Non ho mai ben capito se un capo allenatore NBA si senta realmente gratificato da questo riconoscimento ed aspiri a conquistarlo quando inizia la sua carriera.

Il vincitore 2009, Mike Brown.


A guardare l’albo d’oro recente probabilmente no, poiché 3 degli ultimi 4 vincitori sono attualmente disoccupati (Avery Johnson, Sam Mitchell, Byron Scott) e non hanno lasciato una traccia indelebile su struttura e meccanismi di questo gioco che amiamo tanto.

D’altronde non ho mai condiviso anche i criteri troppo variabili che guidano l’assegnazione del premio, in particolare l’eccessiva attenzione data al record stagionale ed alla rampante moda del momento, trascurando così il reale contributo tecnico-tattico rivolto alla causa.

Regola numero uno della NBA: dimmi che giocatori hai e ti dirò che allenatore sei.

Apprezzai molto in questo senso la vittoria di Doc Rivers nel 2000, quando alla sua prima stagione da head coach ad Orlando motivò e guidò un gruppo di scaldapizzette ed operai specializzati ad un record in perfetta parità del tutto inatteso.
Rivers fu invece ignorato nell’anno del titolo a Boston e si vide preferire Byron Scott che fece leva sulle stesse armi che avevano portato Doc al successo: dialogo e motivazione, non certo tecnica e creatività, ma condite da ben 15 vittorie in più dei Magic e dall’affermazione di un favoloso Chris Paul.

L’anno scorso la scelta cadde su requisiti ancora diversi, poichè Mike Brown vinse cavalcando il miglior record assoluto di Cleveland e sfruttando il fatto di essere ancora assente nel libro dei vincitori. Ma si può realmente sostenere che abbia allenato meglio di Stan Van Gundy o Rick Adelman, tanto per fare i nomi del secondo e del terzo classificato?

Sapete inoltre quanti dei 122 giornalisti chiamati ad esprimere le proprie tre preferenze hanno assegnato il primo posto a colui che aveva record identico ai Cavs e che a fine anno si sarebbe portato il titolo NBA in Montana? Uno.

Ed allora vado in confusione.

Phil Jackson, figlio dei fiori tendenzialmente anarchico e da prendere come viene, ha vinto solo nel 1996, anno del ritorno dell’ex giocatore di baseball a pratiche più adeguate al soggetto.
Nonostante reiterati record altisonanti, Coach Zen sembra quasi culturalmente prima ancora che moralmente scocciato dall’eventualità di figurare in queste classifiche, come se fosse un’attribuzione elitaria di casta alla quale rifiuta di appartenere con orgoglio.
Ed i votanti lo sanno e si adeguano.

Pat Riley, che invece di quella casta è parte integrante non meno del gel sui suoi capelli, ha vinto ben tre volte e con tre squadre differenti, a dimostrazione di come un intellettuale distacco o una raffinata forma di paraculismo dei candidati possa incoraggiare i giurati in uno o nell’altro senso.

E se si aggiunge a questi elementi troppo soggettivi anche gli zeru tituli di Chuck Daly, Jerry Sloan e Rick Adelman, che per carisma, preparazione tecnica e continuità di risultati ritengo senza timore di smentita degni della top 10 assoluta dalla fine degli anni ’80 ad oggi, allora perdo del tutto l’orientamento.

Il mio candidato 2010, Larry Brown.

Doverosamente premessi criteri e perplessità che scaturiranno dalle votazioni di fine Aprile, chi sono oggi i miei tre candidati per il Coach of the Year Award 2010?

3. Scott Brooks – Oklahoma
Da un lato la sua terza posizione – raggiunta precedendo al fotofinish Scott Skiles ed ancora Rick Adelman che lo meriterebbe più di tutti – sarebbe da accompagnare con asterisco per l’illegale presenza di Kevin Durant, ormai prossimo alla devozione estrema nei miei giusti personali, specie se dirottati in prospettiva decennale.
Ma dall’altro lato coach Brooks sta facendo davvero un grande lavoro.

Lo si era intuito già nella seconda parte della scorsa stagione, quando i Thunder trovarono vigore e vittorie proprio dal momento del suo arrivo in panchina al posto dell’interlocutorio P.J. Carlesimo. Ma ora stanno bruciando le tappe e lottando per i playoff francamente con almeno un anno di anticipo sulla tabella di marcia prevista per questa dinastia in via di formazione.

Oklahoma non è bellissima da vedere ed i principi di Brooks sono bene o male ripresi da altri modelli, specie dalla scuola Spurs che contamina a vari livelli il pianeta Thunder: in difesa si raddoppia il meno possibile accettando l’uno contro uno, in attacco si occupano gli angoli e si sfruttano blocchi disseminati in tutte le zone del campo.

Non è un sistema globale che coinvolge tutti a prescindere, eppure tutti sono coinvolti nel progetto e – cosa più importante – migliorano facendo emergere le loro qualità: Sefolosha è esploso come il difensore che era sempre stato considerato, Ibaka dimostra di avere un senso in questa lega, Maynor si rivela il più geometrico e disciplinato play della nuova generazione, Green e Westbrook aggiungono di partita in partita piccoli elementi al loro gioco, il sicuro fuoriclasse Harden si inserisce gradualmente senza pressioni, Durant… fa il Durant.

