From Cavaliers vs Celtics 88-120, del 11.5


Quando si assiste alla riscrittura dei libri di storia spesso non ci si rende conto di quello che sta effettivamente accadendo. Ma gara 5 tra Cleveland e Boston potrebbe aver rappresentato lo spartiacque tra diverse ere geologiche della NBA.

I Big Four, l'equilibrio perfetto per Boston.


Eravamo rimasti alla squadra di Rondo contro la squadra del Re.

Ci siamo trovati con 0 (zero!) canestri dal campo per entrambi nel primo tempo.

Eravamo rimasti con l’auspicio biancoverde che Boston tornasse ad essere anche se non soprattutto la squadra dei Big Three, unico mezzo per sognare all’orizzonte la finale con Orlando.

Ci siamo trovati con un Pierce chirurgico sui due lati del campo, un Allen favoloso nell’interpretazione dei blocchi e dei giochi per le sue uscite sul perimetro, un Garnett essenziale nel punire i lavori rinunciatari di uno stralunato Jamison e di un irriconoscibile Varejao.

Come agognato dalla mia fede biancoverde e per quanto possa sembrare paradossale, ci siamo trovati anche un Rondo più positivo della versione tripla doppia, perché ha saputo essere disciplinato, ha saputo aspettare, ha saputo coinvolgere, ha saputo spostare l’attenzione sui compagni, senza cavalcare a tutti i costi l’inerzia positiva da cui arrivava nella serie.
In sintesi, ha saputo giocare da fuoriclasse tra fuoriclasse, venendo fuori solo nel terzo quarto per l’allungo decisivo.

E’ tornata la difesa a sanguisuga di Boston, nella quale chi aiuta viene aiutato immediatamente da un altro; si è rivista la disposizione a semicerchio che permette ai tre giocatori sul lato forte di muoversi all’unisono asfissiando di volta in volta chi ha il possesso del pallone.
Uno spettacolo per gli occhietti vispi di Tom Thibodeau, che aveva avuto poche occasioni in regular season di compiacersi in questo modo.

E’ stata l’esaltazione del patto di Roma, di uno spogliatoio un po’ più speciale degli altri, di una cultura di pallacanestro superiore, di un gruppo che supera le avversità all’interno del gruppo.
La vittoria di una squadra che gioca meglio; la vittoria di una squadra che gioca insieme. La vittoria di una Squadra.

E la vittoria di coach Rivers e dei suoi time out filantropico-sociologici:

So che volete vincere singolarmente, ma dobbiamo riuscirci tutti insieme.

Eravamo rimasti con l’auspicio sponda Cavaliers che LeBron riuscisse a trovare quel delicatissimo equilibrio perfetto tra coinvolgimento e mettersi in proprio.

Ci siamo trovati col peggior James di tutti i tempi.

Il Re sbagliava ed i compagni non difendevano; il Re doveva andare dentro ed il Re sparacchiava da fuori; i compagni aspettavano il Re ed il Re non difendeva.

Non si sa cosa aspettasse coach Mike Brown, ma di sicuro non ci ha capito letteralmente nulla, per quanto i suoi evidenti demeriti e l’incapacità ancestrale di salire di livello ai playoff non giustifichino l’approccio imbalsamato e l’esecuzione al rallenty troppo perimetrale dei suoi, a pochi giorni dalla sontuosa gara 3.

Ha provato a resuscitare dal fondo della panchina persino Ilgauskas e Boobie Gibson, ottenendo timidissimi segnali dal primo e catastrofiche risposte dal secondo.
E’ andato in cortocircuito totale negli accoppiamenti difensivi, non trovando mai l’antidoto alle variegate soluzioni proposte dalla partita perfetta di Boston, in cui pure Big Baby dava segnali di onnipotenza a cavallo degli ultimi quarti.

Paradossalmente tutto quel ben di Dio predisposto dal front office al fine di creare una macchina perfetta per il titolo si è rivoltato contro il coach, mai in grado di azzeccare le rotazioni ideali e soprattutto di strutturare in 5 anni qualcosa di veramente alternativo ai decreti monarchici.

Appoggio per esempio storicamente la linea Flavio Tranquillo – Mike D’Antoni sull’opportunità di un LeBron utilizzato da 4 se non addirittura da 5 in situazioni come quella di ieri, nella quale non riusciva ad avvicinarsi al ferro. Mossa mai nemmeno sperimentata dal coach.

La pressione, la consapevolezza del rischio di poter perdere il Re e veder finire la magia, l’obbligo di dover vincere a tutti i costi e di rispettare le attese ha fatto tutto il resto.
Ed il processo, se processo sarà, non potrà che portare alla completa condanna dei funzionari del sovrano e dei principali cortigiani, nessuno escluso.

A Sua Maestà viceversa non sarà tagliata la testa, perché ogni Re che si rispetti ha a disposizione la soluzione di emergenza: l’esilio, in questo caso qualche migliaia di chilometri più a Est, verso l’Oceano Atlantico, dalle parti di quella statua che ha tanto a cuore la Libertà.

Quando una Monarchia finisce di solito inizia una Repubblica, ma fa davvero impressione che la Quicken Loans possa aver accompagnato per l’ultima volta fuori dal regno LeBron in questo modo stridente, abbandonandolo ben prima della fine, lasciando l’Arena vuota quasi come una simbolica abdicazione non solo di una squadra di basket, ma di una missione, di un’idea, di un sogno, di una poesia.

Addirittura di un popolo, quello di Cleveland, che rischia ora di essere ridimensionato a ciò che è sempre stato prima dell’avvento del Monarca: cinema, centro commerciale, lago e freddo.

Eppure, se i Cavs dovessero in qualche modo vincere gara 6 della disperazione a Boston, nella imponderabile emotività di questi playoff sarei l’ultimo ad essere sorpreso persino di vederli campioni NBA, proprio grazie alla sculacciata.

Ma se, come dice Garnett, non si tornerà in Ohio per gara 7, che la nuova era abbia inizio.

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2 Comments to “La sculacciata”

  1. Canigggia says:

    Splendido pezzo, se possibile ancora meglio degli altri.

    Forse è prematuro parlarne adesso, ma se davvero i Cavs andassero fuori le conseguenze sarebbero paragonabili ad un ‘muro di Berlino’ della NBA… (con le dovute proporzioni ovviamente, ma la fine dell’utopia sarebbe la stessa).

  2. Grande Gerry.Mi devi piallare però.Io ho paura per i Celtics se vanno in finale.Ho avuto,nella lettura,dei deja-vu,come se qualcuno avesse detto quello che hai scritto,molto tranquill(o)amente.Ti aspetto sul campo.

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