Ad inizio stagione avevamo ipotizzato un Danny Ainge iperattivo sul mercato. Sta riuscendo nell’impresa di superare ogni previsione.

Mmm, oggi non ho ancora scambiato nessuno...

Mmm, oggi non ho ancora scambiato nessuno…

Non sta fermo un attimo: scambia, acquisisce, valorizza, cede, taglia, riscambia. E soprattutto ammucchia scelte, da chiunque e di qualsiasi tipo, del 2014 come del 2018.

Ma il senso di tutta questa frenesia? C’è, anche se nemmeno lui sa quale sia di preciso.

Non si possono valutare le singole mosse di Ainge in quanto tali, perdendo di vista il discorso d’insieme, perché sono tutte parte di un percorso troppo più ampio e troppo più inesplorato da poter essere individuato ed analizzato passo per passo.

Per esempio l’ultima operazione, con l’arrivo di Joel Anthony ed una scelta (di Philadelphia) in cambio di Crawford e Brooks, è a prima vista piuttosto urticante per i tifosi biancoverdi. Figuriamoci poi considerando anche il favore finanziario fatto ai grandi nemici di Miami.

Anthony, nella sua inutilità, ha una player option che certamente eserciterà per il prossimo anno di circa $4 milioni: un salasso; la scelta, qualora Philadelphia non arrivi ai playoff nel 2015, sarà solo per il secondo giro: parzialmente inutile; e Crawford, per quanto in scadenza, è stata la più lucente sorpresa stagionale di Boston: svenduto.

Ma Ainge non vuole quadrare il cerchio adesso, se ne frega di fare favori o sfavori agli avversari e si muove oggi solo in funzione di potersi muovere ancora meglio ed ancora di più domani.

Con Rondo sulla via del ritorno, questo era il momento per liberarsi di Crawford, altrimenti a fondo perso tra pochi mesi. Mentre Anthony e le scelte sono solo altri asset che vanno ad aggiungersi alle 7 scelte future non proprie dei Celtics che Danny ha accumulato in questi anni.

Sono materiale per futuri scambi ancora più grossi, oggetti in vetrina, occasioni contabili, calcoli catastali, esattamente come sono stati ora Crawford e Brooks ed esattamente come sono e saranno tutti i giocatori a roster, da Rajon a Faverani, da Falchetti a Mengoni, a seconda delle esigenze.

Ainge non si muove per essere più forte o per svuotare il cap, ma solo per essere più pronto a fare altre mosse in vista di quelle decisive. Con l’unico obiettivo, tutt’altro che scontato, di presentarsi verso il 2016 con due se non tre stelle a roster, tra chi già c’è e tra chi arriverà, via draft, via free agency o via trade.

Perché l’importante nel frattempo è rispettare l’unica missione che il campo impone, a dispetto dell’avvio pazzerello: perdere e perderemo.
Ovvero tutto quello che serve per tornare a vincere il prima possibile, anche se tutto sembra andare nella direzione opposta.

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One Comment to “Hyper Danny”

  1. Saimon says:

    Capisco sempre meno, e mi va bene così. Ottimismo a gogo.

    Tra l’altro, pescata clamorosa di Golden State che con Crawford in panchina aggiunge talento ad una squadra già niente male. Da gestire, ma ormai nella baia uno in più o uno in meno…. 🙂

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