Balletto al loro ritmo: Roy e Granger.


La citazione è sofisticata e probabilmente necessita di almeno 25 anni di esistenza e di un’ampia frequentazione delle disavventure cinematografiche del più famoso ragioniere d’Italia. Spero non della visione dell’opera in questione.

Negli Stati Uniti (dobbiamo a Eddie Johnson la definizione) più semplicemente parlerebbero di Old Man Moves (movenze da uomo anziano) per circoscrivere la metodologia (ormai desueta) propria di un giocatore che nel dettaglio:

Gioca sotto il ferro
Non spreca energie in palleggio nei cambi di direzione
E’ mentalmente solido e comprende il gioco
Ha tante soluzioni di tiro per sorprendere e mandare fuori equilibrio la difesa
Sfrutta la posizione dei compagni per aprirsi il campo
Si prende responsabilità e realizza tiri che pesano nei finali
E’ essenziale: fa quello che serve e non quello che piace
Prende quello che gli dà la difesa
Sa usare le finte in modo credibile e variegato
Cerca il contatto con l’avversario per guadagnarsi falli
Sfrutta l’opportunità dei tiri liberi per uscire dalle serate no al tiro e trovare fiducia offensiva
Segna regolarmente ed implacabilmente tutte le sere un minimo sindacale di punti

Chi nell’attuale NBA riesce a racchiudere tutte o buona parte di queste caratteristiche?

3. Paul Pierce (Boston)
Mi sbalordisce sempre quel suo modo unico, forse non entusiasmante per i puristi e sicuramente irritante per chi non ha i Celtics nel cuore, di giocare contro i raddoppi andando piano e buttandosi contro il difensore, avendo spesso ragione non senza qualche fischio a favore rubacchiato (e ve lo dice uno dei suoi primi tifosi) grazie allo status che si è guadagnato negli anni e contro lo spirito tecnico dell’azione.

E’ devastante nel leggere chi ha di fronte e nel mandare l’avversario fuori da qualsiasi prevedibile ritmo, sempre con quel modo sincopato e dinoccolato di partire e di attaccare zone del campo in cui non sembrerebbe esserci spazio.

Grazie a questo stile ed alla pericolosità al tiro da ogni distanza, ha elevato negli anni a scienza esatta il suo jab step, fondamentale nel quale credo sia nuovamente da issare sul podio dei migliori interpreti assoluti. Un dettaglio curioso: è sicuramente sua la miglior finta di testa nella lega.

2. Danny Granger (Indiana)
Enigmatico fuoriclasse. Il suo ball handling non è apparentemente di un giocatore con 25 punti potenziali nelle mani ogni sera, eppure riesce sempre a trovare pertugi anche nel traffico per arrivare in fondo.

Non è un colosso fisico e soprattutto non mi è mai sembrato andare ghiotto per i contatti, eppure riesce con grande facilità a guadagnarsi giochi da tre punti, spesso facendo saltare il difensore in largo anticipo con finte credibili. E’ sicuramente un ottimo atleta, eppure distilla e centellina gesti in verticale francamente cinque stelle per eleganza oltre che per esplosività, senza mai abusarne.

E’ formidabile il modo in cui prende il tempo al difensore per andare al tiro dalla media e lunga distanza: penso si possa considerare il miglior tiratore da 3 punti della lega con l’uomo addosso, grazie anche ai centimetri che gli permettono di rilasciare il pallone ad altezze meno frequentate dall’ossigeno.

1. Brandon Roy (Portland)
E’ la dimostrazione di come non sia necessario andare veloce o molto in alto per dominare in questa lega, ma possa bastare andare dove vuoi grazie a cambi di velocità, accelerazioni e decelerazioni che la difesa non si aspetta. Sembra che vada lento, ma capisce il gioco molto più velocemente ed è rapido proprio grazie alla costante variazione della sua andatura.

E’ al tempo stesso la meno spettacolare e la più efficace tra le stelle NBA, perché non rende l’attacco croccante ed appetitoso ma è sempre in controllo anche quando pare che palleggi da fermo senza senso. Non si fa dettare il ritmo a cui gioca dagli altri, ma lo cambia quando e come decide lui. Difficile poi dire quanto tutto ciò rappresenti la causa o l’effetto dell’andamento lento di Portland, nettamente la squadra NBA col più basso numero di possessi a partita.

Due dettagli tecnici sono le sue più grandi prerogative per guadagnare sempre un vantaggio sulla difesa:
1: il primo passo fatto rappresentandosi la minor distanza tra sé ed il canestro;
2: ciò che fa un secondo prima e due secondi dopo aver ricevuto palla.
Ha inoltre dimostrato ampiamente di saper giocare sotto pressione, di volere la palla in mano nel quarto quarto e di saper scegliere i momenti della partita. Sì, se penso all’elenco sopra ricordato delle caratteristiche di questa fattispecie, non riesco proprio a discostarmi da Brandon Roy per scegliere il mio numero uno.

Ma attenzione, nuovi uomini di Aran crescono e meritano la segnalazione anche per arrivare un giorno a scalzare i sopra citati: direttamente da Durantilandia il rookie James Harden (la cui assenza si fa già sentire negli equilibri di Oklahoma in questi giorni) e direttamente dal torneo NCAA nel quale è impegnato con la sua Ohio State Evan Turner, la cosa più vicina a Brandon Roy presto in arrivo via draft sugli schermi NBA.

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One Comment to “L’uomo di Aran”

  1. […] un old man moves (o uomo di Aran), ovvero uno di quei giocatori del filone Brandon Roy solo apparentemente lenti e sotto il ferro […]

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