Philadelphia è un’anomalia di un sistema che funziona o il sintomo di un meccanismo da riformare?

Uh, che paura! Aridatece Kaori!

Uh, che paura! Aridatece Kaori!

Pragmaticamente, analizzando da osservatore, il punto fermo è uno: non è accettabile che in una Lega professionistica circoscritta a 30 squadre possa esisterne una così nettamente più scarsa delle altre.

Non c’è tanking che tenga, non ci sono palline in lotterie che rotolino più copiose, non ci sono prospetti da aspettare che possano cambiare il destino.

Qualsiasi fine, perfino quello tutt’altro che scontato di poter diventare squadra da playoff o addirittura contender, non giustifica questo scempio e soprattutto questa umiliazione che resterà nella storia e nei numeri di questa Lega per sempre.

Tuttavia, guardando agli ultimi 20 anni di vincitori NBA:
-i Bulls dei sei titoli nascono dalla scelta di Jordan al draft, con conseguente aumento vertiginoso del mercato sadomaso in Oregon;
-i Rockets di Olajuwon nascono dalla scelta di Hakeem in quello stesso draft di Michael;
-gli Spurs, come nessuno, hanno sfruttato l’infortunio di Robinson per una stagione di puro tanking, trovando sulla strada del draft un nuotatore di Saint Croix con la scritta “dinastia” sulle pinne;
-i Lakers di Kobe nascono dalla scelta di Bryant al draft, e senza Kobe non si sa se e cosa sarebbe stato Shaq in gialloviola;
-i Celtics erano composti da Pierce e Rondo presi al draft, con Garnett e Allen arrivati grazie alla cessione dei giovani selezionati da Ainge negli anni precedenti (Jefferson, Green, Gomes, etc);
-i Mavericks di Nowitzki nascono dalla scelta di Dirk al draft;
-gli Heat hanno avuto bisogno della versione tre amigos per gli ultimi titoli, ma Wade aveva portato Miami al successo anche senza LeBron, il quale ovviamente non avrebbe portato i suoi talenti a South Beach se non ci fosse stato Dwyane.

Solo Detroit, assoluta ed inimitabile pioniera del genere, ha creato un impasto chimico formidabile raccogliendo in giro per la Lega i vari Billups, Hamilton ed i due Wallace, rendendoli campioni.
Alla faccia dell’assurdo neurodeliri Milicic in quel diabolico draft 2003.

Ma è organico, sistemico, ineluttabile: per vincere in questa Lega, devi passare dal draft.

Ci sono state tante squadre che hanno fatto schifo anche nella storia recente, perché queste sono necessarie. Se non ci fossero, l’NBA affronterebbe un inatteso problema strutturale e la sua natura salvifica nei confronti dei più deboli avrebbe trovato un inghippo.

Ma facendo pure finta di dimenticare l’attuale record, francamente fatico a ricordare un’accozzaglia di mestieranti peggiore di questa Philadelphia, assolutamente alla portata di una qualsiasi Capo d’Orlando in giornata al tiro.

Perché sì, c’è l’anomalia del sistema, di semplice riconoscimento: Phila non sta facendo tanking e perdendo perché i suoi giovani giocatori scelti al draft non sono pronti, ma perché questi letteralmente sono stati o sono altrove.

Delle ultime tre scelte in lotteria dei 76ers, Noel ha saltato una stagione intera lo scorso anno, Embiid lo farà ora e Saric è vincolato contrattualmente fino al 2016 in Europa.
E ci sarebbe pure da discutere sul cagionevole Carter-Williams, più spesso in borghese che in campo di recente.

Viene da chiedersi, se proprio si vuole contestare ora qualcosa alla dirigenza, come mai andare a prendere consecutivamente e coscientemente giocatori che ritarderanno il loro ingresso nella Lega, esponendosi così alle attuali figuracce.

Ma quella strategia, se gli scout del club credono fortemente in loro, non solo è corretta, ma proprio inderogabile.

C’è di più: un terzo del loro attuale salario (13 dei miserrimi 39 milioni di dollari complessivi) è composto da giocatori che non hanno un solo minuto giocato in stagione: Jason Richardson, Travis Outlaw, Eric Maynor, Marquis Teague.
Mancano quindi del tutto i veterani di supporto, indispensabili nel processo di crescita di ragazzi altrimenti allo sbaraglio, per quanto possibili All Star futuri.

Ma poiché nella NBA vige la regola per cui a fine stagione bisogna avere a salario contratti per un minimo pari al 90% del salary cap ($56.759 milioni nel 2014/2015), questo vuol dire che Philadelphia sguazza circa $17 milioni sotto quel minimo e sarà obbligatoriamente grande protagonista del mercato alla deadline, potendo anche assorbire contratti pesantissimi e non desiderati da altre franchigie in cambio di nuovi asset di loro gradimento.

Flessibilità forse all’eccesso, in parte autoreferenziale per scansare responsabilità nel breve periodo, ma sicuramente al potere.

