Nothing to win and nothing left to lose. Ma soprattutto nothing to win.

E mo' che si fa?

E mo’ che si fa?

Che cosa fa la finalista ad Est composta da una sola stella che si rompe per tutta la stagione? Tanking.
Che cosa fa invece la finalista ad Ovest composta da due sole stelle che si infortunano e rientrano nel giro di qualche mese? Provvisoriamente schifo.

Nella sua impalcatura gerarchica, un roster NBA non fa prigionieri e non riconosce le mezze misure: se non ne ha altri, nessuna squadra senza i propri fuoriclasse può reggere a livello di prestazioni e risultati.

E’ un inesorabile processo a domino che si riverbera sui singoli: le seconde linee, chiamate a fare i leader, si perdono; gli specialisti, chiamati a fare altro, si perdono; i gregari, chiamati a fare qualcosa in più del semplice supporto, si perdono.

Miami senza LeBron è viva, perché comunque ci sono Wade e Bosh, per di più motivati come non capitava da tempo.
I Celtics ressero senza Garnett, perché comunque c’erano Rondo, Allen e Pierce.
I Bulls non sono precipitati senza Rose, perché il pur encomiabile sistema di Thibodeau non avrebbe funzionato senza Deng, Noah e lo stesso Boozer.
Persino quegli altri Bulls senza Michael non andarono poi così male con Pippen e Kukoc.

Ma tutte quelle squadre hanno avuto e forse avranno un comune denominatore senza il loro leader: non sono mai andate oltre il secondo turno di playoff.

George Karl a Denver provò qualcosa di diverso rinunciando al concetto stesso di All Star, Spursello per concezione democratica del sistema può fare a meno dei big per qualche gara. Ma i Nuggets puntualmente ai playoff si bloccavano sempre, così come San Antonio senza Duncan, Parker e Ginobili non esisterebbe proprio.

Indiana senza George e Oklahoma City senza Durant e Westbrook diventano istantaneamente squadre da lotteria.

George Hill può pure prendere in mano la squadra in alcuni momenti, David West ha certamente punti nelle mani cavalcando le attenzioni che richiamano i compagni, Roy Hibbert resta un lungo di impostazione classica che può incidere se non perde il focus sulla difesa.
Ma nessuno di loro ha i mezzi per portare i Pacers dove li aveva lasciati il proprio leader.

Serge Ibaka è il complemento perfetto di un roster che ha già due stelle, Reggie Pordenone Jackson può anche avere partite sopra i 20 punti con tutto il casino che fa, Perry Jones può pure emergere nel frattempo come talento di alto profilo.
Ma non si può andare da loro sperando che creino attacco e guidino alla vittoria i Thunder.

Tutti questi ragazzi hanno due sole alternative: o provare a fare le cose che facevano le loro stelle con la metà dell’efficienza e della qualità, oppure proprio non provarci nemmeno perché non ce la possono fare.
You give it all but I want more.

E quindi succede l’unica cosa che può e deve succedere: si perde, magari anche volontariamente quando c’è di mezzo un out for season, strizzando l’occhio alle palline in lotteria.
Rivolgersi David Robinson, Tim Duncan e San Antonio Spurs per ulteriori approfondimenti.

Ma si perde anche perché Vogel e soprattutto Brooks (come il 90% dei coach NBA) hanno creato negli anni, anche costretti dagli spietati limiti del salary cap, un sistema palesemente star-centrico, che confina a ruoli preordinati e volutamente secondari ogni altro componente del roster.

I Thunder non possono permettersi Harden palla in mano, ma scelgono di dare cifre importanti a Ibaka perché Serge fa tutto quello che Kevin e Russell non possono fare.
I Pacers hanno sbolognato Granger ben prima che Danny finisse nell’attuale tombino tecnico, perché accanto al pur atipico George servono giocatori che ne completano il talento piuttosto che comprimerlo.

I comprimari di Indiana e Oklahoma City hanno un senso e possono allora esaltarsi solo se liberi di fare i comprimari, sembrando persino qualcosa in più di quello che sono. Ma non appena viene meno chi sta sopra di loro, ci si accorge in realtà che sono semplicemente più scarsi.

