Si discute negli Stati Uniti circa la possibilità di non permettere l’ingresso nella NBA ai giocatori che non abbiano compiuto 20 anni, obbligandoli quindi nella maggior parte dei casi a due campionati di parcheggio nella NCAA o in Europa non appena hanno terminato il liceo.

Oden e Durant: se fosse stata questa la loro prima stagione NBA?

Oden e Durant: se fosse stata questa la loro prima stagione NBA?


Tanto per rendere il concetto, nell’attuale stagione non avrebbero potuto essere giocatori NBA: Michael Beasley, DeJuan Blair, DeMar DeRozan, Tyreke Evans, Jonny Flynn, James Harden, Jrue Holiday, Brandon Jennings, Kosta Koufos, Anthony Randolph.

L’anno scorso il divieto sarebbe scattato, tra gli altri, per: Nicolas Batum, Danilo Gallinari, Eric Gordon, Brook Lopez, Kevin Love, Derrick Rose, Russell Westbrook.

L’esempio più emblematico si rivolge addirittura alle prime due scelte del draft 2007: Greg Oden e Kevin Durant avrebbero infatti potuto debuttare tra i pro solo la settimana scorsa.

Charles Barkley, favorevole al limite, la mette sul piano puramente sportivo, del gioco:

Quando sei al liceo (high school) ovviamente fai la differenza perché sei più grande, più forte e più veloce di chiunque altro. Il livello è improponibile, ma quando questo sale cambia tutto. Bisogna andare al college per imparare come giocare! I giocatori attuali invece bypassano questo aspetto, finendo così per soffrire a lungo nella NBA e per far perdere qualità alla lega stessa.

Argomento tecnico sicuramente interessante e da approfondire anche considerando la singolare vicenda di Brandon Jennings tra Roma e Milwaukee. Ma fatico a non leggere in queste parole del grande Charles la trascuratezza di quella che è nella migliore delle ipotesi una mastodontica contraddizione tutta USA, strizzando l’occhio all’ipocrisia.

Da appassionato NCAA non potrei essere più estasiato dall’idea di vedere i migliori giocatori del mondo sfidarsi per due anni al college, per altro attenuando gli effetti della fastidiosa (e nuovamente ipocrita) pratica attuale nota come “one and done”, rappresentata da quei ragazzi che si ritrovano iscritti ad un ateneo solo per sottostare alla normativa vigente (almeno dodici mesi di separazione tra la fine del liceo e l’approdo nella NBA).

Kevin Garnett a North Carolina, LeBron James a Ohio State, Dwight Howard a Georgia Tech, Kobe Bryant a UCLA. Beh, la pace dei sensi.

Cosa hanno però in comune quei quattro giocatori, oltre all’aver bypassato il college per approdare direttamente nella NBA? Sono tutti arrivati in finale per l’anello da leader indiscussi delle loro rispettive squadre, due di loro vincendolo pure.

Perchè un punto non ammette contestazioni anche da parte di Sir Charles: se sei un fuoriclasse, resti tale con o senza college.

Ma vado oltre: chi mi assicura che si imparano meglio gioco e fondamentali al college rispetto alla NBA? Tema intrigante con poche certezze.

Sostiene per esempio Allen Iverson:

Quando sono arrivato in NBA dopo due anni di college non potevo considerarmi un giocatore completo, anzi non avevo proprio i concetti base di questo sport. Se sono diventato un giocatore NBA ed un MVP è solo grazie a Larry Brown, che mi ha insegnato tutto di questo gioco.

Eppure la contraddizione non è solo tecnica, anzi ha soprattutto radici socio-economiche profonde.

Fa notare infatti Federico Buffa:

Ma come? Avete creato un sistema che è perfetto per fare avere ai dicianovenni americani i soldi che meritano se sono in grado di meritarseli… e poi raccontate che devono andare a scuola?
E ancora: se a 17 anni ti possono sparare addosso in Afghanistan o in Iraq, non vale la pena anche di provare a giocare nella NBA?
No, così non funziona ragazzi.

Nella patria del mito del talento e della meritocrazia sempre premiati, del sogno americano reso leggenda qui in Europa, della possibilità di riscatto anche per quei ragazzi che hanno il cimitero, l’elemosina o il carcere come alternativa al basket, della lega gestita da David Stern elevando a scienza esatta il concetto di business… costringi il LeBron di turno a parcheggiarsi nei banchi universitari per due anni prima di fargli firmare i faraonici contratti che il sistema stesso gli fa pregustare dalla scuola media?

Fatemi capire meglio: mi descrivete come una futura star quando ancora devo imparare bene le tabelline, mi prefigurate una via d’uscita comoda e sicura dalla miseria e dal crimine che mi accompagnano da quando sono bambino, mi sventolate davanti i primi dollari fin dal liceo facendomi così allontanare inesorabilmente dai libri di scuola… e poi mi dite che posso andare in guerra ma devo attendere due anni per la NBA?

