Nessuno ha vinto così tanto per così tanto tempo contro così tanti forti avversari e giocando in questo modo.

I migliori campioni.

I migliori campioni.

Cinque titoli dal 1998 ad oggi, 15 stagioni consecutive con almeno 50 vittorie.

Non è blasfemia, non è provocazione, è constatazione: i San Antonio Spurs di Duncan e Popovich sono la più grande e longeva dinastia della storia della NBA.

Perché non c’è solo il quanto e per quanto tempo, ma c’è anche il come.

Ci sono vite di uomini riscritte ed esaltate grazie al desiderio di essere parte di un gruppo e l’esigenza di giocare a pallacanestro. C’è l’attribuzione di compiti e ruoli tramite il rispetto di regole prestabilite ed accettate come presupposto per crescere. C’è la sistematica ascesa al successo personale solo come conseguenza dell’unico obiettivo realmente fissato come manifesto programmatico: il successo di squadra.

C’è un’organizzazione, che se rispettata mette ciascuno nelle condizioni di svelare se stesso come uomo prima ancora che come giocatore.
C’è un sistema, che se eseguito fa sentire tutti più forti in campo perché tutti sanno cosa possono fare per essere utili.
C’è l’esempio, che se seguito insegna a vivere come cittadino del mondo, riconoscendo l’orgoglio della sconfitta come costruzione della vittoria.

C’è la nuova frontiera della leadership, riscritta nella sua essenza carismatica, elevata a scienza esatta non grazie a rumore e clamore, ma immersa nell’impassibilità e la cura dei dettagli di un nuotatore da Saint Croix.

Brasiliani che stoppano, ventiduenni MVP con aplomb, argentini che dominano, australiani che fanno i drogati, caraibici di cui sopra che comandano col mutismo, francesi che prendono fiducia dopo uno 0 su 10, altri francesi che distillano genio e pallacanestro col sopracciglio.
Ed italiani da San Giovanni in Persiceto che vincono un titolo NBA.

Perché sì, i San Antonio Spurs 1998-2014 sono anche la più grande storia di cultura cestistica di tutti i tempi, grazie a Spursello e Gregg Popovich.

Ed anche perché oltre al come, c’è infine soprattutto il contro chi, ieri ed oggi.

Follow my lead, proponeva ad inizio gara ai compagni. Leader ed umano. Non l’ha seguito letteralmente nessuno, dopo aver dominato a tutto campo e creato da solo il solco in doppia cifra del primo quarto, come sua routine nelle gare in cui è spalle al muro.

Nessuno. Da Wade all’ultimo panchinaro, da Allen a Bosh, dal coach all’asciugamano per coprire gli occhi lucidi quando a metà ultimo quarto ha realizzato ed accusato la potenza della sconfitta. Nessun aiuto.

LeBron ha perso, è colpa di LeBron, tutti contro LeBron. Not three, certo, ma solo perché si è fermato alla miseria di two. Tutto qui?

Esultate, haters, esultate, perché dopo due anni di indesiderato oblio forse è giusto così. Ma se siete anche puristi ed amanti del gioco, da oggi avete un motivo in più per gioire: dopo averci vinto, il più forte di tutti ha perso contro i più forti di tutti.
E da oggi è ancora più grande di prima, perché ha subito la rivincita dai più grandi di sempre.

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3 Comments to “Greatest dynasty ever”

  1. akin says:

    Niente articolo sul ritorno?

  2. Garion says:

    O su Paul George… La reazione all’infortunio (ovvero una semplice espressione corrucciata) unita al fatto che non è possibile che qualcuno si tronchi di netto una gamba senza sentire qualche fastidio prima, mi sa tanto di doping atto a non sentire il dolore e cosi sfruttare meglio i contatti.
    Poi magari sono io malpensante

  3. Frange75 says:

    Pronto? Pronto? Ci mancate!!!! A quando una bella preview della nuova stagione? A presto (speriamo), intanto io continuo a collegarmi sperando in nuovi fantastici post

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