Se alla vigilia dei playoff fossimo stati chiamati a sancire la serie dall’esito più scontato, difficilmente ci saremmo discostati dall’indicare Atlanta-Milwaukee, anche con una certa aria di sufficienza per la facilità del quesito.

Genio al lavoro, Scott Skiles.


Bene, qualcosa è nel frattempo misteriosamente sfuggito di mano.

Il problema è che pur andando in fretta e furia a rivedere i filmati ed i commenti delle cinque partite fin qui disputate, regolarmente snobbate dai media e dal sottoscritto proprio a causa della presunta inconsistenza della competizione, non si riesce del tutto a decifrare una nitida chiave tecnica che individui i meriti dei Bucks ed i demeriti degli Hawks.

Ci si può sbizzarrire infierendo su coach Woodson ed il suo storico attacco monocorde o spostando il mirino verso la sospetta leadership di Joe Johnson e Josh Smith, ma ritengo prioritaria l’esigenza di soffermarsi sulla lettura del quintetto di Milwaukee:

1.Brandon Jennings, bollato a suffragio universale nell’estate 2009 come bidone o nella migliore delle ipotesi come inadeguato dopo l’esperienza romana;
2.John Salmons, tre squadre in 12 mesi, sacrificato senza rimpianti da Chicago a stagione in corso;
3.Carlos Delfino, cittadino nomade del mondo, in libero pellegrinaggio tra Argentina, Italia, Stati Uniti, Canada e Russia ma con meta e senso sempre da definire;
4.Luc Richard Mbah a Moute, Principe di Bafia nel natio Camerun, educato e umile lavoratore nel sommerso del gioco, in grado di difendere su qualsiasi fattispecie di avversario e di parcheggiarti la vettura se glielo chiedi garbatamente;
5.Kurt Thomas, sì, proprio quel Kurt Thomas di cui probabilmente i più distratti appassionati NBA avevano perso le tracce da mesi.

Come possono questi ragazzi essere in vantaggio in una serie playoff senza fattore campo contro Mike Bibby, Joe Johnson, Marvin Williams, Josh Smith, Al Horford e Jamal Crawford, da più parti accreditati come possibili favoriti ad Est?
Semplicissimo: sono allenati da Scott Skiles, principesco nel far rendere chimicamente oltre le più ottimistiche previsioni un gruppo di adepti, atleti senza arte né parte ed operai specializzati, alla sola condizione di una loro adesione totale al credo del coach.

Ora Jennings è quasi All Star a 20 anni, Salmons si scopre go-to-guy da playoff, Delfino è diventato quello che (parole di Jennings) quando si accende non ce n’è per nessuno, Mbah a Moute si candida per i quintetti difensivi dei prossimi 10 anni e Thomas piazza un eloquente +21 di plus/minus in 21 minuti dominando gara 5 con 0/1 al tiro.

Skiles è forse l’unico coach che fa traballare, quasi ribaltandola, una regola tassativa del mondo NBA: dimmi che giocatori hai e ti dirò che allenatore sei.
No, lui viene prima dei giocatori, i suoi metodi scavalcano ogni gerarchia prestabilita, le sue scelte sacrificano senza indugio i più affermati, se recalcitranti a seguire la dottrina, e lanciano al proscenio i più sconosciuti, se meritevoli e fedeli alle rigorose regole.

Se mi si passa l’azzardatissimo paragone calcistico, tutto ciò mi ricorda per certi aspetti il Foggia di Zeman, in grado di dare risalto ad un gruppo di singoli giocatori apparentemente low profile che trovavano però identità nel sistema, non risentendo o addirittura traendo beneficio dall’assenza di stelle e campionissimi.

Già, perché al netto della preseason, i due leader di questa squadra sarebbero dovuti essere gli assenti Redd e Bogut…

Se come credo i Bucks dovessero perdere il match point casalingo, i loro playoff termineranno in Georgia nella decisiva gara 7; altrimenti ci penserà Orlando nel turno successivo.
Qualsiasi cosa accada non si potrà cancellare la portata di questo 3-2 chimerico, eppure il mio pensiero a lungo termine non riesce a cancellare i dubbi che storicamente suscita Skiles quando è chiamato al salto di qualità definitivo.

Fu così a Chicago, quando fece uscire dalle labbra di Federico Buffa addirittura il pronostico di Bulls favoriti ad Est nella stagione 2008 (che poi fu di Boston), salvo perdere il posto di lavoro dopo 25 partite con litigi assortiti anche con le cugine dei magazzinieri; e fu così a Phoenix, quando al terzo anno nuovamente contrasti coi big più carismatici ed un record in calo rispetto alle prime due ottime stagioni gli costarono due anni di disoccupazione.

Riuscirà ora il burattinaio Skiles in Wisconsin, paese di taglialegna e falegnami, a far diventare le sue meravigliose marionette qualcosa in più di un riuscitissimo e spettacolare esperimento teatrale?
O ci dovremo accontentare di un grande insegnante di pallacanestro con metodi e carattere non adatti per allenare i fuoriclasse e quindi per guidare una contender alla gloria?

Appuntamento tra circa 2 anni per le prossime risposte.

Tags: , , , , , , , , ,

2 Comments to “The Puppet Master”

  1. tfrab says:

    All’analisi aggiungerei Ilyasova, che sta facendo una gran bella stagione. Piuttosto che fine ha fatto “tifosoknicks”? A inizio stagione, scettico sul mio pronostico di Bucks ai playoff mi promise una cena: se passano il primo turno ci scappa anche il dessert 🙂

  2. Ciombe says:

    Quoto Gerry.
    Skiles è il coach perfetto per una squadra senza stelle.
    QUando poi i giocatori che prende “dalla Strada”, li fa diventare stelle, iniziano i problemi, perchè loro passati di status non lo ascoltano più.
    QUando non sono nessuno, Skiles esige disciplina.
    Quando diventano stelle, comandano loro e i principi su cui si fonda lo Skiles pensiero vengono meno.

Leave a Reply

You can use these tags: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>