Un conto è giocare non avendo nulla da perdere, altro è farlo con la responsabilità di dover vincere.

One more brick in the Wall.

One more brick in the Wall.

Era impossibile non rimanere ammirati dai playoff che stavano conducendo John Wall ed i suoi Wizards: libertà, qualità, intensità, persino esecuzione. E soprattutto vittorie.

In pochi se li filavano, eppure nel frattempo avevano trovato amalgama già in regular season con un mix curioso ed una distinzione non causale tra i reparti: i giovani ed il futuro tra le guardie (Wall e Beal), gli esperti ed il presente tra ali e lunghi (Ariza, Nene, Gortat).

Il quinto posto in crescita non era poi così trascurabile, eppure si sono presentati ai playoff con commenti abbastanza orientati: ok, i Bulls saranno incompleti, ma per battere questi Wizards del tutto inesperti dovrebbe bastare.

Fuochino ma non fuoco: trovato l’antidoto ad ognuna delle alchimie di un frastornato coach Thibodeau, addirittura contestato come un Mago Oronzo qualsiasi dai suoi stessi tifosi che fino all’altro ieri l’avevano venerato, abbiamo avuto la serie più a senso unico del primo turno dopo la turistica ossequiosa dei tre amigos da Michael.
Ed i Maghi veri sono stati quelli della capitale.

Washington era in quello stato ideale che è spesso in grado di esaltare gli insospettabili: nulla da perdere, tutto da dimostrare. Senza bisogno di educazione, senza bisogno di essere sorvegliati, solo con l’esigenza di essere lasciati in pace.

Che è un concetto diverso ed inferiore rispetto all’essere in missione, che riguarda invece chi ha qualcosa di ancora più grande da conquistare ed ha un preciso focus che lo ossessiona. La missione riguarda i Kobe, i LeBron, il Dirk di Montecristo, i big three del Patto di Roma, Duncan e Pop, ora Durant e Westbrook.

No, ai Wizards bastava dire al mondo che oggi ci sono e che domani forse ci saranno ancora di più. Sorprendendo.

Quella stessa arte dello stupire che li ha portati, senza nemmeno spingere troppo e giocare la partita perfetta, a sbancare Indiana in gara 1 di semifinale ed a dare l’impressione di avere il controllo della serie in gara 2, sconfitta catalogabile con le oggettive sembianze della grande occasione persa.

Apriti cielo.

Coach Wittman, zimbello fino all’altro ieri, assorto al ruolo di “uomo arguto” nell’incredulità generale; Beal il futuro del ruolo e miglior tiratore della Lega; Ariza il solito complemento ideale per la chimica di una squadra vincente; Nene il leader perfetto che giustifica ampiamente i soldi del suo contrattone; Gortat il miglior interprete del ruolo per giocare il pick and roll.

Non parliamo poi di Wall, miglior play della nuova generazione e già proposto in confronti coi vari Irving e Rubio (gente in effetti assente), Lillard e Curry (già iniziamo ad alzare parecchio l’asticella), addirittura Westbrook e Rose (fate i bravi!).

Calma e gesso.

Nel trasferimento da Indiana a Washington della serie è cambiato irrimediabilmente l’assetto psicologico di questi ragazzi, perché di colpo non erano più quelli con nulla da perdere con la leggerezza di chi fissa nel futuro i propri traguardi, ma erano diventati quelli che possono andare in finale e battere pure gli stralunati Pacers di questa postseason.

Hanno iniziato a pensare, hanno iniziato a crederci, hanno iniziato ad avere paura di non farcela. Ma non avevano più il margine del 2-0 come nel primo turno di ritorno dall’Illinois.

Ed è bastato questo ribaltamento del peso sulle loro spalle per una debacle imbarazzante contro una normalissima Indiana che ha solamente iniziato a fare l’unica cosa che sa veramente fare: difendere.
63 punti sono un punteggio che farebbe storcere il naso anche a qualche squadra di CSI, figuriamoci un quarto (il terzo) da un punto a minuto.

Uscire contro Indiana non compromette nulla di quello che è stato e di quello che sarà per questa franchigia.
Ma uscire contro Indiana è la logica e naturale conseguenza che ti impone questa Lega fortemente gerarchica, nella quale per conquistare il potere devi prima illuderti tante volte di esserci già vicino e poi ritrovarti schiacciato da chi già da tempo si porta in giro quell’oppressione del dover vincere.

Con questo John Wall, il nuovo John Wall, non più primo dei deviati in un gruppo di deviati (McGee, Young, Blatche) ma finalmente uomo squadra grazie a Beal ed alla serietà degli altri compagni, il privilegio di essere già arrivati a dover vincere è un’enorme conquista per una franchigia da troppo tempo sminuita e guardata con sospetto.

Per i confronti ci sarà ancora tempo, ora lasciamoli da parte.
E lasciamo in pace questi ragazzi.

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