L’AllStar Weekend è diventato qualcosa di analogo al nostro Festival di San Remo: un spettacolo di infima qualità.

Con gli applausi per Wade MVP, termina anche questo insipido ASW.

La partita delle stelle per me è quella delle edizioni vecchie, un’occasione per rivedere tutti assieme i grandi del passato. Quindi anche la partita che a Dallas, davanti oltre 100 mila spettatori, ha visto vincere l’Est di Dwyane Wade un giorno potrebbe suscitare in chi vi scrive un vago interesse. Ora decisamente no.

Quel che rende il basket uno spettacolo, se parliamo di una partita tra due squadre, è proprio l’aspetto della competizione: quando non si gioca per vincere, le grandi giocate perdono valore. In una sfida in cui la difesa è un optional scomodo, il VERO spettacolo non ci può essere.

Mi è capitato di pensare che la partita delle stelle sia soprattutto un riconoscimento per i giocatori convocati, un premio per quanto fatto in campo quando il risultato conta. Quando poi scopro che Allen Iverson finisce dritto dritto nel quintetto dei migliori ad Est, allora entrano in crisi anche le mie convinzioni sulla democrazia e sulla partecipazione popolare.

Il momento che aspetto con maggiore interesse resta ancora la gara delle schiacciate, ma anche qui con la microscopica speranza di assistere a qualcosa di nuovo. Niente da fare, tra uno sbadiglio e l’altro giunge il terzo sigillo per Nate Robinson, in quella che molti media americani hanno definito una gara patetica.

Peccato per l’assenza di LeBron James, perché sono convinto che non si sarebbe mai presentato allo Slam Dunk Contest senza un repertorio di voli che ci avrebbero lasciato a bocca aperta. D’altronde lui è una Superstar le cui gesta devono scandire il tempo, come le schiacciate dalla lunetta di Jordan. Ma forse sta solo aspettando il suo Dominique Wilkins.

L’AllStar Weekend è un evento sempre meno sportivo e sempre più mondano-televisivo, e se lo show meglio riuscito è quello di contorno, con le performance di Usher, Alicia Keys, Shakira & friends, mi domando se non sia venuto il tempo di riconsiderarne il format.

Tralasciando queste considerazioni da nostalgico, i tre giorni di Dallas non sono riusciti del tutto a nascondere i temi forti della attuale NBA.

In contrasto con lo sfarzo messo in mostra per l’ASW, la Lega si dichiara in ginocchio di fronte alla crisi economica. Lo fa con la voce più importante, quella del Commissioner David Stern, impegnato in una difficile rinegoziazione del Contratto Collettivo di Lavoro stipulato con l’Associazione dei Giocatori.

La nostra risposta ai giocatori è: non vogliamo tirare a indovinare su questa faccenda, vi forniremo tutti i dati. Incassi certificati e tutto quanto volete, in modo che possiamo instaurare un dialogo aperto su come sviluppare un nuovo modello di business sostenibile.

Quello che Stern intende per questa faccenda sono gli oltre 200 milioni di dollari di passivo accumulati in ciascuno dei primi quattro anni dell’attuale contratto, con la proiezione che potrebbe toccare quota 400 al termine dell’attuale stagione.

Non sono noti i dettagli delle proposte avanzate da Stern per ridurre le perdite, ma una fonte ha spifferato all’Associated Press di aver letto di una riduzione del 33% per quanto riguardo i salari delle future matricole scelte al primo giro, di una riduzione del 20% del minimo contrattuale, una riduzione anche nella parte di profitti che spettano ai giocatori per i fattori correlati (merchandising, ecc.) ed una riduzione del numero massimo di anni che vincolano un atleta ad una franchigia.

È verosimile che questi siano una parte di quelli che il Commissioner ha definito i cambiamenti significativi a cui la Lega deve necessariamente andare incontro, insieme alla già largamente anticipata diminuzione del tetto salariale per le stagioni future.

A differenza del costume a cui siamo abituati in Italia, nello sport professionistico statunitense i contratti si rispettano. Per questa ragione non sarà facile nè veloce l’ottenimento di un adeguamento al ribasso e i rappresentati dei giocatori costringeranno Stern ad un lungo braccio di ferro.

