Rivedremo questa scena lunedì ad Indianapolis?


La conferma: Duke
Jim Valvano, nel suo storico discorso poco prima di abbandonare questa vita, così parlava del suo amico-rivale Mike Krzyzewski:

La gente non realizza che lui è 10 volte meglio come persona che come allenatore, e noi tutti sappiamo che razza di grande allenatore sia.

Prendiamo atto che questo nativo di Chicago figlio di immigranti polacchi è semplicemente una delle più grandi figure della pallacanestro di ogni epoca, ed omaggiamolo come merita a prescindere. Undici (11!) Final Four in 30 anni sono una cifra allucinante e non si pensi che averne capitalizzate solo 3 col titolo nazionale sia un fallimento. Vi ritorna ora dopo un’assenza di 6 anni come unica testa di serie #1 presente ad Indianapolis, con la sua banda di studenti modello, junior e senior esperti, pronti a lanciarlo in aria per l’ennesimo trionfo della sua carriera.
Il califfo del gioco Scheyer è salito di livello nel torneo, Nolan Smith sta facendo consumare inchiostro agli scout NBA che l’hanno a lungo ignorato, mentre manca all’appello Singler che ha acceso e spento troppe volte in queste settimane. I Blue Devils sarebbero la squadra da battere, anche se l’ostacolo più ostico sulla carta arriva già in semifinale con West Virginia, che ha tutto quello che manca a loro: fisicità, atletismo, imprevidibilità.

L’harakiri: Kansas
Quando tre delle quattro teste di serie #1 non raggiungono la Final Four è arduo trovare quella che ha deluso più delle altre, ma penso che il primato quest’anno spetti ai Jayhawks, usciti al secondo turno contro la non certo irresistibile Northern Iowa. Negli ultimi 20 anni Kansas ha scritto le migliori pagine dei libri del torneo NCAA alla voce upset ed eliminazioni invereconde, ma si pensava che il titolo del 2008 avesse finalmente chiuso il capitolo nero e scacciato i fantasmi: neanche per idea!
Sono mancati gli esterni ed i presunti leader, Collins, Henry e Taylor, ma è mancato anche coach Self, mai in grado di trovare un antidoto alle stempiature ed ai fisici interlocutori del ragioniere Ali Farokhmanesh e del sosia di Biff Tannen (il cattivo di Ritorno al futuro) Jordan Eglseder; tardivo per esempio il ricorso alla zone press, che sembrava potesse evitargli la figuraccia nel finale da panico degli spauriti ragazzi di UNI.

La sorpresa: Butler
Il coronamento del grande sogno: giocare la Final Four in casa propria; vada come vada. Si presentano come il college meno accreditato tra i quattro finalisti ed il fattore campo in un evento nazionale di ampia portata potrebbe non essere così determinante, ma quando in semifinale trovi la testa di serie gemella (#5) dell’altro bracket (Michigan State) è difficile non fiutare la mandrakata e l’occasione della vita.
I Bulldogs sono il prototipo della squadra ben allenata: difesa solida, spirito di sacrificio, esecuzione in attacco; punto e a capo. Se poi entrano anche le (tante) conclusioni dalla distanza nei momenti chiave ecco che battere in serie Syracuse e Kansas State diventa solo il naturale epilogo. Il materiale umano non sembrava tale da portarli così avanti, ma il sosia di Pisellino (Gordon Hayward) gioca ad un livello mentale superiore rispetto ai pari età ed ha trovato in Mack, Nored, Veasley e Howard qualcosa in più di un supportng cast di secondo piano.

Le delusioni: Syracuse e Ohio State
Non le avevo indicate come credibili candidate al titolo e si sono confermate inadeguate per il massimo traguardo. Pagano entrambe la ristrettezza della panchina, con rotazioni ridotte a 6 giocatori che nel caso degli Orangemen hanno subito l’aggravante dell’infortunio di Onauku, corpaccione fondamentale per gli equilibri di coach Boeheim.
Entrambe sono la dimostrazione di quanto poco possa fare il talento individuale a questi livelli ed in questa tipologia di competizione: Wesley Johnson e Evan Turner sono con John Wall i più grandi talenti puri in arrivo a Giugno al draft ed a Novembre sui parquet NBA, ma non sono riusciti nemmeno a portare i loro compagni ad Indianapolis. Ad ennesima riprova di quanto indecifrabili ed imponderabili siano i fattori che decretano vincenti e perdenti nel college basket: dal 1990 l’unica stella di prima grandezza nella NBA ad aggiudicarsi il titolo NCAA e quello di MVP della Final Four è stato Carmelo Anthony, proprio con Syracuse nel 2003.

