Lo spettacolo nell’ultimo mese di regular season NBA è a lunghi tratti osceno: difese larghe, rotazioni sperimentali, emersioni dal nulla di carneadi, esplosioni di rookie tenuti a lungo in naftalina, clima da All Star Saturday, livello troppo inferiore.

David Stern deve prendere atto che il crollo della qualità offerta in primavera è un pessimo spot pubblicitario per la lega che commissiona.

La buona parte di verdetti già decretati crea una mostruosa quantità di partite inutili senza motivazione per il risultato di almeno una delle franchigie in campo, a cui si sovrappongono effetti collaterali assortiti.

Delle 30 squadre NBA almeno una decina è fuori dai giochi ad inizio Marzo, poco dopo la pausa dell’All Star Game, mentre in vetta le gerarchie sono delineate e raramente si lotta fino alla fine per le prime teste di serie assolute (capitò l’anno scorso con Cleveland e Lakers).

Nelle ultime 10 partite resta quindi solitamente da definire l’ultima squadra che accede ai playoff nelle due conference (ma quest’anno le 8 elette ad Ovest sono tali da tempo immemore) e l’ordine nel tabellone delle squadre tra la terza e la settima posizione.
Troppo poco per creare interesse!

Non solo, perché la squadra fuori dai giochi, che spesso affronta svogliata e ridimensionata l’impegno contro la squadra interessata, falsa addirittura il risultato sportivo.
Per capirci, giocare contro Houston o Memphis ora non è come farlo a Dicembre, per quanto Rockets e Grizzlies cerchino in qualche modo di onorare la competizione.

Pensate anche alla battaglia in corso tra Toronto e Chicago per l’ottava piazza ad Est, l’unico vero motivo di interesse di Aprile: nel giudizio del calendario non si guarda la forza ed il valore assoluto degli avversari, ma si giudica in base all’interesse che questi hanno per ottenere una vittoria.

Addirittura c’è chi sostiene che Boston stia perdendo quasi volontariamente alcune partite per lasciare al terzo posto Atlanta e poter così ottenere il quarto posto ed un avversario al secondo turno (Cleveland) che più si addice agli accoppiamenti ed alle caratteristiche dei biancoverdi.

In questo marasma si sta facendo largo da qualche annetto una fastidiosissima moda che non esito a definire deprecabile, ma che renderebbe orgoglioso il Fabio Capello della pompa magna rossonera dei primi anni ’90: il turnover.

Da Kobe a LeBron, da Joe Johnson a Brandon Roy, dai veterani di Boston a quelli di San Antonio, passando purtroppo per le stelle di squadre da lotteria, ovviamente interessate al maggior numero di palline in funzione del draft.
Sia chiaro, tutta gente verosimilmente malconcia a cui effettivamente una pausa può solo giovare specie se alla vista ci sono i micidiali e dispendiosi playoff; ma tutta gente che, qualora ci fosse stato qualcosa in palio, sarebbe scesa in campo.

E dall’effetto alla causa: come mai arrivano così malconci i giocatori NBA a fine stagione? Ma è evidente: si gioca troppo.

Bisogna riconsiderare il numero di partite di regular season non solo in funzione del rendere più interessante l’ultimo mese di stagione, ma anche per tutelare l’integrità fisica di questi ragazzi.

E’ decollata negli ultimi anni la quantita di giocatori out for the season fin dal periodo invernale; addirittura due delle tre ultime prime scelte assolute al draft (Oden e Griffin) hanno mancato l’intera prima stagione e non credo sia del tutto estraneo a ciò il diverso carico di lavoro posto in essere da Greg e Blake per tenere botta alla nuova massacrante fattispecie di calendario in arrivo (dalle 40 partite NCAA o FIBA alle 82 NBA).

Lo stesso nostro Danilo Gallinari ha incontrato guai simili nella fase di potenziamento muscolare durante la prima estate da Knicks ed il rookie wall (la crisi fisica e di prestazioni che colpisce le matricole verso Febbraio a causa della quantità di partite giocate per la prima volta in carriera; Jennings e Casspi su tutti quest’anno) è ormai un punto fermo della letteratura NBA, così come una squadra che gioca per due sere consecutive (back to back) sfasa qualsiasi gerarchia acquisita.

La mia soluzione è nitida: scendere dalle 82 alle 72 partite di regular season, giocando 3 volte contro le avversarie della propria conference (3 x 14 = 42) e 2 volte contro le avversarie dell’altra conference (2 x 15 = 30). Ed abolendo l’eventualità del back to back.

Più equilibrio, più interesse fino alla fine, più credibilità dei risultati, più riposo, più traguardi raggiungibili per tanti, meno possibilità di tanking, meno infortuni, meno viaggi, meno logorio, meno possibilità di falsificare il risultato sportivo.
In pillole: più qualità e quindi più spettacolo.

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3 Comments to “Garbage season”

  1. tfrab says:

    forse anche 30 franchigie sono troppe: ma chi glielo spiega a Stern 🙂 ?

  2. hispanico82 says:

    Riporto la conclusione del pezzo:

    Più equilibrio, più interesse fino alla fine, più credibilità dei risultati, più riposo, più traguardi raggiungibili per tanti, meno possibilità di tanking, meno infortuni, meno viaggi, meno logorio, meno possibilità di falsificare il risultato sportivo.
    In pillole: più qualità e quindi più spettacolo.

    fermo restando che sarebbe naturale il risparmio di forze per i giocatori, viaggiando leggermente meno e giocando 10 partite mancanti, non sono daccordo con il raggiungimento di più equilibri nel finale di stagione, della minore possibilità di tanking e del raggiungimento di più equilibrio per tanti.

    E’ insito nella lega che ci siano squadre che giocano stagioni a perdere: bisognerebbe rivedere l’assegnazione delle “palline” per il draft per cambiare la situazione. Così come giocare 10 partite in meno non vedo come potrebbe portare l’equilibrio fino alla fine, si abbasserebbe la soglia di vittorie per raggiungere i PO e di conseguenza le ultime partite avrebbe comunque questo aspro sapore che si portano dietro.

  3. Gerry says:

    Chiaramente è un palliativo, non certo la cura definitiva, specie per fenomeni come il tanking che è un’inevitabile controindicazione di quel gioiello del draft.

    Però comprimendo il numero di gare e quindi abbassando le soglie si avvicinano inevitabilmente i record, rendendo almeno più probabile che vi siano più squadre interessate al risultato e quindi partite meno amare.

    Nella stagione 1998-1999 del lockout (50 partite) per esempio la distanza ad Est tra la prima e la nona era della miseria di 7 partite e ad Ovest fino alla penultima giornata erano in corsa 3 squadre per il primo posto e 4 per l’ottavo.

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