Il patron della Lega è sicuro che si possa evitare un lock-out, perché la crisi economica è talmente evidente che i suoi numeri non si possono discutere. Convinto che la distanza tra le parti non impedirà di siglare un nuovo contratto. C’è sempre la possibilità di un accordo e la troveremo anche questa volta, ha profetizzato.

Ammesso e non concesso che si riesca ad evitare una regular season accorciata, come nel 1999, sembra scongiurato il rischio di un nuovo Clay Bennett. I Bobcats sono in vendita, ma è vicinissimo a comprarli uno degli attuali soci di minoranza, sulla cui intenzione di allontarsi dalla sua North Carolina non possono sorgere dubbi: Michael Jordan.

MJ non ha rilasciato commenti in proposito, ma coach Larry Brown ha confessato che il sei volte campione NBA sta mettendo assieme un gruppo pronto a rilevare il pacchetto di maggioranza e che ha già raggiunto un accordo sul prezzo di acquisto col l’attuale owner Bob Johnson.
Il sicuro candidato a Coach of the Year sembra sul punto di riportare Charlotte ai playoff, per la prima volta dall’epoca in cui in città c’era un’altra franchigia, gli Hornets di Alonzo Mourning. Brown ha approfittato dell’occasione anche per rendere noto che la presenza di Jordan ai vertici societari sarà una ragione in più per rinnovare la sua permanenza alla guida dei Bobcats.

Infine, la trade deadline.
Ancora due giorni ed il mercato si chiuderà. Fin qui l’unica mossa rilevante è quella di Dallas che ha ceduto Josh Howard per portare in Texas l’ex AllStar Caron Butler, deludente e svogliato negli ultimi mesi ai Wizards, ed il centro Brandan Haywood. Se Washington non ha più nulla da chiedere al presente, se non liberarsi del suo passato, per Dallas è una transizione decisamente funzionale in vista dei playoff.

Forse spaventato dalla recente flessione in classifica, per l’ennesima volta Mark Cuban ha cercato di giocarsi il jolly dell’ultimo minuto e forse è stato il suo miglior colpo di teatro. Molto dipenderà da quanto Butler sarà stimolato da un contesto nuovamente vincente, per tornare quel difensore che conosciamo.

Tra i colpi che potrebbero verificarsi in queste ultime ore il primo nome sulla lista è quello di Amar’è Stoudemire, in uscita da Phoenix ed a cui sono interessati i management di Cleveland e Miami. Come persuadere LeBron e Dwyane a rifirmare quest’estate, se non aggiungendo un altro campione al mix? Ma è davvero un campione Amar’è?

Nel mercato delle mosse disperate, anche il rumor che vuole Tracy McGrady alla corte di D’Antoni potrebbe avere un riscontro reale. I Knicks non disporranno della loro prima scelta al prossimo draft, dunque lottare fino alla fine per la post-season anche senza raggiungerla non sarebbe in ogni caso un dramma. In tal senso T-Mac male non può fare ed a fine campionato il suo contratto da 23 milioni di dollari in scadenza rappresenta un autentico tocca sana nel bilancio dei Knicks.

Mi ricorda un po’ l’astuta scelta di Dumars di mettere una divisa da bad boy indosso ad Iverson: in un sol colpo ottenne il plauso dei tifosi, illusi di poter provare un ultimo assalto al titolo, e la possibilità di rivoluzionare il roster l’estate successiva, con un bel gruzzolo da parte.

Non voglio credere che a Boston siano pronti a privarsi di Ray Allen, mentre il vero colpo lo farà chi cambierà la residenza di Antawn Jamison, specie se a riuscirci sarà una contender.

Il countdown non è solo quello che chiude il mercato, ma anche ai playoff mancano solo due mesi. Chi prova a rinforzarsi per centrare la qualificazione, chi per andare più lontano possibile durante la post-season.

Terminato il weekend dedicato alla fiction, ora si fa sul serio.

