Senza entrare nel merito tecnico e nelle spinose ragioni storiche della sua estinzione, è possibile dimostrare analiticamente cosa resta del superato concetto di play puro nella NBA del 2010?

Uno sciagurato appassionato varesino in una torrida estate di qualche anno fa si era dilettato a trovare una definizione che riuscisse a descrivere solo ed unicamente questo ruolo:

Giocatore d’impostazione tutto campo, ugualmente efficace sui tre livelli di ritmo dell’attacco (difesa schierata, transizione, contropiede), in grado di facilitare l’esecuzione offensiva desiderata dallo staff tecnico e di migliorare e valorizzare i compagni, mettendo a servizio del loro movimento senza palla e delle loro caratteristiche individuali – oltre che in funzione delle scelte della difesa – la propria elevata abilità nelle letture, nelle visioni e nel passaggio (tempi+gesto) anche dal palleggio, sacrificando all’occorrenza la conclusione personale.

Sì, faceva davvero molto caldo.

Per chi non ha perso la fede alla prima riga, molto più efficace delle parole può rivelarsi un indicatore statistico.
L’Assist Rate (AR) è il più credibile e sfizioso dato individuale per cogliere la capacità di una point guard di creare attacco e di mettersi al servizio del sistema coinvolgendo i compagni: rappresenta la percentuale di possessi che finiscono in assist.

Un valore 28 di AR vuol dire che su 100 possessi quel giocatore fa assist 28 volte, mentre negli altri 72 o perde palla o va al tiro o subisce fallo.

Proviamo a mettere graficamente in relazione questo dato al numero di assist (a partita) dei 30 playmaker titolari dell’attuale NBA:


Sull’asse orizzontale (x) c’è il numero degli assist; sull’asse verticale (y) l’indice AR. Gli assi evidenziati che creano i quattro quadranti sono i valori medi.

Prima di spunti e 10 possibili letture, è doverosa una premessa: sono dati da prendere per quello che sono, ovvero uno sfizio che può far emergere delle tendenze se lette correttamente, ma le mille variabili di uno sport di squadra costringerebbero a riscrivere un dato individuale in base a contesto, compagni, staff tecnico, umori, sistema di gioco e quant’altro.

Tuttavia…

1. Nella NBA del 2010 i numeri ci dicono che solo 5 giocatori possono essere considerati play puri: Nash, Paul, Kidd, Rondo e Deron Williams. Sono gli unici che spiccano nell’estremità del quadrante in alto a destra: elevato numero di assist, elevato AR.
Non solo la passano bene e producono assist, ma il loro possesso è in buona parte finalizzato in funzione dei compagni. Sono d’altronde i migliori 5 in assoluto nella considerazione generale, da qualsiasi lato dell’oceano.
Menzione d’onore per l’insospettabile Baron Davis, primo inseguitore della confraternita.

2. Se penso a giocatori come Stuckey, Rose, Mo Williams, Brooks, Evans, Louis Williams, per prima cosa mi vengono in mente realizzatori. Non è certo un caso che si trovino nel folto quadrante in basso a sinistra: ridotto numero di assist, ridotto AR.

Dice per esempio coach Adelman di Aaron Brooks:

Uno dei suoi più grandi problemi è che pensa prima a segnare, a crearsi un tiro. Deve imparare come trovare i nostri lunghi al canestro quando la difesa converge su di lui.

3. Caso Duhon-Calderon: sono i play maggiormente esaltati dal sistema. Mentre Calderon è sempre stato riconosciuto come un playmaker creativo in grado di valorizzare i compagni a certe condizioni, Duhon rappresenta il classico esempio di giocatore D’Antoniano che vede le sue statistiche totalmente falsate dal modello creato dall’ex coach di Phoenix. Entrambi traggono oggettivo beneficio dalla propensione offensiva della squadra; Jarrett Jack infatti ha scalzato lo spagnolo dal quintetto nell’ultimo mese, ma non sarebbe così distante da Calderon nel grafico specie per l’indice AR (35 a 31).