Io non so, ma credo nessuno sappia, se e quando i Sixers faranno quadrare il cerchio e riusciranno a vincere assemblando o valorizzando questo gruppo di virgulti. Anche perché poi si entrerà nella non meno tignosa fase della gestione dei loro rinnovi.

Ma so per certo che il giudizio sulla loro strategia non si può basare sull’attuale ignominiosa stagione, perché va calibrato unicamente sulla qualità e la crescita di quei ragazzi che oggi non ci sono o che ancora non hanno potuto giocare insieme.

Se nel 2017 Mudiay (1a scelta 2015?), Carter-Williams, Saric, Noel, Embiid o chi per essi saranno ancora nei bassifondi ed il GM Sam Hinkie non riuscirà a ricavare da loro un roster da playoff, allora potremo dire che in Pennsylvania hanno sbagliato tutto.

Perché il sistema NBA ti avrà concesso tutti gli strumenti per essere bravo, e tu non lo sarai stato.
E ciò sarà molto più grave e colpevole dello schifo che stai propinando oggi a tutti gli appassionati.

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8 Comments to “Philadelphia Kraft (extra light)”

  1. gasp says:

    “Ma è organico, sistemico, ineluttabile: per vincere in questa Lega, devi passare dal draft.”

    Ok, ma senza esagerare. Chi negli ultimi anni ha provato a creare grandi squadre solamente col draft avendo stagioni perdenti consecutivamente ha fallito miseramente

  2. Gerry says:

    Indubbiamente.

    E’ un teorema ad imbuto, che vale solo in un senso: se la storia ci dice che per vincere si deve in qualche modo passare dal draft, viceversa è ovvio che chi passa dal draft non necessariamente vince ed anzi spesso non ci arriva nemmeno vicino.

  3. Fraccu says:

    Controproposta: se consideriamo i giocatori rilevanti delle ultime squadre campioni, quelli draftati dal team vincente sono importanti, ma spesso minoritari, sia come numero che come valore complessivo (ovviamente, come sempre, gli Spurs del “triumvirato” sono un discorso a sé…). Ecco, se non erro, quelli draftati da altre squadre prima di vincere il titolo altrove:

    Spurs: Belinelli, Diaw, Green, Mills
    Heat: James, Bosh, Allen, Battier, Andersen
    Heat: James, Bosh, Battier, Miller
    Mavericks: Marion, Terry, Chandler, Barea, Stojakovic, Kidd (draftato dai Mavs, ma giocò lontano per una dozzina d’anni prima di tornare a Dallas che quindi non costruì con lui nel tempo…)
    Lakers: Gasol, Artest, Odom, Brown, Fisher (anche lui “figliol prodigo” come Kidd, tornato tramite scambio)
    Lakers: Gasol, Ariza, Odom, Brown, Fisher
    Celtics: Garnett, Allen, Perkins, Posey, Brown
    Spurs: Bowen, Finley, Horry,
    Heat: Walker, O’Neal, Williams, Posey, Payton
    Spurs: Bowen, Horry, Barry, Mohamed
    (preceduti dai Pistons di cui hai già riconosciuto l’eterogeneità…).

    Dedurrei che (sorvolando sull’utopia di un team che drafta, scambia negli anni tutti i suoi draftati e vince un titolo) in generale, draftare un All Star aiuta, ma la distanza fra lui e l’anello la colma il mercato (e considerato il “dinamismo logistico” di molti attuali All Star, credo sarà così sempre più spesso…). Credo che il rapporto fra “vittoria” e “sistema Nba” si basi più sul mercato che sulla pseudo-democraticità di una lotteria (non sempre il primo premio è il migliore e se anche lo vinci non è detto che tu possa godertelo per tanti anni, etc. etc.).
    Come la vedi?

  4. tarpley42 says:

    Credo che il sistema NBA di salarycap/draft/freeagents, ecc. funzioni molto bene; certo è perfettibile, certo crea strozzature e nonostante esso le squadre più “ricche” riescono sempre ad avere qualche occasione in più per vincere il titolo(ma non necessariamente vedi Lakers e N.Y. di quest’anno che non vinceranno certo l’anello). A me il sistema mi pare sano, forte e garantisce equilibrio. Certo per farlo funzionare(oltre ai soldi)servono le capacità e qui entra in ballo le capacità dei GM degli scouts ecc. Credo che mettere assieme una dirigenza operativa nella NBA sia difficile e fare scelte per il futuro assai complicato, ed è per questo che la bravura conta molto, forse semplicemente a Philadelphia non sono abbastanza bravi oppure vedremo fra 3 anni se lo sono stati.
    Ad ogni modo il sistema NBA se paragonato al calcio italiano o europeo è geniale e ben strutturato.

  5. Gerry says:

    @ Fraccu

    Non c’è dubbio, senza il completamento di un roster e la creazione di un sistema col mercato non si vince un titolo NBA.

