LeBron James: 37 punti, 12 rimbalzi, 11 assist
Dwyane Wade: 46 punti, 16/24 dal campo
Carmelo Anthony: 39 punti, 11 rimbalzi

Così amici, così diversi.

I tre moschettieri del magnetico draft 2003 hanno numericamente acceso la domenica a stelle e strisce, ma solo uno di loro al momento si è aggiudicato il passaggio del turno.

LeBron ha dato la tanto auspicata dimostrazione tecnica di rara e preoccupante (per Celtics, Magic e Lakers) maturità, giocando una gara nelle più strette vicinanze della perfezione ed interpretando la partita secondo il canovaccio che la strada verso il titolo gli imporrebbe sempre (specie nelle partite interne), riassumibile in 3 mosse:

1.Attacco nei primi secondi dell’azione
Non ha fatto schierare la difesa, addirittura chiedendo palla con vigore a centrocampo, per precisa missiva dello staff tecnico che ha intuito la possibilità di ottenere benefici alzando il ritmo contro questi Bulls, accettando paradossalmente quello gradito a Rose e soci un po’ come furono costretti a fare i Celtics l’anno scorso. Ha difeso, traendo inerzia offensiva dal lavoro svolto nella propria metà campo.

2.Coinvolgimento
Ha coinvolto subito i compagni nei primi 5 secondi dell’azione, non necessariamente per l’assist ma anche solo per entrare nei giochi; ha letto i raddoppi non abusando del palleggio da fermo ma liberandosi del pallone con i suoi tempi musicali; ha ispirato Jamison per tutto il sontuoso terzo quarto, esultando lui per primo ad ogni canestro di Antawn.

3.Dinamica batte statica
Ha mosso la palla ed ha mosso se stesso, trovando con regolarità soluzioni in penetra e scarica, rifiutando conclusioni da fermo a favore di situazioni in movimento, anche solo uscendo da un banale gioco a due sul perimetro che comunque muove e fa pensare la difesa.

Le cifre sono l’ultimo elemento da analizzare quando si parla di James (il cui fatturato non è soggetto a crisi al di là della qualità del suo gioco), ma c’è un dato che non ammette obiezioni: in gara 2 ha giocato l’abominevole cifra di 15 isolamenti da fermo senza alcuna esecuzione dell’attacco, di cui una buona parte nel finale di partita orrendo e fantastico come in un’azzeccatissima antitesi di Federico Buffa; ieri si è limitato alla miseria di 4 situazioni di quel genere, tra cui il necessario arresto e tiro di fine secondo quarto.

Ecco la strada per il primo anello di LeBron, tanto più se Cleveland non si dimentica di essere stata costruita da Mike Brown con una precisa indole difensiva che non può mai venire meno a prescindere.
Se poi James viaggia pure col 60% in arresto e tiro da centrocampo…

Dwyane ha fatto quello che anche il più distratto appassionato NBA avrebbe previsto: la partita da uomo lupo direttamente dal film Voglia di vincere, segnando in tutti i modi a suo unico gradimento, nella possibile ultima apparizione stagionale (e chissà se solo stagionale) con la maglia Heat.

Non mi dilungo oltre nel già analizzato vizio di fondo di Miami, ma proprio il fatto che i compagni abbiano bisogno di cotanta prestazione della loro stella per vincere dimostra la loro impossibilità di fare strada ai playoff con questa struttura.

Carmelo ha messo a segno 39 punti che, per quanto ridimensionati per esempio da sfondamenti assortiti e ben 9 palle perse, non dovrebbero fare di lui il responsabile del 3-1 a favore di Utah.

Eppure l’interim coach dei Nuggets Adrian Dantley (era chiaro che George Karl sarebbe mancato, ma non pensavo così tanto) ha sorprendentemente speso critiche per il solo Anthony nel dopo gara:

Abbiamo incontrato problemi nella finalizzazione del nostro attacco; Carmelo deve svolgere un lavoro migliore nei suoi possessi, nove palle perse sono davvero troppe. Sappiamo bene che quando giochiamo a Salt Lake City i Jazz cercano lo sfondamento e la simulazione, dobbiamo essere più attenti ed evitare certe trappole, giocando più di squadra.

Qualcosa non torna, specie alla luce dell’improvvisa scomparsa di disciplina tecnica ed intensità emotiva nei giocatori di Denver, tra cui proprio il solo Anthony (34.5 punti a partita nella serie) sta rispettando le aspettative, sobbarcandosi il tentativo di sopperire ad una panchina inesistente, ad un Billups sovrastato da Williams e ad un coach non in grado di gestire qualcosa di troppo grande per le sue attuali capacità.

Ma gli eccessivi isolamenti di Carmelo sono causa o effetto dei problemi di Denver? Ed ancora: rappresentano la soluzione o la recrudescenza del cattivo rendimento del supporting cast?

Riassumendo: Cleveland vince anche e soprattutto se LeBron non gioca per conto suo, Miami vince solo se Dwyane gioca per conto suo, Denver perde nonostante Carmelo giochi per conto suo.
Ovvero tutto il fascino dei playoff NBA, territorio in cui i punti si pesano, non si contano.

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One Comment to “Il Re democratico, il licantropo e l’abbandonato”

  1. Canigggia says:

    Semplice, rapido e perfetto come sempre!
    LeBron li sta viziando, ma giocando di squadra come stanotte le possibilità di titolo impennano vertiginosamente.

    PS. Ma quand’è che ti rivediamo all’opera per i prospetti del draft? E li scriverai sempre su questo blog o da qualche altra parte in play.it USA?

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