Dimmi con che compagni e per che allenatore giochi e ti dirò chi sei. E se vinci 4 partite su 15 con lo stesso roster che pochi mesi fa si giocava l’accesso alle Finals, sai anche il perché, vero Paul, Kevin e Russell?
And I’m waiting for you.

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8 Comments to “With or without you”

  1. lebronpepps says:

    ai Pacers mancano proprio tutti in questo momento, oltre al buon Paul George, il discorso di fondo è comunque corretto!

  2. Gerry says:

    Ma non è che mancano tutti anche perché manca George?

    Nella NBA che non conosce l’ibrido ed il compromesso, che interesse ha questa Indiana a lottare ed a recuperare gli infortunati per un inutile settimo posto, quando dal 2015 può affiancare all’ancora giovanissimo Paul un giocatore che rilanci le ambizioni pluriennali della franchigia (Spurs 1996-97)?

  3. luca says:

    Sì però…
    Nell’articolo citi Boston, Miami e Bulls che a mio avviso hanno allenatori che hanno dimostrato di valere di più ed essere tecnicamente più preparati.
    Dai Thibodeau i Thunder azzoppati di adesso e secondo me non farebbero così schifo.
    Vogel e soprattutto Brooks è vero che dimostrano di aver vissuto su una sorta di “star- centrismo” come dici tu, però va pure detto che, ad esempio, i Thunder fanno schifo senza le star, ma sia detto che anche con le star a) non hanno ancora vinto nulla b) giocavano cmq un basket pessimo e che fa schifo a vedersi.

    Per me ci sta che senza star non arrivi a vincere il titolo ma quello che ritengo importante è dimostrare che la tua squadra “sa stare in campo” e se la gioca: non andare oltre il secondo turno di playoff non dimostra che il sistema funziona solo in parte, dimostra che il sistema ti può portare fino a un certo punto, dopo di che diventa un discorso di qualità dei giocatori.
    Gli spurs l’anno scorso hanno dimostrato che un sistema con giocatori di qualità porta al titolo.
    Per formazione personale sono dalla parte di Zeman: “a me interessa il gioco prima del risultato”. Quindi: preferisco vedere i Bulls di questi anni azzoppati dalla mancanza di Rose dei Thunder con Durant e Westbrook che hanno sempre giocato da schifo (e ripeto al momento non hanno vinto nulla) e quindi preferisco di gran lunga la Orlando di coach Rivers che secoli fa a momenti li portava ai playoffs con una squadra sostanzialmente da metà classifica del campionato italiano.
    Oppure a livelli ancora più alti: preferisco di gran lunga i Kings di Webber e Bibby dei Lakers di Shaq e Kobe che giocavano un basket inguardabile e fatto di uno pseudo triangolo che alla fine erano puri e semplici isolamenti.

    Non solo ma mi piacciono gli allenatori che in base ai giocatori mettono un sistema che li potenzi: coach Karl a mio avviso a Denver ha fatto miracoli. Con il tipo di rooster che aveva si è inventano un “non-sistema” e chi se ne frega che non ha vinto il titolo con quella squadra. Voglio dire i suoi Nuggets avevano decisamente una personalità più matura di quella patetica di coach Shaw o mi sbaglio?

    Che poi il sistema venga bocciato dagli allenatori per andare in lotteria mi interessa fino a un certo punto: io guardo basket e non me ne frega nulla della lotteria.
    Il problema al massimo è: c’è eticità nel perdere programmaticamente per di più giocando un basket inguardabile?
    Gerry mi pare che questo è il punto su cui girano molti dei tuoi (ottimi) articoli, mi sbaglio?

  4. Gerry says:

    Non solo non ti sbagli, ma è evidente che abbiamo una formazione ed una visuale assolutamente coincidente.

    Ci sarebbero mille considerazioni da fare e mille spunti da approfondire, magari rinviati solo di qualche post.

    Ormai sono cinque anni che scribacchiamo su questo blog, quindi specie per i più fedeli amici (e vedere così tanti accessi anche in periodi in cui non scriviamo da mesi è francamente stordente) il rischio di essere ripetitivi o di leggere sempre gli stessi concetti e le stesse linee filosofiche è altissimo.