Mentre scrivo appare imminente il passaggio di Marcus Camby ai Blazers, in cambio di Travis Outlaw e Steve Blake. Centro, difensore, veterano, in scadenza di contratto. È l’identikit perfetto del giocatore che serve ai Blazers.

Marc Spears per Yahoo!Sports ha raccontato stamattina di una cena non finita in cui Camby, informato della sua futura destinazione, si sia alzato e sia uscito dal ristorante, scocciato. Pare che il 35enne once Defensive Player della Lega non abbia nulla in contrario a giocare per una squadra più ambiziosa, ma semplicemente non voglia lasciare Los Angeles.
È bello essere ricercati, ma a me piace stare qui.

Una fonte vicina al giocatore ha spiegato al giornalista che Camby non è uno che ama i cambiamenti, che la moglie ed i figli amano L.A. e che anche per questo puntava ad un rinnovo del contratto con i Clippers durante la prossima off-season. Ma anche quando lasciò Denver per approdare ai Velieri ci mise un po’ a digerire “lo sgarbo”.

Senza Oden e Przybilla, con neppure due vittorie di vantaggio sul nono posto che significa esclusione dai playoff, a Portland faranno di tutto per fargli dimenticare la California.

Tags: , , , , , , , , , , , , , , ,

4 Comments to “Dalla finzione alla realtà”

  1. A. says:

    Scusa, ma quest’anno l’ all-star game non è stato affatto male. Sono d’accordo che sia ora di cambiare il format dell’ intero weekend, ma l’ all-star game, almeno quello, non è stato di infima qualità. Lo stesso vale per la partita dei rookie, che è stato decisamente migliore rispetto ad edizioni passate.

  2. Mookie says:

    Ciao A.,
    che dirti? Per esempio che il mio compagno di blog ieri ha esordito dicendomi “ma dai, che non è così male Sanremo”..

    Il Weekend delle Stelle è uno spettacolo e in quanto tale è ancor più legato alla percezione soggettiva di ognuno di noi.

    Poi, come si intuisce dal pezzo che ho scritto, non sono mai stato così interessato alla partita delle stelle. La principale differenza, rispetto al passato, è che tutto il contorno alla partita è diventato molto “barocco”, plastificato e pesante. Ma la sobrietà non è mai stato il punto di forza degli Americani.
    È un evento mediatico, uno show in cui capita – anche – di vedere un paio di partite di basket. Dove il risultato conta relativamente.

    Sicuramente qualche lampo di stupore lo si può provare ancora, basta seguire l’evento con più entusiasmo di me.

  3. Ciombe says:

    Per me l’ASG è una gran delusione ogni anno di più, in particolare da quando sono diventati attori protagonisti per questa kermesse i vari James, DH12, Melo, Wade ecc…
    Buffonate e poco rispetto del gioco, benchè in palio non ci sia nulla.

    I veri ASG erano quelli con le stelle che però volevano cmq giocare a basket, non fare i buffoni.

    che poi la partita si sia decisa all’ultimo tiro e con un po di pathos non mi interessa, è nel suo complesso che mi voglio gustare una partita con tutte quelle stelle in campo.

    Riguardo gli ASG di fine anni 80, inizio 90 e mi diverto di più, per qualità di gioco, azioni spettacolari ecc…

  4. Gerry says:

    Impossibile non accodarmi a Mookie e Ciombe, però ormai è diventata una questione quasi culturale: agli Stati Uniti sta roba piace.
    E’ lo stesso principio che porta più di 100 milioni di telespettatori ad assistere al Super Bowl, con una buona parte di loro che si distrae e si allontana dallo schermo durante la partita, ma viene chiamata dall’altra stanza quando arrivano gli imperdibili spot.

    Oppure lo stesso principio dietro il successo di alcune cantanti pop-dance made in USA, più brave a spaccare il video che a cantare.

    Non si vende pallacanestro in quei giorni, ma si vende un prodotto commerciale costruito negli anni attorno a personaggi costruiti negli anni.

    P.S. per il mio compagno di blog: bisogna anche precisare che il tuo compagno di blog ha un’altissima considerazione del Festival di Sanremo!

Leave a Reply

You can use these tags: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>