Giovani, fondamentalmente educati, prevalentemente simpatici, vergognosamente complementari: sono nati due nuovi idoli in NBA, freschi di consacrazione.

Meglio a ruoli invertiti, ragazzi!

Meglio a ruoli invertiti, ragazzi!


Hanno lo sguardo intelligente, la faccia simpatica, non se la tirano più di tanto, non fanno dichiarazioni assurde, non entrano ed escono dal giro della droga, non risulta abbiano ancora stuprato ragazze (per George è facile, se le prende tutte Stephenson).

E sono anche clamorosamente diversi tecnicamente da poterci permettere il lusso di un sogno: vederli giocare insieme, nella coppia perfetta dei prossimi 10 anni del basket USA.

Stephen Curry mi stupisce, oltre a tutto il resto, per quanto poco si esalta in relazione alle strisce astronomiche, variopinte ed utopiche di canestri e giocate che mette insieme: un urlo convinto solo se a gioco fermo, un pugno alzato prima in cielo e poi lasciato cadere verso terra e qualche sobrio festeggiamento coi compagni, se questi sono riusciti a togliersi di dosso l’incredulità e le mani dalla testa.

Poi si ricompone subito e ripristina il subdolo faccino da finto buono, una via di mezzo tra un Bambi molto pulp ed il Gatto con gli stivali di Shrek ancora più bastardo dell’originale.
Tanto ha solo segnato 20 e passa punti in un quarto, destabilizzando del tutto il tabellone dell’Ovest, che sarà mai?

Come si vede che è figlio di un giocatore.

Il contatore dei “no dai, non può mettere anche questo” è andato in tilt, mentre dal nulla scocca tiri del tutto insensati che puntualmente sfiorano appena la retina.
Ed un conto è fare quelle cose in regular season contro Sacramento o Charlotte, altro è regalare tali perle nei suoi primi playoffs in carriera contro Denver prima e soprattutto contro la difesa degli Spurs e le incazzature di Popovich poi.

Paul George non è Stephen Curry. Non è un go-to-guy, non è un primo violino, non pretende la palla in mano quando scotta, non è una primadonna.
Si può dire che non lo è ancora, ma per sue caratteristiche non lo sarà mai.

Indiana non sta vincendo la serie solo grazie a George come invece Golden State non può prescindere dal suo folletto, ma sta cavalcando il mix micidiale di aggressività sul perimetro che anestetizza i possessi avversari e soprattutto il dominio nella battaglia sotto canestro.

Hibbert sta apparecchiando e banchettando in testa a Chandler, con West che a pasto ultimato mette al sicuro gli avanzi e spedisce il resto nella lavastoviglie. La supremazia a rimbalzo (specie offensivo) dei Pacers è tanto evidente quanto inaspettata in questi termini.

Eppure Paul riesce ad essere fondamentale e positivo anche quando non segna mai o fa 2 su 12 da tre punti come in gara 3, aggiungendoci non a caso 8 rimbalzi e 5 recuperi per una presenza che va oltre qualsiasi quantificazione numerica.

E’ l’emblematica fattispecie dell’All Star atipico, alla Luol Deng, magari con un occhio anche al sorprendente Harrison Barnes per il futuro: tante cose fatte bene, educata completezza tecnica, strepitosa propensione difensiva, ma non talento a sufficienza per creare il tiro per se stesso e soprattutto per creare attacco in assoluto.

E’ Scottie Pippen senza Michael Jordan, nella NBA del 2013.
Quello che già c’è basta ed avanza per marchiare i prossimi 10 anni di dinastia dei Pacers, ma per aspirare ad altro bisogna dare anche a lui il suo Michael Jordan, al posto del cagionevole e comunque troppo simile Danny Granger.
Che ne so, butto lì un nome, a puro titolo illustrativo: Stephen Curry?

Ebbene sì: tolti i mammasantissima Durant e Rose, che ormai sono già ampiamente consacrati alla storia e di diritto nella Hall of Fame (anche se il tempo passa ed i titoli ancora scarseggiano), se devo scegliere la coppia di giocatori nati dopo il 1988 da cui partire per fondare la mia franchigia io vado con Stephen e Paul.

Non Blake Griffin, non John Wall, non Anthony Davis, non James Harden, non Kyrie Irving, non Kevin Love, non Russell Westbrook.

Nessun abbinamento potenziale della nuova generazione si completa meglio di Curry e George, perché tutto quello che non fa il primo è fatto alla perfezione dal secondo, e viceversa.

Potete anche mettere insieme due giocatori che come valore assoluto apparentemente possono darvi di più, ma nessuno creerà una chimica così sublime in campo ed una somma di valori così alta come quei due.

Golden State è fortemente a rischio eliminazione; Indiana è ad un passo dall’impresa, ma poi eventualmente contro i tre amigos non avrebbe scampo.
Ma intanto Team USA ha già trovato la coppia alternativa con cui dominare anche dopo Rio 2016.

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3 Comments to “Binomio perfetto”

  1. ilVettoJr says:

    Io direi che questi due li vedremo dominare A Rio 2016, no?

  2. Gerry says:

    Assolutamente. Dicendo “anche dopo Rio 2016” davo per sottinteso il prima, già da adesso.

    Magari subentrando concettualmente e progressivamente alla simbiosi tra Durant e Iguodala.

  3. Dicko says:

    Di una bellezza struggente vederli giocare. Li amo alla follia.

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