From Lakers vs Spurs 101-89, del 8.2


L’attualità impone di prenderne atto: i Lakers stanno giocando meglio senza Bryant.
Il triangolo nella sua più limpida essenza dà vigore al mai domo Tex Winter, Artest passa da incompetente lettore a sublime interprete del meccanismo, Portland e San Antonio vengono spazzate via da Shannon Brown e compagni.

Uno dei momenti più sfiziosi per i puristi di questo gioco si raggiunge quando viene a mancare la stella assodata di una franchigia. I comprimari diventano protagonisti, gli operai specializzati diventano più che comprimari, i giovani hanno la grande occasione, i giocatori in fondo al roster si tolgono le ragnatele di dosso, tutti si sentono importanti.

Eppure la costante che più mi adesca è un’altra che le comprende tutte: in contumacia del primo violino, tutto d’un tratto la squadra esegue, è diligente, rigorosa, riflette perfettamente le caratteristiche ed i principi che identificano il suo allenatore.

Fragorosa la considerazione di Federico Buffa in telecronaca:

Ero venuto qui per vedere soprattutto la reazione dei Lakers quando devono improvvisare in assenza di Bryant, ma gli Spurs non riescono a rompere nemmeno un gioco, il triangolo va via fluido che è un piacere ed Odom sembra Magic Johnson mancino.
Hanno tutti qualcosa da dimostrare quando c’è fuori il capo.

Sorrisi, dialogo e vittorie nei Lakers senza Kobe.

Avere un’identità offensiva e giocare bene non sempre vuol dire vincere specie ad alti livelli, ma è il modo migliore per non perdere in regular season.

Persino i Bulls senza Michael Jordan hanno vinto solo due partite in meno mentre il 23 si dilettava col guantone; ma c’è qualcuno realmente disposto a pensare che senza Jordan Chicago fosse più bella e quindi più forte o peggio ancora più vincente?

Detto papale papale: senza Kobe, i Lakers non vincono l’anello e le partite punto a punto. Ma senza Kobe, i Lakers possono ugualmente battere Portland e San Antonio in singola partita e trovare risorse inattese dall’assolvimento di compiti nuovi dei giocatori.

E cosa permette ai Lakers di esprimersi su questi livelli senza Bryant? Il Triangolo e la qualità dei suoi interpreti.

Per usare le parole di Phil Jackson, la Triangle Offense e quindi il sistema è ciò che conta perchè:

1.fornisce un chiaro scopo e una direzione, cioè degli obiettivi;
2.educa e addestra i nuovi, che in cambio imparano come possono dare un contributo;
3.ricompensa un atteggiamento altruista, che in cambio mantiene sempre vivo il sistema;
4.rende più facile apportare delle modifiche, quando sono necessarie;
5.fornisce un contesto all’interno del quale un leader può integrare le qualità della squadra.

Se lo dice Pinco Pallino, possono sembrare solo elucubrazioni assortite sui massimi sistemi, senza riscontri pratici; se lo dice uno che ha vinto 10 titoli NBA, non servono altri approfondimenti, specie per i focali punti 4 e 5.

Per la questione interpreti mi viene in soccorso un parallelo col grande rivale di Kobe: LeBron non solo è LeBron, ma tutta Cleveland è costruita dal 2003 attorno alla sua figura ed al suo volere, tecnico ed emotivo.

C’è il fedelissimo che riceve dagli scarichi (Gibson), c’è il possibile miglior difensore sui lunghi della lega (Varejao), c’è la guardia che difende (Parker), c’è il piccoletto che permette di rifiatare in attacco nei primi tre quarti (Mo Williams), c’è l’amicone che ha il 95% piedi a terra (Ilga) ed ora c’è anche il vice-sceriffo per fare la vociona grossa in area verso Aprile.

Ma non c’è Gasol, non c’è Artest e non c’è Odom. E non c’è il Triangolo.
Secondo, terzo e quarto violino dei Lakers sono superiori ai corrispettivi interpreti di Cleveland, perché sono giocatori in grado di esaltarsi nel sistema al di là della presenza del primo violino e grazie al loro valore assoluto. Non sono operai, sono All Star che all’occorrenza fanno gli operai.

Mo Williams, l’attuale O’Neal e Varejao invece non solo ruotano attorno a James e dalla sua luce traggono risalto, ma non avrebbero nemmeno il tessuto predisposto dal coach per sopperire all’assenza di LeBron.
Sarebbe inutile cercare nuove dinamiche, nuove gerarchie e nuove soluzioni palla in mano ed a poco servirebbe la sublime organizzazione difensiva di coach Brown; mancherebbe il motore che aziona tutto.

La mia certezza è acquisita: Lakers come Cavs non potrebbero vincere l’anello senza le loro rispettive stelle. Ma tra le due, quella che ci andrebbe più vicina è senza dubbio Los Angeles.

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One Comment to “No Kobe, maybe party”

  1. […] di sconfitte sarà rimasto sorpreso nel vedere invece una squadra che, come si dice anche nel blog We Got Game (sempre canale playitusa), esegue benissimo gli schemi, esalta la triple post offence (si, anche […]

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