Il basket è uno sport di squadra.

La considerazione, nella sua innegabile banalità, andrebbe tenuta presente anche quando è il momento di assegnare i premi individuali di fine anno.

Quando è il momento di celebrare il miglior giocatore della stagione (o delle finali) gli americani scelgono il loro Most Valuable Player, definizione che sposta l’enfasi dal singolo in quanto tale al singolo in relazione ai risultati della sua squadra. Come giustificare altrimenti il doppio riconoscimento andato a Nash? Come potrebbe Steve stare davanti ai vari Kobe, LeBron, Dwyane, Melo, Dwight e Dirk se ci si limitasse solo alle statistiche personali?

In quelle due stagioni il canadese è stato il giocatore più determinante nel rendimento della sua squadra, un gruppo che lui è riuscito a trascinare ai vertici della NBA. Due fattori che vanno di pari passo: peso specifico nel proprio team e record di squadra tra i migliori della Lega.
Ed anche oggi, a 36 anni suonati, si trova lì: sesto record assoluto, a tre lunghezze dai Lakers capofila dell’Ovest. Pas mal, per una squadra che in autunno veniva data potenziale esclusa dal tabellone playoff.
Neppure ora è il migliore cestista del campionato, ma senza dubbio si piazzerà a ridosso del podio nel ranking destinato all’award più ambito.

Ora, perché non applicare lo stesso concetto anche nella valutazione del miglior difensore?

A che serve essere un grande marcatore sull’uomo se non sei capace di essere un efficace difensore in aiuto e se non sei in grado di elevare il livello di guardia dei compagni di squadra? Certo serve, ma non basta.

Due anni fa Kevin Garnett vinse il premio a mani basse, senza se e senza ma.
Leader, trascinatore, esempio in campo. Ha trasferito energie, grinta e voglia di fare la differenza nella propria metà campo a Perkins e Rondo, improvvisamente tarantolati. Kevin Garnett era l’identità difensiva dei futuri campioni NBA (senza dimenticare i meriti della mente, l’assistant coach Tom Thibodeau).

Non è solo in attacco che si possono rendere migliori i compagni, dunque perché non assegnare il Defensive Player of the Year a chi influisce maggiormente sulle prestazioni difensive della propria squadra?

Se mi limitassi al dopo-ASG, il primo nome del mio elenco sarebbe quello di Marcus Camby. Il suo impatto sull’efficacia difensiva di Portland è clamoroso, non solo in termini di prestazioni individuali (rimbalzi difensivi, stoppate, recuperi, sfondamenti subiti) e neppure per i risultati (un crescendo finale da 13 vittorie su 16). La differenza la fanno le rotazioni, il contenimento dei pick’n’roll avversari, l’atteggiamento difensivo dei Blazers da due mesi a questa parte. Degli altri Blazers. Passi per Batum, ma quante volte sarà capitato prima di vedere Miller e Webster subire uno sfondamento in aiuto, nella stessa partita?

Lo diceva McMillan: abbiamo dei buoni difensori a livello individuale, ma c’è molto lavoro da fare in termini di difesa di squadra. Nonostante abbia trentasei anni, Camby ha già convinto tutti in Oregon ed ha strappato un contratto biennale da 21 milioni di dollari.

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One Comment to “Most Valuable Defender”

  1. Ciombe says:

    io mi sento di citare anche i “miei” Haslem e Richardson in questa speciale classifica.

    Quando entra Udo solitamente cambia il ritmo difensivo della nostra squadra, perchè gli esterni aggrediscono di più e perchè Udo con il suo esempio stimola gli altri a fare altrettanto.

    Q-Rich in attacco è alterno, ma in difesa per tecnica e mentalità è appena un paio di gradini sotto due maestri come Artest e Battier, perchè difficilmente lo batti se non ti impegni sul serio.

    Un’altra menzione per un altro mio favorito, Joel Anthony, boscaiolo senza talento per giocare a basket, ma una gioia da vedere in difesa, dove stoppa, contiene, taglia fuori, si batte come un leone e con successo.

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