Cosa hanno in comune Rodrigue Beaubois, Ty Lawson, Darren Collison e Goran Dragic?

Rodrigue the Kid(d).


Sono quattro privilegiati, perché ognuno di loro sta imparando l’arte del mestiere di playmaker dai migliori interpreti del ruolo: Jason Kidd, Chauncey Billups, Chris Paul e Steve Nash.

L’incontro più complicato per cultura, stile e modo di pensare pallacanestro è sicuramente a Dallas; Kidd e Beaubois partono da due mondi troppo distanti, sono cresciuti attraversando strade concettualmente divergenti e soprattutto sono agli antipodi sul piano fisico-atletico: compatto, quasi tozzo, ma con rara forza fisica Jason; sinuoso, quasi mingherlino, ma con braccia interminabili Rodrigue.

Sono ancora talmente diversi da non poter essere considerati alternativi, bensì complementari, specie in difesa: da una parte Kidd, sempre più limitato nella difesa uno contro uno ma clamoroso lettore del gioco in aiuto e lontano dalla palla; dall’altra il francesino, insopportabile zanzara sull’uomo che si insinua ovunque con quel corpo filiforme ma mostra inevitabili ed allarmanti deficit nel posizionamento e nella comprensione del gioco.

Non riesco a decifrare cosa possa nascere da una fusione così anomala l’anno prossimo e non so quanto Kidd senta appartenergli il ruolo di mecenate nei confronti del giovane compagno, ma l’evoluzione di Beaubois è interessantissima specie se si considera che gli manca tutto ciò in cui eccelle Jason.

Billups ha invece perso la testa per il suo prediletto cambio da North Carolina:

Sono arrivati tanti ragazzi validi nel ruolo di point guard quest’anno, ed è una cosa positiva di cui prendere atto. Ma vedere ciò che è stato in grado di fare Lawson, da riserva, dandoci minuti di qualità ed ottime cifre, è stato sensazionale. Non c’è bisogno che io sia il suo mentore, perché è già arrivato e si è imposto con un’ottima conoscenza del gioco.

Paradigma della dichiarazione double-face, così interpretabile: da un lato ti esalto e ti esprimo fiducia, riempendoti di complimenti per averti sempre fedele nel portar borse e borracce a noi veterani; dall’altro mi lavo le mani e non mi assumo responsabilità sul tuo processo di crescita, intimandoti a farti largo da solo come sono stato costretto a fare io nell’infruttuoso e sofferto peregrinare in giro per la lega prima dell’illuminante approdo a Detroit.

Di certo però Chauncey ha trovato in Ty una vigorosa soluzione per arrivare fresco e riposato ai playoff, esattamente come gli Hornets hanno trovato in Collison un inopinato motivo per continuare a sognare l’ottavo posto nel selvaggio West, nonostante il ginocchio saltato della loro indiscussa stella.

Mi entusiasma la frequenza, l’attenzione e quasi la dolcezza con cui Chris Paul prende da parte Darren indicandogli con parole e gesti dove deve andare, cosa deve fare e quando deve farlo.

Risultato? L’ex UCLA è trasfigurato, piazza 32 assist nelle ultime due partite da titolare e per la prima volta New Orleans vedova del suo numero 3 non fa schifo come è sempre accaduto nella gestione Byron Scott.

Ad onor del vero anche al college Collison aveva un’insospettabile tendenza da filantropo e gradiva l’idea dell’assist più della conclusione personale, ma ora lascia persuasive istantanee che evocano il maestro, palleggiando a lungo nel traffico come Chris, attaccando zone del campo atipiche ed esaltando il movimento senza palla dei compagni.

Lo spirito di emulazione è una componente storicamente fortissima nello sport che riguarda chiunque alla lettura si sia mai cimentato nella pratica agonistica. Quello che però sta accadendo a Goran Dragic dopo un anno e mezzo di apprendistato alla corte di Steve Nash ha i tratti del trascendentale e non è paragonabile ai tre colleghi garzoni sopra descritti.

Un pulcino spaurito, timido, striminzito, smorto, insulso, che perdeva palla a centrocampo dal palleggio e sbagliava anche passaggi elementari, pur facendo intravedere un talento geometrico ed un feeling per il gioco che d’altronde gli erano valsi la chiamata oltre oceano. Questo era Dragic nella prima parte della stagione 2008-2009.

In pochi potevano sapere che in realtà si trattasse di una spugna travestita da giocatore di basket: oggi Goran gioca come Nash, fa cose che fa solo Nash, va in palleggio sulla linea di fondo come Nash, la passa ad una mano come Nash, attacca il canestro come Nash, vede linee ed ascolta tempi di passaggio come solo Nash, interpreta i giochi a due come Nash. Il tutto saltando pure più del canadese.

C’è qualcosa di unico anche in questo all’interno della missione che mantiene Steve così giovane e nel testamento speciale che lascerà a questa lega.

Dragic è al secondo anno, Beaubois, Lawson e Collison sono al primo. Diamoci suggestivo appuntamento tra 12 mesi per vedere quanto Kidd, quanto Billups e quanto Paul sarà stato assorbito da ognuno di loro.

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3 Comments to “Quattro garzoni di bottega”

  1. Mi sarebbe piaciuto che tra questi ci fosse stato anche Teague… 🙁

  2. luigi says:

    bhè ma a teague chi lo insegna il mestiere? bibby? che non è un playmaker puro come i sopracitati.

  3. Rodolfo says:

    complimenti sono sempre belli i vostri articoli e mai banali continuate così

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