    Infatti per rispondere al capitolo “sistema ed interpreti” e per risparmiare altre parole, il 9 febbraio 2010 (Triangolo ai Lakers ma Kobe infortunato, LeBron ai suoi Cavaliers) esponevo gli stessi identici concetti che tu Luca hai perfettamente centrato: http://wegotgame.playitusa.com/?p=1329

  5. Gerry says:

    Restando al calcio e pur adorando filosoficamente Zeman (usavo spesso il Foggia nei miei giochi manageriali degli anni ’90), da milanista nato nel 1979 sono cresciuto sportivamente con Arrigo Sacchi e questo mi porta inesorabilmente a credere in un principio sacro: il sistema viene prima del singolo, anzi spesso è il primo ad esaltare il secondo.

    Che poi è esattamente il principio alla base delle più grande dinastie degli ultimi anni (Popovich e Jackson).

    Molti superficialmente o per limiti anagrafici sminuiscono il lavoro di Sacchi in quel Milan col ritornello: “beh, facile vincere tutto con quei giocatori”.

    Facile oggi, nel 2014!
    Ma se si potesse tornare indietro all’estate del 1987, state pur certi che quegli stessi giocatori oggi consacrati alla storia non erano realmente così affermati e non rappresentavano affatto una garanzia di successo.

    Potrei fare un parallelo simile e più recente con la Juventus di Conte, risalendo all’estate 2011 ed a quanto male si parlasse di Bonucci e compagni.

    Cosa sarebbe stato e soprattutto quanti anelli sarebbero stati per Jordan e Bryant, se non avessero incontrato Jackson ed il suo Triangolo?

    D’altro lato, ho visto tanti tentativi di Triangle Offense in questi anni (Dallas, Minnesota, Washington, etc), ma come mai solo con Michael e Kobe è stato titolo e non solo una volta?

    Senza Jordan e senza Bryant, i pur ottimi Pippen, Kukoc, Gasol ed Odom non vincono l’anello, fermandosi al consueto secondo turno playoff.
    Ma nel frattempo non fanno schifo, perché sono giocatori funzionali e forti all’interno di un sistema che li gratifica e li valorizza.

    I sistemi NBA senza stelle possono essere i momenti più entusiasmanti per i puristi del gioco, perché esecuzione e rigore prendono il sopravvento dando identità alla squadra e valorizzando il singolo. Talvolta anche giocando bene.
    Ma ci vogliono comunque interpreti di alto profilo per vincere, perché se la manovalanza è così scarsa (penso oggi a Philadelphia e Milwaukee) non c’è Popovich o Jackson che tenga.

    Di Spursello ce n’è solo uno, ma anche perché a San Antonio c’è la più atipica, silenziosa e “sistemica” stella che lo sport professionistico americano ricordi negli ultimi 20 anni (Duncan), in coabitazione con un francese cresciuto al Centre federal de basket-ball di Parigi e con un argentino ossessionato dal gioco e reso grande da Ettore Messina.

    Il modello Spurs può funzionare con altri giocatori? E Duncan, Parker e Ginobili avrebbero vinto altrove?

    Con la NBA bisogna andarci cauti, perché la sua stessa strutturazione in campo e fuori (si pensi alle stesse regole del salary cap) eccede nel mettere la stella al centro dell’attenzione, costringendo persino gli staff tecnici ed i general manager a rendere omaggio a queste gerarchie.

    Per farla breve: io credo che si possa vincere l’NBA sia col sistema che con le stelle, ma solo perché quelle due componenti sono inevitabilmente collegate e traggono vita l’una dall’altra.

    Come le stelle diventano tali grazie al sistema, quest’ultimo viene esaltato da giocatori che ad esso si adattano.

    LeBron a Cleveland non era in un sistema, a Miami sì. Ma a Miami lo poteva essere perché nel sistema si sono poco alla volta inseriti due campioni come Wade e Bosh, mentre a Cleveland il sistema era lui e solo lui.

    Per concludere: io non credo che Brett Brown e Jason Kidd vogliano giocare un basket inguardabile oltre a perdere. Ma i roster di Sixers e Bucks permettono loro alternative?