Le rivelazioni: Cornell e St.Mary’s
Ovvero la quintessenza del basket college ed il motivo per cui il torneo NCAA è tra gli eventi sportivi più seguiti e più amati oltreoceano. Prendete il vostro impiegato alle poste, il vostro barbiere di fiducia, il vostro vicino di casa, il vostro commercialista ed il vostro cugino più alto ed intelligente, insegnate loro il gioco della pallacanestro nelle più sofisticate sfaccettature ed ottenete da loro la migliore esecuzione offensiva dell’intero college basket: ecco in una metafora un po’ azzardata quello che sono stati i Big Red di Cornell prima dell’inevitabile abdicazione contro Kentucky ma dopo le due commoventi imprese ai danni di Temple e Wisconsin.
St.Mary’s aveva più credenziali e veniva dalla netta vittoria su Gonzaga nella WCC; battere un’inguardabile Villanova non è stata una sorpresa trasecolante così come prevedibile è stato il crollo contro la fisicità e la difesa 1-3-1 di Baylor. L’italo-australiano Dellavedova ha rappresentato uno scioglilingua inaccessibile per i telecronisti USA, ma chi veramente ha attirato simpatie, occhi sbarrati ed iscrizioni con tessera onoraria al fan club è Omar Sahman: cattedratico centro vecchio stampo emarginato a lungo nelle opinioni generali per presunti (ed esistenti) limiti di mobilità e di competitività degli avversari di conference, ma ora scaraventato di colpo sui taccuini di tutti gli scout NBA.

I papocchi: Georgetown e Villanova
Che disastro. Se la caduta di Nova – anche se non si pensava arrivasse così prematuramente contro St. Mary’s – era in qualche modo preventivabile (tranne che dallo sciagurato Barack e dai suoi disastrosi pronostici) alla luce delle difficoltà dei Wildcats nell’approssimarsi al torneo come la testa di serie #2 meno credibile, l’uscita di scena senza attenuanti dei Cagnacci ha rappresentato il più nitido upset del primo turno.
E’ d’altronde il grande rischio della Princeton Offense di coach Thompson, quasi più efficace contro avversari di alto livello mandati fuori giri dalla disciplina e dalla pazienza del sistema che contro avversari di secondo piano che ti impongono di giocare male e di rompere in tutti i modi la normale esecuzione offensiva. Certo che da qui a subire 97 punti da Ohio…

Il coach: Tom Izzo
Sottotitolo: il diavolo veste Spartans. C’è anche qualcosa di trascendentale (detto in altri termini: culo, nelle sembianze di Kansas, Ohio State e Georgetown perse per strada prima di incontrarle) nel suo sesto approdo alle Final Four degli ultimi 10 anni (l’anno scorso perse la finale contro North Carolina), ma sicuramente prevalente deve essere il riconoscimento delle abilità di questa sublime mente di pallacanestro.
Bollato a lungo come allenatore integralista difensivo (storico il suo motto i giocatori giocano, i giocatori duri vincono) e grande teorico della guerra a rimbalzo vitale per avere il controllo del gioco (famosi i suoi allenamenti da trincea con giocatori dotati di elmetti ed esercizi presi direttamente dal football), effettivamente vedere giocare Michigan State non rappresenta mai uno spettacolo estetico per chi ama fluidità e qualità dell’esecuzione, ma evidentemente Izzo ha trovato l’elisir e lo stile di gioco per fare regolarmente strada al torneo, anche senza grande credito e dopo stagioni deludenti come quest’anno. Mia piccola provocazione, considerando quanto poco mi piace il giocatore: solo un caso che siano ad Indianapolis nonostante l’infortunio di mister confusione Kalin Lucas?

L’aborrito: John Calipari
Starà sicuramente sulle scatole anche a qualche parente: raramente ho visto un’unanime esultanza sulle due sponde dell’Atlantico come dopo l’uscita di Kentucky per mano di West Virginia. Il Calippo è spocchiosetto, veste griffato, ha picchi di autostima piuttosto elevati e per dirla volgarmente se la tira un po’ più di quanto i suoi titoli NCAA (zeru) dovrebbero consentirgli di fare; ma paga dazio nell’opinione pubblica soprattutto per quella controversa rete di illegalità più o meno conclamate nel reclutamento dei giocatori dalla high school, che non lo rende certo il più amato soprattutto tra gli addetti ai lavori e tra i colleghi.
Curioso che sia uscito sconfitto proprio contro l’altro maestro in materia di windsurf tra lecito e non lecito nel setaccio dei liceali, ovvero quel Bob Huggins che tra Cincinnati e Kansas State non si è mai fatto mancare colpi di teatro (e da maestro) di rilievo sociale oltre che penale.

Le partite: Xavier vs Kansas State, Michigan State vs Maryland
Mi capita talvolta di vivere i finali di partita con la non celata sensazione che siano teleguidati da qualche entità superiore, in grado di allineare eventi e situazioni di gioco per ottenere l’esito scenograficamente più accattivante possibile: questo è quello che ho vissuto con la semifinale dei Regionals West. Due squadre intense, selvagge, coinvolgenti; tanti protagonisti, ognuno col suo turno di ribalta; punteggio sempre in bilico e costante botta e risposta: due supplementari ed il tiro folle di Crawford allo scadere sono solo la naturale conseguenza. Di un copione già scritto, meravigliosamente.
Meritevole di citazione anche il finale di Michigan State-Maryland, con il geniale Tom Izzo che non chiama time out non permettendo ai Terrapins di organizzare la difesa, la zingarata folle e senza senso del lungo (mio pallino) Draymond Green che parte in palleggio tutto campo fino alla linea da tre punti, il suo scarico thriller all’ultimo istante verso il tascabile Korie Lucious capitato per grazia ricevuta nei paraggi, il suo tiro improvvisato dagli otto metri a meno di un secondo dalla sirena. Quando provi e riprovi uno schema in allenamento e non lasci nulla al caso, la palla può solo andare dentro, giusto?
Where March Madness happens.

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