Manca qualcosa per la quadratura del cerchio, magari un’altra gemma del GM Sam Presti, e se davvero playoff saranno il salto di qualità richiesto a questo gruppo sarà eccessivo per poter sperare in un passaggio del turno. Ma nella sua sobria e composta semplicità Scott Brooks si sta dimostrando tutto quello che serve oggi ad Oklahoma.

2. Lionel Hollins – Memphis
Alzi la mano chi aveva previsto Memphis con un record positivo ed in corsa per i playoff nel selvaggio West ad inizio stagione. L’alzi e poi l’abbassi subito, perché vorrei sinceramente stringerla per complimentarmi.

Le vie della chimica in una squadra di pallacanestro percorrono strade misteriose ed indecifrabili, ma era dai tempi delle annessioni al Regno d’Italia che non si assisteva ad un plebiscito come quello che condannava i Grizzlies ad una stagione avara di successi e prodiga di guai.

Ed invece non solo vincono, ma tutti sorridono e si vogliono bene, sfruttando il miglior Zach Randolph di sempre, assaporando un O.J. Mayo in sorprendente versione ecumenica, ammirando la costante crescita nel pitturato del fratellino sempre meno povero di Pau Gasol, ma soprattutto vedendo finalmente sbocciare il talento balsamico di Rudy Gay.

Non siamo di fronte ad un genio o ad un innovatore del gioco, ma pur sempre ad un soggetto che da giocatore ha costruito successi personali e di squadra (titolare nella Portland campione del 1977) attorno ad una tecnica difensiva con pochi eguali, oltre ad aver vissuto a stretto contatto con maestri della panchina del calibro di Hubie Brown, Cotton Fitzsimmons e Mike Fratello.

Forse qualche facile ironia sulle precedenti esperienze ai Grizzlies di coach Hollins merita una doverosa rilettura.

1. Larry Brown – Charlotte
Semplicemente la migliore e più enciclopedica pallacanestro per i puristi oggi a disposizione in questa lega, ed il coach tatticamente più completo e preparato dell’ultimo decennio.
Non servono nemmeno troppi commenti aggiuntivi e sarei molto deluso se il riconoscimento andasse altrove.

Di colpo tutti si sono accorti che Gerald Wallace ha addosso da troppo tempo il bollo di sottovalutato, che Stephen Jackson non è poi quella sciagura che appariva fino all’altro ieri, che Boris Diaw è forse l’unico giocatore in grado di rendersi utile in così tanti modi ed al di là delle cifre, che Felton non è poi così mal sopportato a Charlotte, che persino Nazr Mohammed trova un senso in questo sistema, in costante contumacia Chandler.

Nel revisionismo globale finisce coinvolto anche Michael Jordan, che appare dirigente meno catastrofico di quanto sia sempre stato ritenuto, con valide motivazioni.

Ed ora arrivano copiosi anche i risultati: 9-1 nelle ultime 10 partite, vittorie a Cleveland e Miami, superate Memphis e Houston, piallata San Antonio, umiliate Phoenix e di nuovo Miami.

Arrivare ai playoff in un Est in cui la quinta sarebbe quartultima ad Ovest forse non è motivo di vanto eccessivo, ma non è solo il cosa che mi colpisce di questi Bobcats, bensì il come; esecuzione, struttura, disciplina, intensità e principi difensivi: nessuna squadra è meglio allenata nell’attuale NBA.

Sì, play the right way. Elevata a scienza esatta.

Tags: , , , , , , , ,

7 Comments to “Coach of the Year 2010”

  1. doppok says:

    Concordo con ogni singola parola. Io avrei votato Larry Brown anche l’anno scorso o Adelman. Quest’anno forse ammicherei un po’ di più con quest’ultimo, perché senza super star (Scola è eccelso ma non è una superstar) ha costruito una squadra che gioca bene ed esegue gli schemi in grazia di Dio, molto bella da veder giocare.
    Anche se riconosco che l’altro Brown, Mike, è riuscito a dare una buona impronta difensiva e tutto sommato un buon gioco ai Cavs, che sono oggi la squadra più solida della Lega (intesa come Nba) Poi ovvio che andrebbe rivisto tutto il sistema senza il Prescelto…

  2. tfrab says:

    concordo al 100%, per chi volesse apprezzare il lavoro di coach brown:

    EDIT: video rimosso dall’utente.

  3. rodmanalbe says:

    Come sempre gran bell’articolo.
    Anch’io lo darei a coach Brown, e penso che non sia una bestemmia se si parla di sorpresa e secondo turno playoffs per i Bobcats!

  4. tfrab says:

    beh,forse il secondo turno è un obiettivo un po’troppo ottimistico. dovrebbero,di fatto, eliminare una tra cleveland, orlando, boston, atlanta.

    però saranno un osso duro da rosicchiare: io mi “accontenterei” di una cosa tipo la serie boston-chicago dello scorso anno

  5. doppok says:

    ti accontenti di poco eh?..una delle più belle serie della storia…

  6. Fraccu says:

    Concordo anch’io con l’articolo. Se la “missione” d’un allenatore è concretizzare in buon basket il potenziale dei suoi giocatori (e magari farlo anche vincendo), coach L.Brown sta dimostrando ancora una volta di saperlo fare come pochi altri. Forse Riley e Popovich, ma è gente che ha avuto ben altro materiale umano nel roster…

  7. tfrab says:

    sì, in effetti ho messo accontentarmi tra virgolette, perché ero abbastanza consapevole di spararla grossa 🙂

    (non mi ricoro chi, ha scritto che è stata italia-germania 4-3 moltiplicata per 7)

Leave a Reply

You can use these tags: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>