4. Caso Harris: è il play maggiormente penalizzato dal sistema. Se non tira lui, chi la mette dentro nei disastrati Nets? Quanto è costretto a forzare sui 100 possessi? La modesta qualità dei compagni e del sistema offensivo di New Jersey contamina le cifre dell’ex Dallas.

5. Impressionante il dato AR di Jason Kidd: il 47% dei suoi possessi finisce con un assist. In fuga nella classifica assoluta c’è invece il canadese che ama il soccer, con 11.3 a partita. E’ solo un caso che siano i più anziani tra i 30 presenti?…

6… No! Ed è il punto che mi sta più a cuore in questa analisi: i play della nuova generazione sono ampiamente sotto media in questa rappresentazione, a storica dimostrazione che essere play oggi negli Stati Uniti non ha lo stesso significato di oltre 10 anni fa.
Flynn, Brooks, Evans, Stuckey, Jennings, Curry, lo stesso Rose: tutti nel quadrante in basso a sinistra. Emerge evidente l’evoluzione del gioco e della scuola USA che ha ormai del tutto annullato la fattispecie creativa, geometrica e magari mingherlina degli anni ’80. Con John Wall l’inversione di tendenza non ci sarà, anzi!

7. Tra i giovani il solo Westbrook manda segnali confortanti anche in prospettiva ed in funzione della dinastia in divenire di Oklahoma: i 30 punti a partita con percentuali in continua crescita di Durant trovano un ulteriore spunto di interesse nel dato dell’ex UCLA.

8. Oklahoma a parte, le squadre coi migliori 6 realizzatori della lega (Bryant, Anthony, James, Wade, Ellis) non hanno un playmaker che svetta per assist e/o AR. Possibile lettura: per essere grandi realizzatori è in parte inevitabile accentrare il gioco su se stessi, limitando di conseguenza gli assist dei propri compagni.

9. Essere point guard nella Triangle Offense è un brutto mestiere, perché non è richiesto il potere di coinvolgimento palla in mano. Il dato fa Cassazione: due squadre oggi giocano questo sistema offensivo (Lakers e Wolves) ed i loro play sono i peggiori per numero di assist (Fisher e Flynn).

Dichiara infatti Johnny Flynn:

La più grande differenza è che non hai la palla sufficientemente in mano. La porti su, la passi, tagli e vai nell’angolo. Poi dovresti ritagliare per andare in punta ed è tutt’altro che scontato che la palla arrivi di nuovo tra le tue mani. Mi capita anche di fare 5 possessi consecutivi in cui non la vedo dopo il passaggio d’ingresso nel gioco. Per una point guard come me che al college aveva sempre la palla in mano è molto complicato l’adattamento a questo sistema.

Teorema di Flynn: per fare assist bisogna avere la palla in mano. Insindacabile.

10. Non c’è nesso incontrovertibile tra posizione nel grafico e record di squadra, anche se la tendenza premia i team coi migliori play.
Impossibile però non sfruttare gli ultimi due punti per allacciarsi alle due più grandi dinastie degli ultimi 20 anni ed ai loro più nobili rappresentanti in campo: play puro è bello, ma non vuol dire necessariamente vittoria. Parola di Phil Jackson, Michael Jordan, Kobe Bryant e dei loro anelli.

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8 Comments to “Assist Rate ed il play puro estinto”

  1. Fazz says:

    Ma quindi l’innamoramento per KD è già svanito e ti vedi quotidianamente con dei grafici? 😀

  2. Leonardo Ancilli says:

    Articolo gradevolissimo. Secondo me un identikit di play puro non esiste, ci sono play che pensano prima ai compagni e poi a se stessi e in certi sistemi funzionano e in altri no. Ci sono play con spiccate proprietà offensive che in certi sistemi funzionano in altri no.

    Ad oggi credo che Nash sia il più forte in attacco, fantasia al potere, quanto di più vicino a Bob Cousy abbia calcato il campo da basket.

    CP3 e Deron molto bene, in grande ascesa il “mio” Rondo che di tutti i play di spicco è quello che difende meglio. Promette anche alla grande Westbrook, e Evans rischia di diventare un Mini LeBron.