    Però credo ci sia una gerarchia nitida: se tu scegli Duncan, Wade, Nowitzki, Bryant o addirittura Jordan e Olajuwon al draft, è grazie a quelle scelte che poi puoi dare un senso ai giocatori di supporto che prendi dal mercato.
    Decisivi, certo, ma in funzione di chi c’era già prima.

    Perché per quanto tu possa essere formidabile sul mercato, nessuno tranne quella Detroit ha vinto senza avere come protagonista assoluto un proprio giocatore scelto al draft.

    Senza Duncan, perderebbero senso i vari Bowen, Horry, Barry, Belinelli, Diaw, Green, Mills. E forse parleremmo di “Spursello” in altri termini.

    Ma non solo, perché andare in una squadra che ha già una stella di prima grandezza per conquistare il titolo è stata una costante di questi ultimi 15 anni di dinastie vincenti.
    Con la novità del mercato autoreferenziale dei primi 20 giocatori NBA, che hanno raggiunto di fatto il potere di decidere dove andare a giocare anche via trade, come non sarebbe loro consentito.

    Per farla breve, se a Miami non ci fosse già stato l’indigeno Wade, quasi certamente LeBron sarebbe andato altrove.
    Senza Kobe, forse Shaq non sarebbe stato un Laker.
    Ed è risaputo che Garnett e soprattutto Allen si siano convinti a vicenda sulla bontà del trovarsi insieme a Boston unendosi a Pierce.

    Poi, sia chiaro, sono molti di più gli esempi di squadre che hanno provato a ricostruire e vincere dal draft e non ci sono nemmeno andate vicine, proprio perché il draft non è garanzia di successo in quanto tale, essendo ovviamente troppe le variabili.

    Ma la storia sembra dirci che resta il primo passo indispensabile per l’anello, quelle poche volte che va tutto bene.

  6. Wikus says:

    È vero che la NBA dà alle squadre tutti gli strumenti, ed è altrettanto vero che poi bisogna essere bravi ad usarli.
    I Bulls, dopo aver preso Michael Jordan, hanno impiegato 6 anni a vincere il primo titolo – dopo aver fatto e disfatto più volte la squadra ricostruendola attorno a Jordan.
    I Rockets con Olajuwon hanno raggiunto le finali dopo un paio di anni, ma poi ne hanno dovuti aspettare altri 8 (e la vacanza di MJ) per vincerne una – anzi, due.
    L’impatto del draft è immediato se la squadra è già competitiva e manca solo un tassello da riempire (Magic ai Lakers, Bird ai Celtics o Duncan negli Spurs), altrimenti il processo di de- e ri-costruzione attorno al perno può essere lunga (Nowitzki a Dallas: 6 anni per una finale, altri 5 per un titolo) o infinita (vedi Pat Ewing a NY, pur con due finali giocate).

  7. lebronpepps says:

    a mio modo di vedere il progetto di Phila è molto meno nebuloso di progetti come quelli di Knicks. Lakers e Celtics (ahinoi) per dire.

    va anche detto che quest’anno può essere visto come un mini contrattempo comunque, il progetto era di tankare un anno e mettere le mani su Wiggins, le palline hanno detto sfiga e dunque ci si fa un altro anno di bassissima classifica (anche perchè nel momento in cui hanno scelto Embiid e Saric erano nettamente i giocatori migliori rimasti e con più potenziale da sviluppare, a che pro prendere uno più pronto ma anche meno forte per vincere 5 partite in più?)

    per me i Sixers sono più un sintomo del problema, in una lega che dà maggiori probabilità di successo a tutti, mettere le mani su una stella tramite free agency per un mercato come Phila non dovrebbe essere un problema, nella realtà dei fatti lo star system si accorda per andare a giocare insieme in determinati mercati per cui uno come Hinkie può iniziare a partorire queste stramberie

  8. luca says:

    Discorso che esula un po’ dal tema Philadelphia: se non ricordo male, e se ricordo male correggetemi, però la Detroit da “play the right way” di epoca coach Brown era stata assemblata da Dumars. Che io ricordi un altro squadra di simile calibro, ma che non vinse il titolo per un nonnulla, erano i Kings di Petrie.
    Quello che mi incuriosisce è che dopo quelle squadre, sia Dumars che lo stesso Petrie, non hanno combinato assolutamente nulla di positivo per le rispettive franchigie di Detroit e Sacramento.
    Scrivo questo, in quanto, spesso l’assemblamento della squadra che funziona ti capita una volta nella vita (se ti capita) e sospetto che le famosi dose di fondoschiena a prescindere dalla bravura del RC Buford di turno sia elemento non dico indispensabile ma fortemente necessario. .
    Quello che mi pare vero è che, a prescindere che prendi al draft il Duncan di turno, mi sembra che il giocatore franchigia aiuti enormemente la costruzione di una squadra di valore che si protragga negli anni.
    Senza il Duncan di turno, e aggiungo senza il Duncan di turno che stia complessivamente bene durante il corso della propria carriera, e quindi senza un punto fermo su cui far ruotare tutta la tua squadra, diventa tutto enormemente più complicato costruire una squadra di vertice.

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