    Mi sembra molto più indifendibile ai miei occhi giocare così male con Durant e Westbrook o con lo stesso Paul George, pur sfiorando le Finals che è comunque un grande merito. E non mi sorprende che quando poi questi vengano a mancare si piombi istantaneamente nel magico mondo della schifezza, perché senza la foglia di fico il sistema è nudo se non del tutto assente.

  6. luca says:

    Confermo, come al solito, le parole di Gerry.
    Senza sistema le stelle non vincono, senza le stelle non c’è sistema che ti faccia vincere.
    Detto questo ribadisco però che una squadra di semi pippe ha cmq una sola possibilità per stare in campo e avere una possibilità quantomeno di giocarsi una partita: un sistema.
    Altrimenti vai direttamente in lotteria.
    Ed è quello che sta succedendo.
    Apprezzo enormemente le squadre fatte da giocatori più o meno mediocri che in un determinato sistema quantomeno se la giocano ogni singola partita delle 82 di regolar season.
    Questa categoria di squadre sta letteralmente scomparendo dall’NBA.
    Anzi forse non esiste (già) più.

    Che poi c’è da intendersi anche sul discorso di sistema. I bulls azzoppati senza Rose non è che giocassero un attacco da Kings del periodo Webber – Divac ma ogni singola sera entravano in campo e, difesa allo sfinimento e attacco stile armata brancaleone, ne usciva una squadra che ne aveva spesso più di avversarie con enorme più talento. Ovvio che nel momento in cui Chicago calava la tensione la squadra emergeva per la sua mediocrità tecnica.
    Ma è cmq più piacevole, almeno per me, vedere i Bulls azzoppati senza Rose che i Thunder con rooster completo.

    Su Brooks: io credo che sia un allenatore pessimo nella sua incapacità di entrare nella testa dei suoi giocatori. Tradotto, convincere Westbrook a essere qualcosa di diverso da quello che è adesso: un semifenomeno da baraccone ogni settimana su Nba Action. Il grande allenatore è coach Brown che fa capire a Wallace determinate cose.
    Il problema di Brooks è che senza le star sta uscendo fuori quello che tutti un po’ pensavano, ovvero che non è bravo neanche tecnicamente parlando: perché il rooster senza Durant e Westbrook non è irresistibile ma non è possibile che gente pagata profumatamente per stare su un campo da basket tutti i santi giorni della sua vita giochi non riesca a sviluppare un paio di giochi d’attacco con un minimo di criterio.

    A San Antonio io credo che la scelta dei giocatori, prima ancora che tecnica, sia legata alla capacità di fare dei “discorsi sensati” da parte di allenatore e giocatori. Duncan (su cui mi sia detto rimangono fortissimi dubbi su uso di doping) prima di essere un fenomeno mi dà l’impressione di essere una persona profondamente intelligente. Come lo sono Ginobili e Parker. Il criterio di scelta dei giocatori è sicuramente tecnico ma certamente anche umano.

  7. Saimon says:

    Io mi spingo ancora un passettino più in là. E’ uno degli effetti della enorme diluizione del talento dovute alle (troppe) 30 squadre in circolazione.
    E anche del cambiamento dei criteri di selezione e alla tendenza alla formazione dei giocatori USA: i roster sono sempre più pieni di atletoni che magari saltano oltre il metro da fermo, ma che come QI cestistico sono piuttosto indietro. E se questa cosa la puoi “mascherare” quando in campo hai i tuoi supertalenti, quando questi ultimi mancano e arriva l’ora di far giocare a pallacanestro i comprimari viene fuori tutta la loro pochezza tecnica.
    E la regular season diventa un deserto desolante….

  8. lebronpepps says:

    oh Indiana comunque senza mezza squadra ha appena fatto 2 W in fila, una a casa Miami, peraltro anche quando perde (il più delle volte) lo fa di poco, per me Vogel non è l’ultimo arrivato (sta lavorando bene con dei carneadi in stile Thibodeau)

    probabilmente la logica consiglierebbe di perdere e aggiungere finalmente sto benedetto play che gli serve come il pane da tre anni a questa parte

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