    Non mi piacciono : Il barone, Jameer Nelson (Orlando senza di lui giocava meglio la scorsa stagione e ha giocato meglio ahche quest’anno con J Will), Mo Williams e Stuckey che è un fenomeno nel non far girare la squadra.

    Vorrei rivedere in contesti diversi Devin Harris, Felton e ci metto pure Derrick Rose che a me non sta piacendo molto quest’anno, potenziale alle stelle ma schiavo di altra gente che dovrebbe portargli la borsa come Salmons e Miller.

  3. Vitor says:

    sono terrorizzato all’idea del prossimo grafico…

  4. tfrab says:

    il grafico riguarda, evidentemente, i titolari. c’è qualche indicazione su Lawson e Sessions?

    Iverson invece è talmente in basso a sinistra che è precipitato fuori dal grafico 😀

  5. Andreapizzo says:

    Mi incuriosisce la posizione di Billups, e il fatto che non ne avete parlato. Penso siate d’accordo che sia il tipo di giocatore, sia il tipo di compagni e il sistema lo dovrebbero catapultare nel quadrante dei buoni (buoni per chi è affezionato ai video anni 80 e all’asse play pivot, cioè buoni per me) e invece stenta incastrato fra Nelson e Felton. Vorrei inoltre sottolineare che se è vero che “play puro non vuol dire necessariamente vittoria” è altrettanto assodato che “play miglior marcatore della squadra” non porta anelli dai tempi di Thomas capo dei Bad Boys (se non mi sbaglio). Che ne dite?

  6. Gerry says:

    I grafici sono un flirt invernale, ma non si tradisce mai il vero amore del momento che resta e resterà Durant! 🙂

    Sessions ha un dato simile a Flynn per assist (quasi identico se adeguato sui 40 minuti) ma è chiaramente meglio di Flynn nell’indice AR (25 contro 20). Sul grafico si collocherebbe nei paraggi di Curry. Difficile dire quanto incida il fatto di giocare quasi sempre con le riserve di Minnie che magari eseguono meno Triangle, ma anche per caratteristiche individuali mi pare che Ramon al momento abbia maggiore abilità nel cercare e trovare l’uomo libero rispetto a Johnny.

    Iverson curiosamente va a sovrapporsi quasi esattamente col compagno Louis Williams, andando forse a riscontrare una tendenza dell’attacco di Phila.

    Lawson è con l’interessantissimo Maynor uno dei migliori per indice AR tra le riserve e tra le nuove leve: 29 il dato del primo, addirittura 31 per il secondo.
    Dalla panchina svettano Jason Williams (37), Jamaal Tinsley (35) e Kyle Lowry (33); tuttavia per tutti loro il numero di assist non è fragoroso anche se adeguato al minutaggio, e si collocherebbero così nel quadrante in alto a sinistra.

    Billups è il grande decaduto per AR rispetto all’anno scorso: da 33.78 a 24.71, addirittura nove punti percentuali in meno. Un po’ gli infortuni, un po’ se la prende comoda, contando anche su Lawson come riserva di qualità, ma forse ci si può anche riallacciare al punto 8 del post, ovvero il discorso sui realizzatori: Carmelo è infatti passato dai 22.8 punti dello scorso anno ai 30 di quest’anno, la palla passa e resta molto più tra le sue mani rispetto al 2009.

    D’accordissimo con la premessa di Leo. Si torna al solito discorso sulla relatività e sulla grande regola chiave NBA: dimmi che allenatore e che compagni hai e ti dirò che giocatore sei.

    E d’accordo anche con la chiusura di Andrea. Forse solo Parker e lo stesso Billups possono essere presi in considerazione forzando un po’, ma nei loro attacchi non avevano l’incidenza di un Isiah o di un Magic, dai quali partiva tutto per Bad Boys e Lakers Showtime. Ahh, gli anni ’80… che bellezza!

  7. doppok says:

    Bellissimo articolo, rappresenta, a mio avviso, la graduale scomparsa di play “puri”…

  8. Bandini says:

    Gerry, ho quotato l’articolo sul forum di play.it nel topic dei Bulls! ti devo i diritti d’autore?
    comunque, condivido l’innamoramento per KD, non so cosa staranno pensando in Oregon in questo momento…

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