L'allievo e il maestro.

Un uomo non è vecchio finché è alla ricerca di qualcosa. – Jean Rostand.

Nessuna point guard ha mai giocato offensivamente a questi livelli a 35 anni. – Qualche settimana fa il reporter Marc J. Spears definì così la stagione del fuoriclasse dei Suns. – La maggior parte delle point guard della Lega ha almeno dieci anni meno di Nash, che è più hippie che hip-hop.

Meravigliosa metafora per tradurre il gap generazionale-culturale.

Una stagione da 18,4 punti e 11 assist a partita, in cui tira con una precisione imbarazzante: 53% dal campo, 42,7% dalla lunga distanza, 94,3% a cronometro fermo. Numeri analoghi a quelli che registrò nel 2006, quando gli venne consegnato il secondo (ed ultimo) Maurice Podoloff Trophy.

Ieri Nash è diventato l’ottavo giocatore a superare quota otto mila assist in carriera, il settimo a riuscirci con anche quattordici mila punti segnati all’attivo. Mark Jackson, terzo miglior assist-man di sempre dietro Stockton e Kidd, sostiene che Nash non sia inferiore ad alcun playmaker che nella storia di questo sport abbia avuto un nome diverso da “Magic” sul retro della divisa.

Tra meno di due settimane Steve compirà 36 anni. E già tre anni fa il suo fisico dava segnali di declino, con la schiena che lo costringeva a sdraiarsi per terra negli scarsi minuti in cui i suoi allenatori lo facevano riposare.

Invece il canadese nato a Johannesburg, Sud Africa, non smette di sfrecciare per i parquet della NBA, di far correre la palla più veloce di chiunque altro, di far sembrare i compagni giocatori migliori di quanto non siano in realtà.
Tutto quello che tocca diventa oro.

Amar’è Stoudemire si è guadagnato un’altra convocazione per l’All Star Game. Channing Frye, uscito troppo soft dall’esperienza in Oregon è diventato un centro rispettabile, per quanto atipico e perimetrale. Jared Dudley un decoroso sesto uomo. Goran Dragic sta crescendo a vista d’occhio e, per quanto meno geniale del maestro, sembra sulla buona strada per raccoglierne l’eredità.
Perfino Grant Hill… non salta più una partita!

Cosa rappresenta Nash per i Suns?
Emblematica la partita giocata della scorsa notte, quando a Salt Lake City i Suns volano sul +17 nel terzo quarto. Phoenix conduce 93-76, inarrestabile in fase offensiva. Steve commette un errore.

Ho fatto uno stupido quarto fallo, sono finito in panchina e questo ci è costato caro, quindi possiamo dire che è stata colpa mia.

Mentre lui guarda, Phoenix non segna più. L’uscita dal campo del numero 13 apre un parziale di 16-0 per Utah. Partita riaperta che poi i Jazz riusciranno a fare loro, guidati dal 20+20 di Boozer e dalle triple del rookie Matthews.

Come dissi a inizio regular season, Phoenix ha una frontline difensivamente impresentabile che certo non può contribuire allo storico punto debole del gioco dei Suns. Robin Lopez da cinque gare ha preso posto nel quintetto iniziale e da allora solo contro i Jazz la squadra dell’Arizona è stata superata nella lotta a rimbalzo. Ma difesa e controllo dei tabelloni sono due problemi la cui soluzione resta un rebus indecifrabile per management e coaching staff.

Mi sorprese vedere i Suns iniziare la regular season con una marcia trionfale che li tenne a lungo (14 vittorie nelle prime 17 partite) a livello dei Lakers, in cima alla Western Conference. In attesa del back-to-back di stanotte (ospiti i Bobcats), Phoenix conserva l’ottavo ed ultimo posto nella griglia playoff.

Che la stagione stia precipitando lo dicono anche i rumors: il gm Kerr sta, ancora una volta, provando a sondare il mercato per cedere Stoudemire. Difficile immaginare una contropartita che possa dare una svolta decisiva e istantanea al momento negativo della franchigia dell’Arizona. E se davvero trade sarà, dei Suns che scalarono le classifiche dall’arrivo di coach D’Antoni rimarranno solo due pedine: l’infortunato (e deludente) Leandro Barbosa e proprio lui, Steve Nash.

Nel tramonto che cala nella valle dei cactus, solo un trompe-l’oeil può lasciar intravedere un oasi chiamata titolo. E allora mi chiedo cosa motivi un due volte MVP a giocare con quell’entusiasmo ogni notte, con quella voglia di raggiungere un traguardo che non può essere raggiungibile, non allo stato attuale delle cose. Cosa lo induca a voler restare a Phoenix legandosi a questa franchigia fino alla conclusione della sua brillante carriera.

Ripensando alla citazione d’apertura, cosa diavolo lo mantiene così giovane?

Come per certe letture del campo, per certi passaggi ad un compagno, anche questa volta Steve deve aver visto prima qualcosa che noi ancora non possiamo neppure immaginare.

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4 Comments to “La visione di Steve”

  1. Andreapizzo says:

    Quando si parla di giocatori di tale qualità è ovvio che le critiche debbano essere ritenute marginali, come la ricerca dell’ago nel pagliaio. Fatta la premessa esprimo un parere del tutto personale: secondo me Nash gioca ancora a quella velocità e con quella intensità perchè… non ha mai completato il proprio gioco con le marce ridotte, prova ne sia che quando Phoenix ha provato a costruire una squadra più adatta alla post season, più potente e pesante sotto canestro ma che necessitava anche di controllo del ritmo e attacco a centrocampo, i risultati sia individuali che di squadra sono stati un disastro.
    Personalissima valutazione io non costruirei mai la mia squadra con un Nash, a meno di avere undici Adam Morrison intorno da dover piazzare sul mercato. Ammetto di aver sempre preferito, nel ruolo e nella stessa era cestistica, Jason Kidd.
    Grazie e complimenti per il blog, articoli interessanti e ben trattati.

  2. Mookie says:

    Ciao Andrea.

    L’imbarazzo della scelta tra Kidd e Nash è simile a quello provato quando, da bambino, ti viene chiesto se vuoi più bene al papà o alla mamma.

    Credo che il più grande limite di Nash sia essenzialmente difensivo, laddove non gioca con pari intensità per tutta la partita e dove fisicamente paga un po’ dazio. In fase offensiva non me la sento di dire che Steve non sia uno dei migliori interpreti del ruolo ANCHE a marce ridotte. Penso piuttosto, come sottolinei anche tu, che riesca ad esaltare al massimo livello il proprio gioco (e quello dei compagni) optando per una pallacanestro a ritmi più alti. Per questo, è vero, è costretto a restare fedele praticante del run&gun.

    Nota finale: Kidd era indubbiamente superiore a Nash in fase difensiva fino a qualche anno fa. Da un paio d’anni lo vedo sempre più spesso mettere in mostra prestazioni imbarazzanti nella propria metà campo. Gli anni passano per tutti e Jason è invecchiato meno bene di Steve.

  3. Andreapizzo says:

    Certo, avevo messo la premessa per indicare questo, stavo cercando l’ago, o come dici tu la preferenza fra mamma e papa.
    Kidd invecchia peggio, sono d’accordo…

  4. […] player della scorsa stagione: mi aveva impressionato già durante la scorsa Summer League e, come scrissi mesi fa, deve aver colpito per primo proprio il compagno di reparto […]

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