“Knights had no meaning in this game. It wasn’t a game for knights”. – Philip Marlowe (Raymond Chandler).

Saranno presto nominati “la squadra del decennio”, sono i San Antonio Spurs.
Gli elementi insostituibili di tanti successi ci sono ancora: Tim Duncan, Tony Parker, Manu Ginobili e, of course, coach Gregg Popovich.

In estate l’infallibile general manager R.C. Buford porta in Texas un supporting cast che, sulla carta, pare possa essere il migliore degli ultimi anni. A pochi giorni dalla pausa per l’AllStar Game i 4 volte campioni dell’Alamo sono dove ci saremmo aspettati di trovarli? No, sono sesti nella Western Conference, con appena due vittorie di vantaggio sul nono posto.

La grande assente di questa prima metà di stagione è il solito gigante addormentato pronto a svegliarsi nel momento che conta, o questa volta il torpore può esserle fatale?

Ma non dovevamo essere noi gli anti-Lakers?

Gennaio è finito molto male per gli Speroni, sconfitti in casa da Utah, Houston, Chicago e Denver; a febbraio altro resa rimediata contro una diretta rivale (Portland) senza il suo miglior giocatore (Roy); infine è di ieri notte la sconfitta contro i Lakers.

Nella fotografia scattata durante un time-out, Tony Parker guarda in direzione della squadra avversaria: cinque di loro finiranno in doppia cifra per punti, chiudendo la sfida 101-89. Ai campioni NBA in carica mancavano Kobe Bryant e Andrew Bynum!

L’anno scorso gli Spurs hanno avuto l’alibi degli infortuni ai suoi key-players e di un supporting cast povero e da ringiovanire. L’arrivo in estate di Richard Jefferson avrebbe dovuto garantire una macchina da canestri capace di tenere alto il potenziale realizzativo anche in assenza di uno del big-three. DeJuan Blair si sta dimostrando sempre più il grande steal dell’ultimo draft. Con la continua maturazione di George Hill coach Popovich ha definitivamente sistemato l’annoso problema di avere un vice-Parker decoroso. Antonio McDyess il migliore veterano che il mercato dei free-agents potesse chiamare in soccorso di Duncan nel pitturato. Eppure San Antonio stenta.

La grande delusione di questo campionato è che non riusciamo a trovare la nostra dimensione di squadra, in difesa. E la nostra classifica lo dimostra. – Gli Spurs sono settimi per punti concessi, ma la 96,2 è la cifra peggiore sotto la guida di Gregg Popovich ed è lo stesso esigente coach a sottolineare come non sia un problema individuale. – Bruce (Bowen) era un difensore fantastico, ma un uomo solo non basta. C’è una cosa che si chiama difesa di squadra e che si ottiene quando cinque ragazzi si muovono in modo appropriato. Semplicemente questo non sta succedendo.

Ieri notte, al termine della sfida dello Staples Center, Charles Barkley ha espresso il suo parere sul momento negativo della franchigia texana. Non rischia di mancare i playoff, ma è distante dall’essere una contender. Distante almeno una trade, che porti un big man in soccorso di Duncan.

A sostegno della tesi di Sir Charles anche l’ex guardia degli Spurs, ora nba-analyst, Brent Barry.
Serve un centro che non necessiti di toccare molti palloni in post, ma che permetta di alzare il livello difensivo della squadra. Negli anni dei titoli accanto a Duncan c’erano Rasho Nesterovic, Nazr Mohammed o perfino Francisco Elson.

Insomma San Antonio ha accumulato più talento di quanto non ne abbia avuto prima ma, oltre alla flessione inevitabile dei suoi campioni, sente la mancanza di un certo tipo di comprimari: appariva più arcigna quando aveva qualche mestierante in più.
Perché questo non è un gioco per cavalieri, a maggior ragione se vuoi che la tua squadra le partite le vinca in difesa.

Il coach degli Spurs, per il momento, sembra escludere movimenti in vista della trade deadline.

Non abbiamo mai avuto un gruppo così difficile da modellare come questo, e così lontano dall’essere consistente un match dopo l’altro. Penso che anche se scambiamo un giocatore con un altro, avremo ancora gli stessi problemi.

Sulla stessa lunghezza d’onda, ma con un pizzico di ottimismo in più Manu Ginobili.

Io mi sento sempre meglio e penso che alla fine anche la squadra troverà la sua coesione, sono sicuro che torneremo brillanti come due anni fa.

Ottimismo necessario per affrontare l’ultima sfida prima dell’AllStar Game, quella in programma giovedì a Denver. E da fine mese il calendario si farà durissimo. Solo allora scopriremo se gli Spurs sono ancora the team of the decade, un po’ sornione come da tradizione.

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2 Comments to “The Big Sleep”

  1. canigggia says:

    Secondo me quello che manca non è il centrone da affiancare a Duncan, quanto il lungo perimetrale per fare il duo big-shooting big… Nei momenti di bisogno avere uno come Robert Horry aiutava su entrambi i lati del campo, così come avere un mastino come Bowen condizionava in maniera positiva tutta la squadra in difesa.

    Ma in sostanza quello che continua a mancare è l’atteggiamento ‘da Spurs’: si è visto Duncan saltare su una mezza finta di Odom in maniera imbarazzante, Parker giocare per conto suo, Ginobili arrivare con crescente difficoltà al ferro, Jefferson totalmente fuori dal gruppo… Tutto quello che la Spurs Culture depreca insomma.

  2. Fazz says:

    Sì, le carenze difensive sono fin troppo evidenti.

    In attacco non sono mai stati spettacolari e neanche bellissimi da seguire, ma i canestri più o meno son sempre quelli, il dramma è quando la palla non ce l’hanno, anche perchè tralasciando i problemi di Jefferson i role players stavolta sono Bonner (difensivamente impresentabile), Mason (appena meglio), un Bogans che l’anno scorso in una squadra da Finals come i Magic era la quarta guardia (dietro ad un rookie e ad un oggetto allora ancora misterioso come Redick) e Hill (buone gambe, braccia lunghe, stop).

    Per il giudizio definitivo come al solito bisognerà aspettare un mese circa, ma è innegabile che tutti, Pop per primo, avessero ben altre aspettative.

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