Se ci prova e non ci riesce nemmeno Stan Van Gundy, al quale certamente non si possono rivolgere le accuse tecniche ben motivate che ricadono sui suoi predecessori, è allora il caso di prenderne atto: Josh Smith, Greg Monroe ed Andre Drummond insieme sono oggettivamente incompatibili e deleteri su un campo di pallacanestro nella NBA del 2014.

Disfunzione.

Disfunzione.

C’era già qualcosa di malsano nello scegliere nel 2012 Drummond avendo già a roster nello stesso ruolo e con età simile l’uomo franchigia designato Monroe.

Ma quando un prospetto, un rimbalzista ed una forza della natura come Andre, considerato da prime tre scelte assolute di quel draft pur non sapendo giocare a basket palla in mano, ti cade tuo malgrado fino alla nona, lasciarlo esplodere altrove ti verrebbe rinfacciato prima ancora che tu possa esporre il curriculum.

Vero, Greg è chiaramente un lungo atipico che ama allontanarsi dall’area e giocare anche in post alto, presentando per altro le stesse controindicazioni che per anni abbiamo riscontrato in Andrea Bargnani, limiti difensivi compresi.

Ma giocare fuori dall’area non vuol dire essere automaticamente un giocatore perimetrale, perché costruire o non costruire un tiro affidabile da tre punti per lunghi di questo genere fa tutta la differenza del mondo a livello tecnico, chimico e di vittorie.
Come LaMarcus Aldridge e Chris Bosh insegnano.

Se hai 0 su 7 da tre in carriera, circa il 30% da oltre i 5 metri e sei alto più di 210 centimetri, nella NBA moderna con gli spazi intasati dall’atletismo e dalla corporatura dei giocatori, vuol dire scientificamente che puoi solo giocare come centro e comunque non accanto ad una fattispecie puramente interna come Drummond.

E se quindi non c’è già spazio per due torri gemelle come Greg ed Andre insieme, firmare per $54 milioni in 4 anni Josh Smith decolla immediatamente al rango di peggior mossa di un General Manager almeno degli ultimi 5 anni NBA.

Io non credo che Smith sia così scarso e così dannoso come francamente appare nella sua esperienza in Michigan. Ma non ho dubbi sul fatto che non possano esistere contesto tecnico e compagni peggiori per far emergere le sue qualità, perché banalmente sa fare quello che già Monroe e Drummond fanno, gioca gli spazi che già Monroe e Drummond occupano e non sa fare quello che Monroe e Drummond non fanno.

Per quanto si ostini a provarci, per esempio, Josh non sa tirare da tre punti. Il 27% in carriera fa già Cassazione, ma dovendo più spesso giocare spazi fuori dal perimetro per la presenza dei due ingombranti compagni, si è trovato lo scorso anno nel grottesco paradosso di infrangere il suo record personale di tentativi con 3.5 a partita, di cui ovviamente solo un quarto a segno.

Se vale davvero, come vale davvero, la regola per cui almeno quattro giocatori in campo devono essere una minaccia da tre punti per avere attacco, figuriamoci cosa succede se i tre giocatori di frontcourt dopo 12 partite combinano l’agghiacciante cifra di 4 realizzazioni su 20 tentativi.

Succede che giochi male e perdi, come sta giocando male e perdendo inesorabilmente Detroit anche quest’anno, con le peggiori spaziature dell’intera Lega e con momenti in cui Kyle Singler e persino il redivivo Caron Butler appaiono come molto più indispensabili dei presunti big three.

Dumars è riuscito nell’impresa di perdere Monroe, ormai irrimediabilmente in scadenza e unrestricted free agent dopo essersi comunque accorto la scorsa estate che nessuno lo vuole, di rallentare il percorso di crescita del – nuovo – uomo franchigia designato Drummond, schiacciato dall’alterazione tecnica della squadra, e di avere a salario uno dei peggiori albatros contrattuali, nelle sembianze di Smith.
In subordine e per materie più provinciali, anche di bruciare Datome nella sua ormai al capolinea carriera NBA, a meno che Gigi abbia la pazienza, la testardaggine e le palle cubiche di Belinelli per aspettare e riprovarci altrove.

Messo da parte Joe, ora coach Stan Van Gundy, già di suo notoriamente sobrio ed emotivamente sotto controllo nella gestione di squadra e uomini, ha in mano l’intero controllo delle operazioni oltre alla patata tecnicamente più bollente dell’intera NBA, in una franchigia che come una beffarda contraddizione del karma aveva raggiunto il titolo nel 2004 proprio con un capolavoro di chimica grazie a Larry Brown.

Il mercato delle auto e la città di Detroit nel dettaglio sono sconsolatamente in crisi da ormai parecchi anni, siamo tutti d’accordo.
Ma siamo davvero così sicuri che anche i Pistons debbano andare di pari passo e non si possa pretendere qualcosa di meglio e soprattutto di diverso?

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3 Comments to “Pistoni ingrippati”

  1. gasp says:

    Ahahahahah, non potevi mettere niente di meglio della Duna per riassumere questi Pistons!

  2. Mark says:

    Ma quanto ci vuole a capire che questi tre assieme non vanno bene??!! Probabilmente un altro anno di sconfitte…

  3. Gec says:

    nemmeno una nomina per un cesso assoluto quale Brandon Jennings, a oggi una delle, se non la, pg più dannosa e disfunzionale della NBA, l’avrei fatta

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