeBron, non escludo che in un’intima porzione del suo cuore e del suo cervello l’orgoglio e la testardaggine lo spingano addirittura a rimanere contro ogni pronostico.
Il mancato adempimento della missione di mettere Cleveland nell’albo d’oro sarà o sarebbe comunque una macchia indelebile di una carriera da predestinato e pluridecorato.

Più semplicemente invece potrebbe aver già da tempo scelto di andarsene, ben sapendo anche la destinazione.

Questa sconfitta potrebbe aver rafforzato in lui la convinzione di non poter vincere in un contesto quasi evangelico, apostolico, che fin dall’origine si basava d’altronde sul concetto di testimonianza.

Aspettative e pressioni che hanno schiacciato LeBron, ed a domino l’inadeguato Mike Brown ed i compagni che avrebbero dovuto riflettere della luce del 23.
Tanto è vero che quasi passa inosservata l’ipotesi che Shaq, colui che era il più dominante di tutti i tempi, possa aver giocato la sua ultima partita NBA…

Cleveland non era più The Mistake by the Lake, ma era la città del Prescelto e dei suoi testimoni.
Non si andava alla Quicken Loans Arena per tifare Cavs, ma si andava prima di tutto per poter raccontare ai nipoti di esserci stati.

Tra circa 40 anni, quando i piccoli discendenti dell’Ohio avranno terminato di ascoltare il racconto del loro anziano progenitore sulle pagane imprese dell’uomo venuto da Akron, la domanda nascerà spontanea: ok nonno, tutto bello, ma quanti titoli abbiamo vinto con questo essere mitologico? Io qui sull’almanacco non ne vedo, ma leggo Knicks, Knicks, ancora Knicks, sempre Knicks…

I bei ricordi sono una risorsa infinita anche per la più malinconica risposta della più malinconica vecchiaia, persino quando faranno riecheggiare il diabolico coro preparato dai fan di Boston per il Re eliminato: New York Knicks! New York Knicks!

Gli attuali tifosi di Cleveland avranno così il tempo per rielaborare l’amarezza e per arrivare preparati e rasserenati a quel momento: caro nipote, era scritto così. Siamo stati tutti testimoni del Prescelto di New York.

Tags: , , , ,

7 Comments to “New York! New York!”

  1. Guido says:

    Bellissimo articolo,un solo piccolo appunto:mi sto sempre piu’ convincendo che in realta’ James se lascia i Cavs andra’ ai Bulls e non a New York.

    Questo per tantissimi motivi,non ultimo il fatto che ai Bulls potrebbe praticamente da subito lottare per il titolo(con in squadra Rose,Noah etc…) mentre ai Knicks? Supponiamo che prendano James e Bosh e gli altri? Gallinari,poi? Secondo me rischierebbe di ritrovarsi nella stessa situazione in cui gia’ si trova ai Cavs…

    Inoltre forse e’ passato inosservato da questo punto di vista il fatto che dall’anno prossimo James non indossera’ piu’ il numero 23… e se lo avese fatto proprio perche’ in procinto di trasferirsi in una squadra dove il 23 e’ stato ritirato?

  2. Luca 8 says:

    Mitico Gerry, un altro stupendo articolo!
    Dato che, come giustamente sostieni, si scatenerà lo scambio di vedute tra “lebroniani” e resto del mondo, voglio dare il mio modesto parere su quanto mostrato dal re in questi anni.
    Personalmente mi schiero con “il resto del mondo” non per puntare il dito contro Lebron, che ritengo senza ombra di dubbio il giocatore più devastante della lega, ma perchè non ritengo che le cause di questo insuccesso vadano attribuite al solo supporting cast.
    Se un team ottiene per 2 anni di seguito il miglior record in regular season vuol dire che “il materiale” c’è.
    Un certo signor Dwayne Wade è riuscito a portare al titolo gli Heat con un roster composto da Jason Williams, Udonis haslem, Antony Walker e Shaquille O’Neal.
    D’accordo,il basket non è una scienza esatta, però non mi sembra che il roster dei cavs abbia nulla da invidiare a quello dei campioni NBA del 2006.
    Ma allora qual’è la differenza tra gli attuali cavs e gli Heat versione 2006?
    A costo di attirarmi l’ira di molti azzardo un’ipotesi: e se Lebron James non fosse “the choosen one”?
    Come ho detto sopra INDIVIDUALMENTE James è il giocatore più forte della lega, e questo non si discute, ma nel basket le cifre spesso sono menzognere: un giocatore non è un grande difensore perchè ruba tanti palloni o fa tante stoppate; un giocatore non è bravo a coinvolgere i compagni di squadra perchè ha una media di 8 assist a partita; statistiche del tipo 30+8+8 non portano un team alla vittoria se chi le registra tiene palla tra i 15 e i 20 secondi scegliendo poi di passare palla solo a 5 secondi dalla fine dell’azione perchè raddoppiato o triplicato.
    Una stella deve essere il leader nonchè punto di riferimento per i compagni sia sul piano del gioco che su quello mentale; così erano magic, bird e jordan, così è kobe ma non James.
    Sicuramente mi sbaglierò, anche perchè stiamo parlando di un ragazzo dalle infinite risorse, ma il James di oggi non riesco proprio a vederlo come leader di una squadra da dinastia, e sono convintissimo che non è andando a new york che mi dimostrerà che sto sbagliando.