Si sa che la gente dà buoni consigli, se non può più dare il cattivo esempio.

Ah, poi ci sarebbe un altro elemento, scaraventato in fondo quasi come un post scriptum, brutalmente calpestato ed ignorato in questi discorsi anche dai commentatori USA, ma che dovrebbe invece essere tendenzialmente prioritario: il college inteso come scuola, come istruzione, come palestra di vita.

Causa persa. Mi spaventa però come il piano scolastico e la crescita studentesca passino sempre più in secondo piano ormai anche a livelli adolescenziali, a favore di scelte ed opportunità estranee alla formazione dell’uomo e vicine a quella del giocatore.

Sempre a proposito di misteri e contraddizioni del modello made in USA. Che mi tengo comunque stretto, inevitabile ipocrisia compresa; ma che è ben lontano dall’essere perfetto.

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4 Comments to “Dal liceo alla NBA: contraddizioni made in USA”

  1. Maialone says:

    …Ma poi, soprattutto, queste limitazioni ai limiti del cavilloso e del burocratico nella patria del liberismo (e liberalismo) più sfrenato? Non era il mercato a dettare l’agenda dei comportamenti della società? Se sei bravo, prova ad entrare in nba a 12 anni, se fallisci, fatti tuoi. Ma vietare, obbligare, forzare coattivamente. Per cosa, per tutelare il talento -che senza il college rischierebbe non maturare mai- o piuttosto illudere la mediocrità?

  2. Luca10 says:

    Come dicevo a Gerry l’altro giorno in privato: è ora che introducano un regolamento stile baseball.
    Lì o passi pro dopo l’HS o devi attendere almeno 3 anni di college (tranne i DES – draft eligible sophomore – che sono eccezioni).
    Per il basket potrebbe andare bene che o ti rendi eleggibile all’uscita dall’HS oppure, se vai al college, devi farti almeno DUE stagioni.
    Così magari si riuscirebbe pure a costringerli a studiare per davvero un po’, giustificando la qualifica di “student-athlete” a cui l’NCAA tiene tanto, cosa che ora non succede. Nei college con i semestri (la maggioranza se non sbaglio) in pratica per rimanere eleggibili basta passare UN corso il primo semestre; poi ci rimette qualcosa il college come ranking ma ai Tyreke Evans e Derrick Rose di questo mondo non credo che questo interessi.

  3. HoopsStreet says:

    dai ma ci sono tanti talenti che aspettano proprio aver compiuto 19 anni x andare in nba ad esempio Derrick Favors che dovremo aspettare il 2011 per vederlo in nba ma vi pare possbile?

  4. Bandini says:

    Proprio sir Charles, colui che alla seguente domanda: “Did you graduate from Auburn?” ha risposto così: “No, but I have a couple people working for me who did it”.

    Ci ho pensato spesso al problema, e credo che il ragionamento di Stern e soci in pratica sia questo: “ci sono tanti ragazzi di belle promesse che escono dalla HS, vengono in NBA, magari all’inizio un po’ reggono, poi non ce la fanno, e dopo un paio d’anni si ritrovano ad annaspare nelle leghe minori, con stipendi scarsi. E noi che figura ci si fa? Noi siamo quelli che hanno illuso e poi affamato questi ragazzi! Allora, li costringo ad andare al college, così se non si creano un’alternativa studiando sono affari loro, perché io-NBA la chanche gliel’ho data. E magari succede anche che al college crescono cestisticamente ed arrivano più pronti per giocare in NBA!”. Questo ,ahimè, è puro spirito giacobino: cioè visto che io so cosa è bene per te e visto che tu non sei in grado di scegliere, allora decido io per te.

    L’idea di Luca può essere valida, garantisce maggiore continuità ai team di college, e chi esce dalla HS può comunque tentare di entrare in NBA. Potrebbe però avere effetti negativi: infatti quasi tutti cercherebbero di entrare in NBA direttamente dalla HS. E se non ci entrano, invece del college seguirebbero le orme dei vari Jennings, magari finendo a giocare in Giordania, nella speranza un giorno di ritornare. E buonanotte all’alternativa di vita grazie allo studio!

    L’unico sistema è lasciar liberi questi ragazzi di scegliere cosa vogliono fare della loro vita. Semmai si dovrebbe operare maggior controllo sui procuratori, chiamati handler se non mi sbaglio. Sono queste le persone che rovinano questi ragazzi, pompandoli fin dalla tenera età e promettendogli l’oro della NBA grazie ai loro servizi. Insomma, la solita storia di Pinocchio e Mangiafuoco!

    Infine, chiudo il mio post fiume con un’amara riflessione da amante del college basket: ma andare al college ha sicuramente un effetto positivo per la crescita di un giocatore? Se ci pensate, in un modo o nell’altro, l’obbligo di andare al college ci ha privato del più grande talento che la NBA non abbia mai visto: The Goat.

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