  3. Renzo says:

    Ottimo articolo e ricco di spunti.

    Tra l’altro stranamente mi reputo d’accordo con Luca 8…

    Non ho avuto modo di vedere le partite, ma si sa…i playoff non sono come la regular season, è necessario un salto di livello ed è necessario sapere effettuare degli adeguamenti in progress, i cavs li hanno fatti?
    Mike Brown ci ha messo qualcosa di suo o ha lasciato LeBron al suo destino?

  4. fabio r says:

    Troppo facile dire che lebron non abbia colpe. Le ha, eccome!
    In questi giorni in America, dove aver cullato per anni la loro stella, oggi la stanno decisamente facendo a pezzi.

    Per me è sbagliato, sia averlo messo sul podio dei più grandi di tutti i tempi prima, senza nemmeno aver vinto una singola gara di finals, sia buttarlo giù adesso con disprezzo. la verità come spesso accade sta nel mezzo.

    Jordan, shaq o Kobe, hanno dovuto subire anni di critiche prima di veder ripagati i propri sforzi. LeBron già all’HighSchool era meglio di Jordan, Russell e Chamberlain messi insieme. Così gli fai solo del male e psicologicamento lo ammazzi.
    Devi dare tempo ai campioni di diventare campioni, con le sconfitte, le critiche, le sofferenze sul campo e uscire da soli dalle difficioltà che gli avversari ti mettono contro, così come Jordan fece contro i pistons o kobe & shaq prima di vincere contro Indiana nel 2000.

    James è stato un “privilegiato” fin da subito e non ha mai avuto modo di allenare i propri nervi a momenti critici.
    La leadership che ancora gli manca non si trova nel supermercato, ma si affina col tempo attraverso le difficoltà.
    ma se alui gli si dice sempre “Non è colpa tua, tu non sbagli”, come può maturare?

  5. Giorgio says:

    Ciao a tutti ragazzi

    Io nei Cavs ed in LeBron individuo 2 grossi problemi.
    1. Come diceva Coach Peterson l’altro giorno, la personalità di LeBron tende a “spersonalizzare” quella dei compagni, che presi singolarmente sono buoni giocatori, che nelle precedenti squadre hanno anche avuto responsabilità da prima opzione o da ultimo tiro. Ai Cavs non sono che dei “paggi”, dame di compagnia della regina indiscussa, inituli se la Regina non è in serata, incapaci di riprendere delle responsabilità nei momenti decisivi.
    2. Mike Brown: Oggettivamente i Cavs non hanno un gioco, nulla che in un momento di difficoltà offensiva del Prescelto permetta buoni tiri. Anche nella serie dello scorso anno con Orlando, quando Pietrus riusciva a tenere bene o male LeBron, non ricordo uno schema che permettesse a James di uscire dai blocchi per togliersi un pò di dosso la pressione della marcatura. Inoltre è palese come Mike Brown sia anche lui totalmente sottomesso. In gara 5, un allenatore con un pò di carisma avrebbe levato LeBron dal campo vista la sua inutilità! Tutto ovviamente dipende dal fatto che tutta la città, i dirigenti, lo staff di allenatori ed i giocatori erano e sono tenuti in “scacco” dalla decisione futura del loro faro…Nessuno si è mai permesso di eccepire qualcosa per paura di non urtare la sensibilità di James e comprometterne le scelte future…Essere degli “Yes Man” o circondarsi solo di persone che di idolatrano e non sanno dirti che sbagli porta alle conclusioni degli ultimi 2 anni…..

  6. Procionide says:

    Faccio alcune note storiche:
    1. O’Neal e Bryant hanno iniziato a vincere quando li ha allenati un allenatore che si sentivano di poter seguire, carismatico, vincente, una leggenda, uno che avesse la forza di limitarli e indirizzarli nel gioco di squadra: Phil Jackson.
    2. Jordan ha iniziato a vincere quando lo ha allenato un allenatore esordiente, un signor nessuno, uno che l’ha convinto a seguirlo, uno che ha avuto il coraggio di limitarlo e indirizzarlo: Phil Jackson.
    3. Pat Riley ha iniziato ad allenare i Lakers perchè West non voleva farlo di persona, e ha conquistato Magic, Jabbar e gli altri Lakers partendo da zero.

    I Riley, i Jackson, i Popovich, gli Sloan sono diventati quello che sono anche perchè ci sono stati dei campioni disposti a fidarsi di loro quando non erano delle leggende.
    L’ambiente Cavs sarà pure stato troppo accondiscendente con LeBron, ma lui ne ha approfittato. Questa è la sua colpa.

Leave a Reply

You can use these tags: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>